La feccia svela gli abiti nuovi della République

Notti di fuoco LA RIVOLTA nelle periferie francesi è un atto d’accusa contro una politica di integrazione che in nome dei diritti universali ha ridotto ad una condizione di sudditanza una parte della società. Lo stato ha risposto con la repressione e inasprendo le leggi sul mercato del lavoro con la speranza che l’ordine possa così essere ripristinato
La «feccia» ha rovinato la festa a un sistema politico chiuso in se stesso. Ma la posta in gioco in Francia è il superamento di un modello europeo di governo del cosiddetto «transcomunitarismo»
Le scuole devastate mostrano come non esista un’«eccezione francese» al multiculturalismo. E i giovani delle banlieue appaiono come i discendenti degli schiavi importati con la forza

Igrandi eventi non sono necessariamente belli, né festosi. Colgono di sorpresa, non sono necessariamente fusionali e le ragioni che li determinano non spiegano mai l’istante della loro esplosione. Sono sovradeterminati, come la goccia d’acqua che fa traboccare il vaso. Nel caso di una rivolta, c’è sicuramente una lunga gestazione che arriva ad una soglia critica oltre la quale si smette di obbedire e, spesso, si spacca tutto. Raramente, un’insurrezione è entusiasmante. I suoi protagonisti sono in genere oscuri, confusi, non sempre sono degli eroi. Un’insurrezione è pervasa da una violenza indistinta, senza fini prestabiliti. Contrariamente alle guerre o alle rivoluzioni, i morti che trascina o abbandona nel suo solco non saranno mai decorati. «Melanconia», «disperazione», «nichilismo», «perdita del rispetto di sé»: la destra meno stupida non ci ha messo molto a recitare variazioni all’esercizio obbligatorio di condanna dell’insurrezione delle banlieues francesi di queste settimane (Le Figaro, 7 novembre). Ma sono stati giudizi che hanno apportato pochi ritocchi al bagaglio retorico del pensiero conservatore. Ma è l’imbarazzo della sinistra che lascia invece senza fiato. Forse conserva il ricordo della sua partecipazione all’approvazione delle leggi emergenziali della guerra d’Algeria, che questo governo ha riattivato, dimostrando così che l’emendamento votato in parlamento a difesa degli «aspetti positivi» della colonizzazione, presente nei manuali di storia, non era un incidente di percorso.

L’onore perduto degli intellettuali

Eppure, contro questa oscena mattanza dell’intelligenza, alcune voci isolate cominciano a farsi sentire, come dimostrano l’appello firmato da Etienne Balibar, Bertrand Ogilvie, Monique Chemillier Gendreau, Emmanuel Terray e Fethy Benslama del 10 novembre o gli interventi di Esther Benassa o di Pierre Marcelle (Libération del 9 novembre). Ma sono isolate prese di parola che salvano l’onore di quel che resta degli intellettuali francesi dopo vent’anni di nauseante restaurazione. In Francia, il clima dominante della discussione pubblica ricorda lo sbraitare contro gli «arrabbiati» di Nanterre o le invettive contro i «casseurs» di Saint-Lazare nel `79. In entrambi i casi, la valanga è stata il segno precursore di un cambiamento enorme nella vita pubblica (il Maggio `68, l’alternanza). Di fronte all’insurrezione delle banlieues, la prudenza è finita.

Potrebbe darsi, come osservava Françoise Blum in una coraggiosa tavola rotonda de le Monde l’11 novembre, che questi giovani «apolitici» cambiano la realtà delle cose più dei proclami declamati in questi ultimi trent’anni e che abbiano iniziato a liberarci dell’ingombrante e insopportabile Sarkozy. Cosa che la sinistra «politica e responsabile» impantanata nelle sue cucine presidenziali si è rivelata incapace di fare.

Bisogna difendere la società dall’ordine. Bisogna difendere gli insorti dalla stupidità. E la loro, denunciata fino allo scoramento, non è certamente la più grande in campo. I nostri governi, e qualcuno dei nostri candidati a governare, nelle ultime due settimane hanno assemblato arroganza, cecità sociale, ottusa ostinazione, erronea perseveranza, ricerca affannosa di un consenso tanto assurdo quanto vuoto.

