La crisi ivoriana e il controllo del Golfo di Guinea

La recente crisi in Costa d’Avorio che vede contrapposti il musulmano Alassane Ouattara del Rassemblement des Républicains (RDC) e Laurent Gbagbo del Front populaire ivoirien (FPI che si ispira al Partito Socialista Francese) è solamente il riflesso della guerra dell’Occidente contro La Cina per il controllo delle risorse petrolifere del Golfo di Guinea. La perdita di influenza nel mondo arabo costringe gli Stati Uniti e la Francia, questa volta uniti, a cercare nuove fonti di approvvigionamento petrolifero. Fra queste vi è il Golfo di Guinea, destinato, secondo alcuni studiosi a soppiantare il Golfo Persico per la sua importanza strategica.

Attualmente esso rifornisce del 15 % delle importazioni petrolifere americane ed entro il 2025 tale percentuale potrebbe salire sino al 25%. Stando alle analisi del Center for Strategic and International Studies di Washington un barile su cinque nel prossimo quinquennio proverrà da questa zona dove verranno investiti circa 33 miliardi di dollari provenienti per il 40% da società americane. Si capisce quindi perché l’Occidente preferisca l’ex direttore del FMI Ouattara alla presidenza della Costa d’Avorio piuttosto che il nazionalista Gbagbo. Tuttavia in questo scenario “classico” del continente africano, che vede lo scontro fra bianchi e neri, fra Occidente e Terzo Mondo, si inserisce un nuovo contendente internazionale, la Cina. Mentre l’Occidente è attaccato ad una vecchia concezione dell’Africa, nella quale esso può permettersi di saccheggiare le risorse del continente tramite l’aiuto dei suoi scagnozzi, la Cina invece vuole aiutare il continente nero ad emanciparsi dalla secolare dipendenza nei confronti del Nord del mondo. Tra molti leader africani, anche fra quelli considerati amici dell’Occidente, Pechino è vista come un’alternativa all’egemonia economico-politica occidentale e al suo bagaglio ideologico normativo. Esemplare è il caso dell’ex presidente del Botswana Festus Mogae, considerato un amico dell’Occidente, che ha dichiarato: «I cinesi ci trattano come pari, invece gli occidentali ci trattano come ex subordinati. Questa è la verità. Io preferisco l’atteggiamento del governo di Pechino a quello degli occidentali». Infatti la Cina non è un paese membro dell’Ocse, e benché faccia parte del Fondo Monetario Internazionale, non utilizza le stesse regole, standard e procedure istituzionali dei paesi donatori tradizionali. Tutto ciò infastidisce fortemente l’Unione Europea e gli Stati Uniti che hanno iniziato ad organizzare manovre di destabilizzazione contro quegli Stati che commerciano con la Repubblica Popolare Cinese. Il caso dello Zimbabwe o del Sudan sono esemplari. Tuttavia rispetto a qualche tempo fa, oggi l’Occidente è debole, stremato da una crisi economica dalla quale non si vede via d’uscita, costretto a confrontarsi con paesi di nuova industrializzazione come la Cina , la cui performance economica non sembra aver risentito della recente crisi. Il declino imminente dell’Occidente e la prepotente ascesa della Cina sullo scenario geopolitico mondiale costituiscono una concreta possibilità per l’Africa, dopo secoli di soprusi, di liberarsi dalla morsa del neocolonialismo.