La crisi del capitalismo “spiegata” da Karl Marx

La crisi economica scoppiata nel 2007 e tuttora in corso sta iniziando a cambiare il panorama intellettuale, cestinando la pretesa del capitalismo contemporaneo di ergersi a “fine della storia” e inducendo anche gli osservatori più insospettabili a leggere Marx per trovarvi le risposte che gli odierni economisti ortodossi appaiono incapaci di offrire. Così, in un’intervista del 12 agosto al Wall Street Journal, Nouriel Roubini, dopo aver individuato nel sempre maggiore squilibrio nella ripartizione del reddito prodotto tra capitale e lavoro il motivo fondamentale della mancata ripresa americana, ha affermato testualmente: “Karl Marx aveva ragione. A un certo punto il capitalismo può autodistruggersi”. Appena quattro giorni dopo George Magnus, capo economista della banca svizzera UBS, iniziava un suo report ponendo in rilievo l’attualità di un celebre passo marxiano della prefazione del 1859 al Per la critica dell’economia politica: “a un certo livello di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà”. Roubini e Magnus sono i due analisti finanziari che quattro anni fa avevano previsto l’ampliarsi del crack dei mutui subprime a crisi sistemica. Oggi entrambi fanno ricorso a Marx per spiegare la persistenza di questa crisi.
Ha ragione lo storico britannico Eric Hobsbawm: “I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo. È ora di prendere di nuovo Marx sul serio”. Queste parole, con cui si chiude l’ultimo suo libro, Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo (tr. it. Milano, Rizzoli, 2011, pp. 476, euro 22), sono probabilmente anche la chiave di lettura del suo successo, con l’edizione originale finita subito in testa alle classifiche inglesi.
Chi però pensasse di trovare nel testo di Hobsbawm delle “ricette per l’osteria dell’avvenire” rimarrebbe deluso. Quello di Hobsbawm, pur sostenuto da una visibile e robusta passione politica, è un ponderoso saggio di storiografia, che raccoglie contributi scritti dall’autore in più di 50 anni, ma che riesce nondimeno ad essere un’opera organica. Il testo è suddiviso in due parti: la prima sul pensiero di Marx e (in minore misura) di Engels, la seconda sul marxismo, le sue metamorfosi e la sua influenza sulla storia dal tardo Ottocento ai giorni nostri.
In questa parte, ricchissima di informazioni, si trovano anche due importanti capitoli su Gramsci, che Hobsbawm considera il pensatore marxista più originale del Novecento in Occidente e “il pioniere di una teoria politica marxista”. Hobsbawm ricorda qui con ragione l’importanza del concetto di “egemonia”, per cui lo Stato non è solo coercizione, e il fatto che che il movimento operaio, se vuole prendere e mantenere il potere, deve diventare classe dirigente. Hobsbawm ci ricorda anche l’importanza assunta dal pensiero di Gramsci in tutto il mondo: soltanto dalle nostre parti, salvo poche e lodevoli eccezioni, Gramsci sembra dimenticato o, peggio, trasformato in un santino laico – una sorta di Piero Gobetti un po’ estremista.
A nessun altro marxista novecentesco Hobsbawm dedica altrettanto spazio: né a Lenin, né a Mao. Questa scelta è coerente con uno degli assunti di fondo del libro, secondo cui “la fine del marxismo ufficiale dell’Urss” avrebbe “liberato Marx dalla pubblica identificazione con il leninismo nella teoria e con i regimi leninisti nella pratica”. Questo è senz’altro vero, e Hobsbawm fa bene a prendersi gioco di coloro che deducono i gulag dal Manifesto del partito comunista: “da un punto di vista intellettuale, ciò è giustificabile quanto la tesi secondo cui tutta la cristianità deve logicamente e necessariamente sempre portare all’assolutismo papale, o tutto il darwinismo alla glorificazione della libera concorrenza capitalistica”.
Ma bisogna anche evitare di cadere nell’errore opposto: quello di separare in modo assoluto il pensiero di Marx dalla storia del marxismo (o, come Hobsbawm preferisce dire, dei marxismi), presupponendo che la storia del marxismo e del movimento operaio novecentesco sia una sequela di fallimenti e di false piste. Quando ad esempio si afferma, come fa Hobsbawm, che “non possiamo prevedere le soluzioni ai problemi che il mondo deve affrontare nel XXI secolo, ma se si vuole avere una chance di successo bisogna porre le stesse domande che si pose Marx, rifiutando al contempo le risposte dei suoi vari discepoli”, non soltanto si fa un’affermazione che è già dubbia nella sua categoricità (tutte le domande di Marx sono giuste? Tutte le risposte dei suoi discepoli sbagliate? E giuste e sbagliate rispetto a cosa, a quale situazione storica o a quale Paese e in quale fase del suo sviluppo?), ma si taglia il filo di una tradizione dotata di una sua reale continuità e – soprattutto – ci si priva della possibilità di apprendere dal proprio passato (dalle sue vittorie come dai suoi errori e sconfitte). Questo modo di procedere ha avuto notevole fortuna nella sinistra italiana, con risultati non entusiasmanti. Chi oggi voglia davvero cambiare il mondo non può più permetterselo.