Formiamo una società umana, e non un termitaio, nella misura in cui noi (dico appunto noi) siamo capaci di rabbia (che è sempre una follia) e di insurrezioni. Insurrezioni, esattamente. Basta guardare qualunque manuale di storia. Nella misura in cui siamo capaci di produrle innanzitutto attraverso una lunga e ripetuta cecità e poi di riconoscere in esse i nostri figli (e non quelli degli «esclusi», degli «altri», degli «stranieri» che rispediamo indietro in aereo). Capaci, poi, di rispettare il dolore di ogni essere che condivida con noi un lembo del pianeta Terra; capaci di collera contro l’assurda razionalità dei dispositivi giuridici che permettono l’esistenza di una pena di morte «indiretta» in un’Europa che l’ha bandita come strumento di stato. Capaci, anche, di controllare un terrore panico di fronte a quel gelido futuro che è già il nostro presente e di cui questi insorti ci consegnano il ritratto crudele. Capaci, infine, di reagire con intelligenza di fronte a questo evento brutale, di tener conto di quello che viene detto, della sua posta in gioco.

La soglia del silenzio

Nelle società della comunicazione la soglia dell’udibile si è fatta elevata. Il setaccio della notizia pertinente costa caro. Basta vedere quanto costa la pubblicità ai potenti. Gli umiliati, gli offesi non hanno questi mezzi. Affinché la società mediatica iniziasse a sentire i messaggi subliminali degli insorti, ci sono voluti cassonetti carbonizzati, tram incendiati, due, tremila auto bruciate, qualche scuola saccheggiata e un centro commerciale derubato; ma anche tre morti, cosa incommensurabile, e, fatto non meno catastrofico, centinaia di giovani arrestati, decine di espulsi (senz’altro torneranno a Ceuta e Melilla, a tentare di scalare i fili spinati della fortezza Europa per tornare a casa loro, ovvero in Francia). Insomma, di fronte a quanto accaduto nelle città francesi il ricorso a una legge che proclama lo stato d’eccezione e il coprifuoco appare niente altro che una scaltra e al tempo stesso insopportabile mossa giuridica.

Le notti di fuoco hanno mandato un messaggio alla società francese tutta. E se poi i giovani si rifiutano di parlare, il loro silenzio è da considerare anch’esso un messaggio. Qualunque insegnante lo sa. Occorre meritarla, la parola che ci viene rivolta. Presuppone fiducia, amore, rispetto e non dichiarazioni di guerra. Il linguaggio da guerra del ministro dell’interno, annunciato da un vigliacco e fascistoide «faremo una bella pulizia nei quartieri», ha ottenuto la risposta che meritava. Il ministro incaricato dell’integrazione, Azouz Begag, non si è astenuto dal dirlo diverse volte durante la crisi. E avremmo persino potuto vedere di peggio.

Tenuto conto dei quotidiani «incidenti» della polizia, del razzismo, della disastrosa e feroce discriminazione nell’accesso al mercato del lavoro e della casa, senza contare le altre discriminazioni culturali che fanno altrettanto male, la Francia può ritenere di essersela cavata a buon mercato (a questo proposito si vedano i lavori di Richard Alba e Roxane Silberman che hanno comparato la condizione delle «seconde generazioni» sulle due sponde dell’Atlantico: il risultato francese è catastrofico, con un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa). Davvero, gli insorti non ascoltano nessuno? Il loro era un mutismo da imbecilli? È difficile crederlo, quando ogni provocazione del governo (Sarkozy che il 30 ottobre parlava di feccia e tolleranza zero, le misure annunciate dal capo del governo Dominique de Villepin il 1 novembre) ha comportato un allargamento dell’ondata di esasperazione.

E’ molto più che un sospetto ritenere che il brusio delle istituzioni sull’ordine e l’autorità da restaurare, sull’universalismo della legge mirava a saturare le deboli capacità uditive e analitiche del quarto potere. Vi è però riuscito in parte, visto che i pur pochi reportage dalle banlieues erano invece terribilmente eloquenti.

