La crisi dei «padroni dell’acqua»

L’acqua è un bene comune, un diritto umano universale e inalienabile o è una necessità che va soddisfatta mediante un servizio, soggetto quindi alle leggi del mercato? Questo dilemma, che ci poniamo raramente quando apriamo un rubinetto in casa nostra, ha mobilitato decine di migliaia di persone in questi giorni a Città del Messico. Dalla sua soluzione, tutt’altro che filosofica, dipende il destino di una parte consistente dell’umanità e dell’intero pianeta. Il 4° Forum mondiale dell’acqua, che ha riunito governi, organismi internazionali e imprese, ha mostrato che i «padroni dell’acqua» giocano in difesa e che il progetto neoliberale di accaparramento e mercificazione delle risorse idriche mondiali, per quanto avanzato, non avrà vita facile.

Le Jornadas en defensa del agua, animate negli stessi giorni da accademici, ecologisti e organizzazioni della società civile, hanno annunciato una dura battaglia contro le multinazionali del settore e i governi e gli organismi internazionali che le assecondano. La dichiarazione finale del foro alternativo, il più qualificato dei due a livello scientifico e di autorità morale, è stata resa pubblica domenica scorsa e crea un fronte comune, a cui partecipano attivisti e organizzazioni di più di 40 paesi, per la difesa del diritto all’acqua. Secondo l’italiano Renato Di Nicola, che ha partecipato alla stesura del documento, «la dichiarazione è frutto di un processo democratico, che ha raccolto tutti gli interventi di questi giorni, in contrasto con il forum ufficiale, che non presentava una struttura partecipativa».

Intitolata El derecho al agua es posible: gestión pública participativa, la dichiarazione del foro alternativo presenta una piattaforma unitaria che si articolerà, a partire da settembre, in una serie di iniziative locali dirette alla costruzione di un movimento mondiale. Il progetto prevede la creazione di un quadro normativo internazionale che garantisca la gestione pubblica delle risorse idriche, una serie di campagne contro l’appropriazione e la mercificazione dell’acqua oltre alla moltiplicazione dei tribunali dell’acqua in tutti i paesi. Un altro obiettivo consiste nell’obbligare imprese e governi a riparare tutti i danni alla salute umana e agli ecosistemi che provocano e a favorire tecnologie pulite, impianti di potabilizzazione e riciclaggio così come campagne informative sull’uso appropriato dell’acqua.

Molto più diviso e confuso del fronte altermundista, il foro ufficiale ha avuto serie difficoltà per arrivare alla redazione di un documento che accontentasse tutti i partecipanti e si è trovato a fronteggiare l’imprevista opposizione di alcuni paesi – fra cui Francia, Spagna, Venezuela e Messico – capeggiata dal nuovo governo boliviano. Abel Mamani, ministro dell’acqua di Bolivia, si è rifiutato di firmare qualsiasi documento che non menzioni chiaramente l’acqua come un «diritto umano. La Bolivia, di fatto, ha al suo attivo una delle poche battaglie vincenti nella guerra dell’acqua. Nel 1999, il governo boliviano, seguendo le ricette della Banca Mondiale, aveva concesso all’impresa Bechtel, un gigante del settore, la gestione e la distribuzione dell’acqua nella città di Cochabamba. Questa concessione non solo violentava le forme tradizionali di distribuzione, ma espropriava i pozzi, sia privati che comunitari, e incrementava le tariffe.

Una vera e propria sollevazione cittadina, nell’aprile 2000, obbligò il governo a rescindere il contratto. Con una contromossa che la dice lunga sul codice di comportamento delle multinazionali, la Bechtel chiese allora un indennizzo di 25 milioni di dollari per i mancati profitti. Dopo un lungo iter giudiziario, la richiesta dell’impresa è stata finalmente bocciata in sede legale.

Dopo la grande manifestazione di giovedì scorso a Città del Messico, la società civile ha fatto sentire ancora la sua voce: decine di ecologisti e di rappresentanti di ong hanno fatto irruzione domenica nel Centro Banamex, che ospitava il foro ufficiale, gridando slogan contro la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua. I manifestanti agitavano bottiglie di plastica vuote con dentro delle monete. Loïc Fauchon, presidente del Consiglio Mondiale dell’Acqua, un organismo privato che raggruppa le maggiori multinazionali del settore, ha tentato di spostare il problema, mostrando la strategia di ripiego dei neoliberisti. «Oggi il problema principale – ha affermato – è il cattivo uso della risorsa e non il conflitto sul fatto che l’acqua deve stare in mani private o pubbliche».