La destra rivuole la Bolkestein «hard»

All’Italia ed altri 14 paesi non piace la nuova versione della direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi, svuotata del discusso principio del paese d’origine (ma non per questo meno pericolosa per i diritti di lavoratori e consumatori) e votata a larga maggioranza lo scorso 16 febbraio dal Parlamento europeo. Per questi 15 paesi l’ultima versione della direttiva è troppo light, poco liberista. Assieme all’Italia, si lamentano tra i vecchi il Regno unito, l’Olanda, l’Irlanda, il Lussemburgo, la Finlandia e la Spagna di Zapatero, oltre ai nuovi Polonia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia e Lituania. Questi otto vogliono la reintroduzione del principio del paese d’origine, gli altri si accontentano della posizione votata a novembre dalla «Commissione mercato interno», in cui il paese d’origine cambiava solo di nome. Divisioni solo formali; p il gruppo procede infatti compatto verso una Bolkestein ancor più calibrata sui mercati e ancor meno sui lavoratori. Più prudenti Francia, Belgio e soprattutto Germania, che sposano in blocco l’esito del voto del Parlamento europeo. «Berlino è la più convinta», sottolinea il ministro alle politiche comunitarie, Giorgio La Malfa. E non sorprende: l’intesa maturata a Strasburgo è figlia diretta della Grosse Koalition.

A febbraio il Parlamento aveva reimpastato la Bolkestein sulla base di un patto tra socialisti e popolari che la ridimensionava, senza però eliminare tutti i rischi per i diritti dei lavoratori e dei consumatori, soprattutto perché il testo rimaneva ambiguo, lasciando alla Commissione ed alla Corte di giustizia ampi margine per legiferare. La versione pattuita tra Pse e Ppe raccoglieva alla fine 394 sì, 215 no e 33 astensioni, un risultato che dava alla Commissione ed alla Presidenza austriaca un mandato forte per il prosieguo della negoziazione. E così, domenica sera e ieri mattina, i 25 si sono nuovamente trovati a discutere della Bolkestein, con opinioni diverse. La Malfa ne fa una questione di campagna elettorale: «l’Italia dovrà fare una scelta ed è meglio una maggioranza che con molte cautele è liberalizzatrice di una maggioranza che senza cautela è totalmente contraria alla liberalizzazione». In realtà le cose non stanno proprio così. Il centro destra è diviso, con Forza Italia che in Parlamento votava per il compromesso Ppe-Pse, considerato adesso «debole» da La Malfa, mentre An si asteneva e la Lega votava contro. Idem sul fronte opposto: Margherita e Ds per il patto, verdi e comunisti contro.

La Commissione presenterà una nuova proposta della direttiva per il 4 aprile; poi i 25 dovrebbero discuterne a Graz, dal 20 al 22 aprile. Lo stesso 4 aprile Bruxelles dovrebbe presentare le linee direttrici per la lettura della Direttiva sui lavoratori distaccati, un testo lacunoso, ma chiamato a fissare lo status dei lavoratori dipendenti dalle imprese di servizi che avranno accesso ai mercati stranieri. La discussione è quindi appena ricominciata. Per la Presidenza austriaca «siamo in mezzo al guado, dobbiamo approfittare dello slancio del Parlamento e combattere contro il gelo sociale europeo». Pure per il commissario all’industria Ghunter Verheugen, che non è certo un paladino dei lavoratori, la «direttiva servizi non deve fare altri danni». Il pensiero va al No alla Costituzione, ma a questi danni La Malfa non ci pensa.