La Famesina nega il visto al torturato di Abu Ghraib

Il prigioniero fotografato incappucciato dagli americani era invitato a un convegno sull’Iraq a Chianciano

Ricordate l’incappucciato di Abu Ghraib? Il prigioniero torturato dagli americani nella prigione di Baghdad si chiama Ahmad Al Haj Ali. Ma ora è al centro di un caso che coinvolge l’Italia che gli ha negato il visto di ingresso per partecipare a un convegno della durata di due giorni. Così da alcuni giorni prosegue a oltranza la protagonista dei militanti dei comitati di “Iraq Libero” dopo la decisione del Ministero degli Esteri italiano di non concedere il visto non solo ad Al Haj Ali, ma anche agli altri otto iracheni invitati alla conferenza sull’Iraq che, secondo il programma iniziale, dovrebbe tenersi a Chianciano 1’1 e il 2 di ottobre.
Anche ieri gli organizzatori e diversi esponenti del campo antimperialista hanno stazionato con tanto di sit-in davanti alla Farnesina 111 attesa di una risposta, proseguendo tra l’altro lo sciopero della fame indetto 11 giorni fa.
A scatenare la bufera una lettera sottoscritta da 44 membri del Congresso americano in cui si denunciava la vicinanza dei nove invitati alla manifestazione – sei politici. oppositori del governo di Bagdad, e tre traduttori – agli ambienti terroristici.
Ma su tutti spicca il nome di Ahmad AI Haj Ali, il simbolo delle torture di Abu Graib, l’uomo incappucciato con i fili elettrici attaccati al corpo, le cui fotografie hanno fatto il giro del mondo.
Leonardo Mazzei, portavoce nazionale dei Comitati Iraq libero da Roma sotto una pioggia battente non demorde e dichiara: «Abbiamo ricevuto la conferma da un esponente del governo che la richiesta del visto per Haj Ali è arrivata finalmente sul tavolo del ministro Fini (che ieri era però in Spagna, ndr) che dovrebbe pronunciarsi proprio in queste ore».
«Haj Ali – prosegue Mazzei è un po’ il simbolo dei diritti umani violati durante la guerra in Iraq, è un esponente politico dell’opposizione, quindi della resistenza irachena che poi sono le due facce della stessa medaglia, ovvero, la lotta contro l’occupazione contro le truppe anglo-americane».
Oggi Haj Ali, tornato in libertà, risiede in Giordania, ha riavuto il suo passaporto iracheno e fa parte dell’Associazione dei prigionieri vittime dell’occupazione americana e dell’associazione “Donne Accusano”, costituita da ex prigioniere che denunciano le violenze sessuali subite dagli americani.
Haj, prima della guerra in Iraq, era il legittimo sindaco del distretto di Madifai di Ali, vicino a Bagdad. Dopo che gli Stati Uniti hanno preso il controllo della zona è stato rimosso dalla sua posizione. «I miei problemi con gli americani – ha spiegato – cominciarono perché presi un terreno abbandonato e ne feci un campo di calcio per ragazzi».
Senza autorizzazione. In carcere finì – dice lui – dopo aver protestato «perché i soldati americani avevano cominciato a portare su quel terreno sacchi di rifiuti e riviste pornografiche».
Haj Ali non dimentica i suoi giorni di prigionia, nessuno gli ha mai chiesto scusa per quello che è accaduto. Dice di avèr ancora degli incubi anche perché è rimasto per oltre 5 giorni sottoposto a torture, senza acqua né cibo. «Mi fecero salire su uno scatolone – ha raccontato -a braccia larghe e con un cappuccio. Quando mi dissero che mi avrebbero sottoposte a scosse elettriche, non ci credevo. Invece poco dopo presero due cavi e li infilarono nel mio corpo. Ebbi la sensazione che gli occhi mi schizzassero fuori dalle orbite e svenni).
La presenza di Haj Ali in Italia alla conferenza, dichiara Mazzei, è importante per spiegare cosa è realmente accaduto in quella prigione «per questo abbiamo chiesto l’appoggio e l’aiuto anche da altri esponenti politici come Romano Prodi». Dall’Unione però finora non è arrivato alcun cenno. La delegazione capeggiata dall’onorevole Giovanni Bianchi ieri ha disdetto un incontro con Mazzei e compagni per causa di forza maggiore. Rifondazione Comunista annuncia invece un’interrogazione parlamentare.
I comitati di Iraq libero sono perfino disposti a rinunciare alla presenza degli altri otto rappresentanti iracheni al convegno di Chianciano, pur di permettere a quell’uomo incappucciato e torturato di parlare pubblicamente in una conferenza. «Ma – aggiungono – il visto deve essere concesso a tutti gli iracheni invitati».