Grazie a questa insurrezione, è divenuto difficile nascondere la cecità della Francia di fronte ai nodi razziali, «sessuali» della question sociale, argomento considerato cruciale per la comprensione della globalizzazione, come testimoniano i lavori di Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e del Fernand Braudel Centre.

E se non è proprio cieca, la Francia è quantomeno blind colour – come dicono crudamente gli inglesi -: le televisioni evocano quotidianamente i problemi di integrazione nelle banlieues, mostrando giovani neri, spesso francesi o originari delle nostre ex colonie (ad esempio la Costa d’Avorio, dove ci sono truppe francesi), ma i commentatori continuano a parlare di maghrebini e di Islam, mentre i «portavoce» del potere statale, imperturbabili, dichiarano che nello spazio pubblico francese non esistono comunità, in opposizione alla cattiva concezione anglosassone (in effetti protestante, ma questo non lo sanno) che riconosce l’appartenenza etnica comunitaria, dalla quale non si può prescindere se vogliamo ripartire dall’esistente e non da quel «popolo» stereotipato di cui parla il governo di Parigi.

I bastardi di Sartre

La Repubblica francese ha realizzato, in modo pessimo, la decolonizzazione esterna, ma non ha fatto grandi progressi nella decolonizzazione interna. Qualche insegnamento post-coloniale impartito agli alti funzionari e nelle scuole pubbliche sarebbe un primo passo verso il controllo democratico della sua polizia. Il dato agghiacciante del comportamento delle forze dell’ordine non viene dal poliziotto inesperto e impaurito (benché i ragazzini dei quartieri sappiano fare la differenza tra i poliziotti corretti e i veri «razzisti» – quelli che Sartre avrebbe chiamato «i bastardi»), ma sono le frasette dei responsabili di più alto livello che funzionano come promesse di impunità nei confronti di ogni supruso e violenza della polizia; e che producono meccanicamente un incremento degli «incidenti di polizia».

La Repubblica è nuda. Come un gruppuscolo di ricercatori, tra cui chi scrive, non ha smesso di dire in tutti questi anni, spesso parlando al vento, l’ideologia repubblicana francese assimilazionista non ha capito molto dell’integrazione «transcomunitaria» all’epoca della globalizzazione. È rimasta a quel «popolo» venuto al mondo col forcipe «identitario» con l’ausilio della sorveglianza coloniale. Un primo passo verso la miglior comprensione della question sociale potrebbe andare nella direzione di un’analisi serrata e «disincantata» del patchwork sociale, culturale, etnico delle periferie metropolitane. Si tratterebbe di devolvere una parte, piccola, dei finanziamenti dell’ennesimo piano per le banlieues, che senza un’innovazione teorica al problema non sposterà di una virgola questa moderna «cascata di disprezzo», alla quale Voltaire riduceva la società francese prima della Rivoluzione dell’89 e contro la quale hanno reagito gli insorti di oggi.

Loïc Wacquant e altri ricercatori in scienze sociali ci hanno spiegato, negli ultimi decenni, che le periferie francesi non erano le periferie americane, che non c’erano ghetti, che la Repubblica ci preservava dalla formazione di minoranze come è accaduto oltre Atlantico. Dominique Schnapper, in un libro sulla nazione, ci aveva spiegato che il modello francese universalista si opponeva a quello del Volk tedesco fondato sulla comunità linguistica e sul sangue. In realtà la vera posta in gioco riguarda il modello europeo di governo delle migrazioni. Quello vigente è: razzista perché rifiuta il diritto di permanenza della popolazione straniera; chiuso in se stesso perché raffigura l’Europa come una fortezza che delinea i suoi confini con il filo spinato. In oltre cinquant’anni, l’Europa ha prodotto minoranze etniche che assomigliano non ai figli degli immigrati negli Stati Uniti, ma ai discendenti degli schiavi importati a forza. I giovani delle periferie europee stanno diventando i neri degli Stati Uniti. Watts e Los Angeles non sono alle nostre spalle, ma sono il futuro che ci attende. Per un’ironia della storia, la Repubblica, che doveva proteggerci da questo destino, sta procedendo molto più velocemente di quanto abbia fatto il modello britannico.

