La farsa referendaria e la realtà dell’occupazione

Il referendum sulla bozza di costituzione è stato presentato a livello internazionale come un grande esercizio di democrazia. Ogni iracheno avrebbe potuto votare liberamente per il si, per il no o piuttosto astenersi. Nessuna pressione, nessun ordine, nessuna interferenza, nessuna intimidazione di sorta. Come se il nostro paese non fosse sotto una brutale occupazione militare. La realtà è ben diversa. Tanto per cominciare la stragrande maggioranza degli iracheni non sapeva (e non sa ancora) di quale bozza di costituzione era stata chiamato ad approvare. Sono stati spesi 5 milioni di dollari per stampare milioni di copie della bozza ma queste in alcune regioni sono arrivate a poche ore dal voto, in altre non sono mai arrivate o non sono state distribuite. Nel quartiere di Baghdad dove vivo con la mia famiglia nessuno ne ha vista neanche una copia. In alcuni casi sono circolate delle versioni diverse tra loro. Per quanto riguarda i contenuti gli interrogativi e gli argomenti di dibattito non mancavano certo: innazitutto quelli sulla sua legalità in quanto si tratta di una legge fondamentale approvata sotto occupazione militare, e poi la assai sospetta fretta con la quale ci è stata imposta, i contenuti del preambolo con una interpretazione tutta etnico-confessionale della storia del paese, l’introduzione di un federalismo estremo, l’identità dell’Iraq, la legge islamica, le lingue ufficiali del paese, il processo di debaathizzazione, i riferimenti religiosi e il ruolo delle tradizioni, i diritti delle donne (soprattutto), il confessionalismo… etc. Il cittadino medio, impegnato ogni giorno, letteralmente, tra raid, bombe e sparatorie, a sopravvivere, non è stato però per nulla né coinvolto, né informato, e tutti nel paese si sono posti la domanda: Perché mai bisognava cambiare oggi la costituzione in questa situazione drammatica e a guerra in corso? L’unica risposta è stata una professione di fede secondo la quale la nuova costituzione avrebbe potuto pacificare l’Iraq. Stando ai fatti non sembra proprio che si vada in quella direzione. Nelle settimane che hanno preceduto il voto gli americani sono stati molto occupati. Basta ricordare i massacri di Tal Afar, Al Qaim e Haditha ridotte a città fantasma totalmente ignorati dai media così occupati a coprire il finto dibattito sulla costituzione da non poter prestare attenzione alle vere tragedie umane in corso in quelle province. O forse quei massacri di cittadini innocenti fanno parte del processo di democratizzazione dell’Iraq?

Votare in un paese in guerra è pura follia. Il quindici ottobre è stato imposto su tutto il paese un rigido coprifuoco. La vita si è fermata. La gente poteva recarsi al voto solamente a piedi e nelle zone rurali si trattava di fare anche 30 chilometri. Nella provincia di Anbar 70 seggi non sono stati neppure aperti. In un quartiere di Baghdad, qui vicino, due signore che non erano in grado di arrivare al seggio a piedi hanno chiesto ad un vicino di accompagnarle. La Guardia Nazionale Irachena ha sparato alla macchina e i tre elettori sono morti sul colpo. In un altro quartiere di Baghdad gli elettori sono andati molte volte al seggio più vicino per chiedere di votare ma gli è stato risposto che le urne non erano arrivate e che sarebbe stato meglio tornare alle 14. Così hanno fatto, ma solo per verificare che il seggio era stato chiuso e la porta sprangata.

In secondo luogo le operazioni di voto erano prive di qualsiasi trasparenza dal momento che l’intero processo, almeno nei quartieri dove mi sono recato – ma lo stesso è successo nelle zone del sud e in quelle del nord – era sotto il controllo di uno dei partiti al governo. Questi, nel tentativo di strappare un’approvazione della Carta, hanno più volte annunciato, e scritto su grandi striscioni e cartelli appesi davanti ai seggi, che l’ayatollah sciita al Sistani avrebbe dichiarato di votare si alla costituzione ma non era vero. Nessuna forma di propaganda a favore del no è stata permessa per le strade dove cartelli e striscioni erano tutti per il si. Un testimone oculare ha inoltre sostenuto che alla fine della giornata di voto nel suo seggio di Baghdad c’erano 100 «No» e 200 «Si» ma il risultato non sarebbe piaciuto ad uno degli ispettori, e quest’ultimo avrebbe dato disposizione agli scrutatori di aggiungere altri 100 «Si». E lo stesso sarebbe successo ovunque. Un altro ha testimoniato come ogni potenziale voto per il no venisse accolto con ingiurie e minacce da parte degli scrutatori. Tragedia e farsa anche per quanto riguarda i risultati del voto: Tre province avrebbero respinto la costituzione con oltre i due terzi dei voti – Salah Addiin e Anbar (94-95%), and Mosul (80%-100%) – e questo avrebbe dovuto significare una bocciatura della Carta. Invece la Commissione ha annunciato che a Mosul i «no» non erano arrivati alla necessaria soglia del 75%. Bush e Rice subito dopo il voto avevano predetto che il «si» avrebbe vinto. E il «si» ha vinto.

*giornalista iracheno