La democrazia esportata con le bombe?

Stando alla propaganda occidentale, l’intervento militare occidentale in Afghanistan (costato finora la vita a circa 35 mila persone) è servito a liberare quel paese dal fanatismo di un regime che calpestava i diritti umani e la libertà degli uomini e delle donne, e a trasformarlo in un mirabile modello di «democrazia esportata » (con le bombe) in cui tutti vivono finalmente liberi e felici, in cui le ingiustizie del passato sono solo un lontano ricordo. Beh, un risultato importante per cui è valsa la pena fare una guerra – dicono i sostenitori della «guerra giusta». Peccato che siano tutte fandonie, perché l’Afghanistan di oggi è un regime integralista al pari dell’Iran (o dell’Afghanistan talebano); un paese in cui, nonostante le messinscena elettorali, comandano i fondamentalisti religiosi e vigono le medievali norme dell’antica legge coranica, la sharìa. Un paese in cui – come dimostra la vicenda di Abdul Rahman – un uomo che decide di abbracciare una fede diversa da quella islamica viene sbattuto in galera e condannato all’impiccagione per apostasia. E in cui le donne adultere vengono rinchiuse in prigione o addirittura frustate e lapidate a morte dai familiari in base alle sentenze emesse dai «tribunali religiosi» diffusi nelle zone rurali e ampiamente tollerati dalle autorità statali: l’uccisione della giovane Jamila, lo scorso agosto, è solo uno dei tanti casi. Un paese dove le autorità locali possono liberamente reintrodurre per le donne il divieto di cantare in televisione, di andare dal parrucchiere o di indossare abiti diversi da quelli tradizionali: è accaduto nel 2004 nell’Herat governata da Ismail Khan. Dove le autorità tollerano le barbare usanze del diritto tradizionale, la gambizzazione delle donne che hanno mancato di rispetto al marito, o come il tremendo ‘bad’, lo stupro a titolo di risarcimento delle donne di una famiglia da parte dell’uomo che da quella famiglia ha subito un torto. Un paese in cui coloro che osano criticare pubblicamente gli eccessi e le rigidità dell’applicazione della sharìa vengono arrestati con l’accusa di blasfemia e condannati al carcere: è successo lo scorso ottobre ad Ali Mohaqiq Nasab, direttore del mensile femminile Hoquq-e Zan («Diritti delle Donne»), colpevole di aver pubblicato due articoli in cui si criticavano la fustigazione e la lapidazione delle donne adultere. Un paese la cui Corte Suprema è presieduta da un fondamentalista ultraconservatore come Fazl Hadi Shinwari: fu lui a chiedere la sospensione delle trasmissioni della televisione privata Tolo Tv, giudicate offensive della morale islamica, preparando il terreno per l’assassinio della giovanissima conduttrice Shaima Razayee lo scorso maggio. Se il massimo organo di giustizia statale afgano, il quale dovrebbe dare l’esempio e a fare da guida a tutti gli apparati giuridici nazionali, ha una linea così reazionaria, se perfino la nuova Costituzione afghana «made in Usa» afferma che nessuna legge dello Stato può essere in contrasto con la sharìa, non ci si può stupire che l’Afghanistan sia ben lontano dall’essere uno stato di diritto. In un simile contesto, a ben poco serve cambiare le leggi, riscriverle ricalcando i nostri codici occidentali, come sta facendo il governo italiano, cui le Nazioni Unite hanno affidato il compito di «riformare» il sistema legale e giudiziario afgano. Il programma, costato finora al nostro erario quasi 50 milioni di euro, è diretto dall’ex capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) e attuale direttore esecutivo dell’Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine) Giuseppe Di Gennaro. In un paese povero, arretrato, imbarbarito da 25 anni di guerra, con una cultura tradizionalista molto radicata e una mentalità religiosa estremamente rigida com’è l’Afghanistan, è impensabile, assurdo pretendere di «portare la democrazia», di imporla, di impiantarla scavando una buca con le bombe e annaffiandola con dollari e schede elettorali. ©PeaceReporter.net Dicevano che l’intervento militare avrebbe liberato l’Afghanistan da un regime che calpestava i diritti umani. Ma ancora comandano i fondamentalisti religiosi e le milizie private