La Repubblica, cioè la Francia è una democrazia incompiuta, così come sono incompiute le democrazie di molti paesi a tutte le latitudini. Non c’è, dunque, nessuna eccezione francese.

Nel celebre racconto di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, alla sfilata in cui si pavoneggia un monarca inquieto, attorniato da una corte ossequiosa, basta la flebile voce di un bambino a rendere visibile ciò che è flagrante. Rivela il disordine dell’ordine e rimanda alla sua impostura: «”Ma non ha alcun vestito!” L’imperatore fu colto da un fremito, gli sembrava che il popolo avesse ragione, ma disse tra sé: “Devo tener duro fino alla fine della processione”. E il corteo proseguì la sua strada e i ciambellani continuarono a portare lo strascico che non c’era».

Nella Francia del 2005 il carro dello stato, accompagnato dai gargoyl, dal monarca con i suoi principi primi e dal suo visir in incognito eppure molto ciarliero in televisione, va poco in quelle banlieues che ha lui stesso creato: preferisce il lustro degli Champs Elysées o l’efficacia birbona dei viaggi elettorali organizzati su misura in una provincia rurale o in un centro storico ristrutturato, a uso e consumo dei ricchi. E quando, ripreso da telecamere adulanti, si avventura al capezzale delle banlieues, è perché si è fatta attenzione a levare di mezzo quella «feccia» che non sta bene mostrare in televisione.

Questa volta la «feccia» si è invitata alla parata. E nessuno, tranne uno stato segnato da cecità, da sempre culla delle rivoluzioni, può dire di non averne sentito la voce. Di certo non è la voce dell’innocenza, ma quella meno confortante della verità sulla nostra società repubblicana e nazionale. Con totale incoscienza e disprezzo del pericolo, la «feccia» ha urlato con rabbia: «la Repubblica è nuda! Il razzismo è quotidiano. Perché valiamo tanto poco, da esser trattati come lobotomizzati?». Ma non siamo in un racconto di Andersen, ma in un paese raramente riformista, di tanto in tanto rivoluzionario, più frequentemente reazionario.

Ordine e lavoro

La «feccia» pagherà cara quell’insolenza. Migliaia le denunce, altrettanti i fermi e gli arresti, condanne a pioggia. Di che esasperare i magistrati, incaricati d’ora in poi di preservare un ordine che la polizia, con il suo lavoro sul campo, ha reso ingestibile con l’attiva benedizione di un candidato alle presidenziali 2007 intento ad adulare schieramenti «sovranisti», fronti razzisti e sinistra statalista. Una moltitudine insignificante, inafferrabile, che esprime un messaggio insieme muto e insopportabile, «pagherà con le espulsioni». E saranno espulsi immigrati con regolare permesso di soggiorno, come ha annunciato – con una noncuranza che ben traduce la sua scarsa cultura e il suo rispetto per il diritto – quello stesso ministro dell’interno che pure si era espresso per l’abolizione della double peine.

Se dietro il Sarkozy d’Orléan fa capolino una destra bonapartista, avida di potere, tra i neo-gollisti, dunque bonapartisti, prende piede il paternalismo padronale del XIX secolo. Dopo l’ordine, il lavoro (la famiglia dopo), la patria verrà senz’altro aggiunta. In tal modo il primo ministro ha scagliato un’arma invincibile contro le cause che alimentano l’esplosione della «feccia». Ci occuperemo di questi giovani: a 14 anni gli troveremo un lavoro da apprendisti, li iscriveremo alle agenzie di collocamento per proporgli quei bei contratti di lavoro che prevedono un terzo e la metà del salario minimo (tra i 300 e i 500 euro). L’ultima parola spetterà comunque alla legge, ripetono gli esponenti del governo e i funzionari statali. Come a convincersi di una storia alla quale hanno smesso di credere, questi servitori di una Repubblica vestita con il mirabolante costume dell’integrazione «alla francese» che non smettono di venderci ogni sorta di abito taroccato. Gridando rabbiosamente che la Repubblica è nuda, gli insorti hanno difeso la società. Anche noi sosteniamo, in modo fermo e posato, che «bisogna difendere la società». Perché sappiano che non sono soli.

Traduzione di Ilaria Bussoni