La Democrazia delle Élites

«Oggi siamo tutti democratici» notava ironicamente John Dunn in uno scritto apparso a Cambridge nel 1979, che peraltro si apriva con un «detto» di Mao (6 febbraio 1967): «In realtà, ci devono essere sempre dei capi». E poco oltre nello stesso saggio: «Democrazia può essere stato, un tempo, il nome di una forma molto particolare di regime. Ma oggi si chiamano così le buone intenzioni degli Stati, o meglio le buone intenzioni che i loro governanti vorrebbero farci credere di possedere» (La teoria politica di fronte al futuro, Feltrinelli 1983). E aggiungeva: «Quando democrazia era il nome col quale si indicava una forma particolarissima di regime politico, le democrazie erano Stati che prendevano sul serio la componente politica dell’ eguaglianza dei cittadini. Gli Stati moderni, al contrario, per quanto sul serio possano prendere l’ eguaglianza sociale o economica (…) non possono, per la loro stessa struttura, dare più che un riconoscimento simbolico all’ ideale della uguaglianza politica. Le strutture statali moderne raggiungono un grado di concentrazione del potere (…) in cui gli Ateniesi del quinto e quarto secolo a.C., per esempio, avrebbero scorto una totale negazione della democrazia». Trovo particolarmente interessante che John Dunn scrivesse queste lucide e incontrovertibili verità oltre dieci anni prima della fine dell’ Urss, in un’ epoca cioè nella quale l’ autorappresentazione retorico-oleografica delle «democrazie» era al suo culmine (le compromissioni col fascismo erano dimenticate da un pezzo) e non era consentito dire l’ ovvio: che cioè i due «sistemi» che allora si fronteggiavano erano entrambi fondati sul predominio di élite; abile nel gestire la legittimazione elettorale il sistema detto «occidentale», sclerotizzato e alla lunga autolesionistico quello «orientale». Ora che lo «scontro di sistema» non c’ è più, sta diventando più facile – tranne forse in Germania – discutere apertamente della effettiva natura oligarchica nonché elitista (i due concetti non sono per nulla sovrapponibili né identici) delle cosiddette «democrazie occidentali». E dunque il nuovo bel saggio di John Dunn, Il mito degli uguali (Atlantic Books 2005, Università Bocconi Editore 2006, pp. 210, 20) giunge ormai quando il perbenismo retorico a base manichea, tipico degli anni della «guerra fredda», mostra tutta la sua vacuità, o cede il passo, soprattutto nelle menti meno attrezzate, alle dicotomie Bene/Male, Democrazia/Terrore etc. Si stanno definendo due piani: quello urlato e della comunicazione di massa, che però continua ad influenzare fortemente anche il gergo adoperato dai politici; e quello colto, riservato essenzialmente ai libri e ai lettori di libri (cioè a minoranze infime rispetto ai fruitori di canali televisivi), dove la realtà viene considerata scientificamente e dunque senza quel molesto manicheismo volto a plasmare con l’ accetta il «comune sentire». Uno dei non molti, in Italia, a me pare, che riescano a portare, controcorrente, oltre le cerchie «colte» il linguaggio e lo stile della riflessione anziché quello della retorica seduttiva è Sergio Romano. Invece, in Usa soprattutto, si sta affermando una curiosa tendenza «colta»: quella che addita le antiche oligarchie temperate (per esempio la repubblica romana) come modello per le odierne «democrazie». Abile sovvertimento della verità storica non meno che della realtà contemporanea. Il libro di John Dunn, che si colloca, beninteso, nel filone (minoritario) della ricerca, ha anche il pregio di porsi una serie di domande sul modo in cui potranno trasformarsi le cosiddette «democrazie». Fermo resta, anche per lui, il limite (o pregio, secondo i punti di vista) sostanziale di ogni sistema politico: che non può che essere diretto da una élite. Il problema vero è dunque il ricambio delle élites, e, prima ancora, il loro reclutamento.