La disaffezione popolare verso la giustizia avvantaggia solo i potenti

“A un cittadino che non crede nella giustizia” si rivolge il recente libro di Gian Carlo Caselli e Livio Pepino (Editori Laterza, 2005), con una puntuale ricognizione di tutti quei mali della giustizia che la rendono poco credibile ai cittadini, da quelli strutturali sedimentatisi da decenni, a quelli più recenti provocati da una accorta azione mediatica di delegittimazione da parte del centrodestra, da una irrazionale organizzazione giudiziaria ad una costante accusa di collateralismo dei giudici con la sinistra, fino al grande dilemma di come dipanare il vero dal falso garantismo.
La recensione di un saggio sulla giustizia oltre ad alludere al contenuto per incuriosire il probabile lettore deve anche offrire uno spunto per estendere la discussione a problemi che non sono rientrati nell’economia dell’opera e dai quali, però, non sembra possibile prescindere. E’ ciò che mi propongo e, allora, andiamo con ordine.

Gli autori, come lo è stato chi scrive, sono due esponenti di Magistratura democratica, la corrente progressista dell’Associazione nazionale magistrati e, pertanto, chi ha una qualche consuetudine con le battaglie che si sono combattute e si combattono per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ritroverà nel libro, ben sistemate in ordine logico, tutti i dati, le analisi e le proposte che questa corrente ha offerto alla riflessione della sinistra.

Il libro, come recita il titolo, parte dall’assunto, ormai pacificamente acquisito, della sfiducia dei cittadini in una giustizia lenta, inefficiente, rigorosa con i deboli e lassista con i potenti e, nel contempo, (con ovvi elementi di contraddittorietà ingenerati dalla propaganda berlusconiana) politicizzata, succube della sinistra e, perciò, persecutrice di un presidente del consiglio che poi viene sempre assolto, ecc. L’altro assunto, sotteso e altrettanto pacifico, è che senza la fiducia dei cittadini si rischia di compromettere l’indipendenza della magistratura e, conseguentemente, venendo meno un effettivo potere di controllo e di garanzia, lo stesso sistema democratico.

Gli Autori invitano il “gentile cittadino” a recuperare la fiducia nei suoi giudici perché il fine – la tenuta del sistema democratico – è troppo importante per essere offuscato dalla pur legittima caduta di consenso dovuta a cause in gran parte estranei a questi ultimi e ben individuate nei dati impressionanti dello sfascio strutturale e della sfiducia indotta (processi pendenti, carenze degli organici, riforme sballate, l’enorme numero di detenuti con una percentuale altissima di migranti, nonché la serie di bugie sul giustizialismo, sui processi “eccellenti” e sulla asserita persecuzione di Berlusconi, sulle sue prescrizioni spacciate per assoluzioni, ecc.).

E’ qui che nel saggio, trattando del discrimine tra vero e falso garantismo, si arriva al cuore del problema ed è qui che si sarebbe dovuto prendere atto che le buone intenzioni della maggioranza dei magistrati, non seguite da un cambiamento delle concrete esperienze quotidiane dei cittadini, non basteranno da sole a ridare fiducia nella giustizia. Non c’è dubbio che la legittimazione del sistema giudiziario – e quindi della conquista dei cittadini per un’azione di difesa dell’indipendenza della magistratura – passa per il rispetto delle regole, per una lealtà verso le stesse che non tollera scorciatoie, per la presunzione di innocenza, per l’uso non strumentale della carcerazione preventiva, per una avversione verso il “tintinnio delle manette” ed altro ancora. Tutto ciò, però, non può essere esorcizzato augurandosi che le cosa cambino e senza un benché minimo esempio concreto dal quale prendere le distanze: esempio calzante, la stagione di “mani pulite”, proprio in tema di uso distorto della carcerazione preventiva riconosciuto, anche se sommessamente, dallo stesso Di Pietro.

Non c’è dubbio che gli strati sociali subalterni abbiano sempre avuto problemi “con” la giustizia e che, proprio per questo, la cultura politica di sinistra si sia sempre occupata del ruolo della stessa all’interno dello scontro di classe per l’emancipazione e l’uguaglianza. Il potere, quando, a seguito dei grandi cambiamenti sociali e organizzativi avvenuti all’interno dell’ordine giudiziario negli anni ’70, si è accorto di non essere più al riparo dei giudici, ha tentato di riconquistarne il controllo: Berlusconi sta solo tentando di riportare l’amministrazione della giustizia indietro agli anni del dopoguerra quando i giudici – come è ben spiegato nel libro di Caselli e Pepino – sembravano apolitici ma, nel concreto, non erano altro che una articolazione della classe politica.

Detto per inciso, Berlusconi attacca sempre i giudici che hanno orientamenti progressisti e da questi deduce che la magistratura è schierata a sinistra mentre dimentica i giudici della Cdl molto attivi in parlamento come i vari Centaro, Cirami, Mantovano, Nitto Palma, ecc.

Quest’opera di “riconquista” della magistratura da parte del centrodestra passa inevitabilmente per un indebolimento della sua autonomia e indipendenza e ciò anche attraverso la delegittimazione della stessa con i mezzi cui si è accennato sopra. Per difendere questi grandi valori dell’indipendenza e autonomia occorre chiamare a raccolta tutta la società e ciò è possibile non solo attraverso la utilissima demistificazione della propaganda berlusconiana ma anche attraverso una puntuale opera di critica e denuncia dei tanti casi di mala giustizia. Possiamo conquistare i cittadini a questa difesa dimostrando loro che abbiamo a cuore non solo il fine ultimo dello stato democratico basato sul rispetto della legge uguale per tutti, ma anche il fine intermedio di una giustizia quotidiana che razzoli bene tanto quanto predica.

Alludevo all’inizio di “mani pulite” e vorrei concludere con esempi ancor più calzanti. E’ mai possibile che il giudice che era nella caserma Bolzaneto nei tragici giorni del G8 di Genova non abbia visto o sentito nulla? E’ mai possibile che una serie di giudici abbiano potuto avallare la balla del calcinaccio che avrebbe deviato il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani?

I nodi della giustizia sono tanti e questo libro ce ne svela molti: rimane il nodo della quotidianità delle ingiustizie del quale bisogna farsene carico, pena una disaffezione popolare verso la giustizia che avvantaggia solo i potenti.