LA CRIMINOLOGA DEMOCRATICA

“Julia” è un fumetto- un mensile- di grande tiratura, letto ed amato a livello di massa. Uscito per la prima volta nel 1988 è giunto, nel marzo di quest’anno, al numero 126. Julia è una criminologa, insegna all’Università e nel contempo collabora con la Procura e la Polizia di Garden City, cittadina del New Jersey. Il suo viso, i capelli tagliati corti, la sua figura magra e aggraziata sono completamente tratti dalla mitica Audrey Hepburn ( così come Dylan Dog è tratto da Rupp Everett) e anche la sua estrema finezza e gentilezza d’animo sono gli stessi della protagonista di “Colazione da Tiffany”. Giancarlo Berardi ne è l’ideatore e l’ormai storica “scuderia Bonelli ” ( Tex Willer, Dylan Dog, Nick Raider ed altri ancora ) ne è la casa editrice.

Perché parliamo di “Julia” su di un giornale comunista ? Primo, perché un giornale comunista ha il dovere di decodificare, sul piano culturale, ogni fenomeno di massa; secondo, perché “Julia” è un fumetto dalla profonda e inaspettata spinta democratica e progressista, spinta ancor più importante poiché giunge ad un numero altissimo ( in quest’ Italia dall’ormai vasto senso comune conservatore e reazionario) di giovani, studenti, lavoratori.

Come si può impostare una “discorso” su “Julia ”? Innanzitutto superando di slancio ogni pigrizia mentale e cristallizzazione intellettuale, cancellando cioè la vecchia, idealista, crociana divisione tra letteratura “maggiore” e “minore” ( secondo la quale, ad esempio, il “giallo”, per sua stessa struttura stilistica, sarebbe minore, indipendentemente dal proprio valore letterario, rispetto al romanzo borghese classico) e assumendo – al contrario – una concezione materialistica di arte, quale “griglia” ( secondo Lukàcs) di lettura profonda della realtà ( come fu, tra le altre, l’opera di Balzac) e “vettore” di una concezione del mondo.

Da questo punto di vista il fatto che “ Julia” sia un fumetto non può e non deve comprometterne, a priori, il valore letterario : tale valore non lo si deduce dalla forma letteraria in sé, ma dalla forza di evocazione della realtà che la forma letteraria scelta produce, indipendentemente dal fatto che la forma sia una pagina completamente scritta, dei versi poetici o un fumetto.

Secondo punto. Proprio perché abbiamo cancellato ogni artificiale divisione tra letteratura di serie A e di serie B, possiamo, senza timore di diminuirne il valore, collocare “Julia” nell’ambito della letteratura “noir”, del giallo, della “crime story”, della “pulp fiction”. E costituire una relazione stilistica sicura tra “Julia” e scrittori come Raymond Chandler e Dashiell Hammett, tra i massimi rappresentanti del moderno “giallo”, della “hard boiled” metropolitana. Come è noto sia Chandler che Hammett rompono definitivamente con il “giallo” compassato ed esterno ad ogni contraddizione sociale della Agatha Christie, che – pur nella sua grandezza – interpretava il “noir” come una sorta di enigma da risolversi all’interno di ambiti chiusi, quasi astorici e atemporali: ville, treni, case, tutto tranne la società viva e segnata dai conflitti di classe. Chandler e Hammett ( non per niente un comunista, iscritto, sin dal 1937, al Partito Comunista statunitense e per questo perseguitato, sino alla galera, dal maccartismo) rovesciano completamente la “logistica” della Christie e immergono le loro storie nel duro vivere sociale, nell’inferno metropolitano e capitalista. Esattamente come avviene nelle pagine di “Julia”, nelle quali entrano prepotentemente – sino ad esserne protagoniste – le contraddizioni sociali, i conflitti tra le classi e la durezza del vivere quotidiano degli emarginati e dei “dannati della terra”.

Ed è su questa base strutturale che in “Julia” emergono le questioni sociali “calde” : la miseria e la ricchezza, il razzismo, lo sfruttamento, la questione femminile e ambientale ecc. Questioni tutte affrontate da un punto di vista chiaramente democratico e progressista : Julia, la criminologa ( oltre che risolvere il “giallo” e consegnare il delinquente alla giustizia) ha orrore e combatte ogni forma di razzismo, ogni forma di oppressione, di sfruttamento, di speculazione derivante dalla concezione del profitto. Stabilendo, peraltro, una differenza significativa tra sé e i famosi ispettori cinici e duri di Chandler e Hammett: Philip Marlowe e Sam Spade ( non per niente entrambi interpretati, al cinema, da un altro duro come Humprey Bogart). Julia, proprio perché donna che si sottrae al dominio culturale maschilista, è investigatrice capace quanto compassionevole, determinata nel servire la legge ma anche comprensiva delle condizioni di vita, a volte devianti, del proletario e del sottoproletario. E, a differenze di tante eroine di romanzi e di fumetti “noir”, non dispone di nessuna dote sovrumana e superomista, non sa usare le armi né conosce le arti marziali. E’ solamente una criminologa intelligente, intuitiva e paziente nel dipanare la matassa del “giallo”.

Tutta l’ormai lunga serie di “Julia” è disseminata da fortissime inclinazioni antirazziste e democratiche, volte alla difesa dei diritti, sociali e civili ( e a dimostrazione della consapevolezza con la quale Giancarlo Berardi ha costruito il suo personaggio positivo e in controtendenza vi è il fatto che Julia ha un preciso contro altare nel tenente Alan Webb, uno che considera le prostitute, i drogati, i ladri, gli emarginati, “la feccia dell’umanità”, da condannare e colpire senza la minima pietà sociale).

Nel numero 41 di “Julia” ( “ Il tassista”, ma potremmo citare forse ogni numero del fumetto) vi è , appunto, un tassista razzista e attraversato da una pulsione fascista che lo porta ad odiare ( e uccidere) ogni “diverso”. Una pulsione che lo porta ad identificarsi col Travis Bickle ( Robert De Niro) di “Taxi Driver”. Ma è nel numero 65 di “ Julia” , del febbraio 2004, che – ad esempio – la natura progressista di Julia va oltre lo stesso progressivismo per assumere i valori della sinistra di classe lambendo l’internazionalismo. Nel numero 65 ( “ Segreti di famiglia”), infatti, il “giallo” è ambientato nella Cuba di Fidel, nei giorni della morte del “Che” e lo sguardo che si volge verso Cuba e la Rivoluzione è uno sguardo molto più che benevolo: è uno sguardo amico che condanna il “ bloqueo” statunitense.

Antonio Gramsci, in “ Letteratura e vita nazionale”, notava come in Italia non fosse mai esistita una letteratura popolare come quella francese dei “feuietton”, che contribuiva, in qualche modo, a fornire al nascente proletariato una minima coscienza di sé e affermava che, nel nostro Paese, un ruolo simile a quello dei romanzi d’appendice era stato svolto dal melodramma.

Gramsci così rifletteva in base ad un assunto: che, specie in tempi di egemonia profonda della cultura dominante, la “controcultura” può ( e deve) organizzarsi in ogni possibile casamatta. Ogni postazione è buona – insomma- per resistere culturalmente al dominio della classe dominante. In questo tempi di berlusconismo oscuro e di vasto conformismo anche le pagine coraggiose e in controtendenza di “Julia”, di un apparente modesto fumetto, possono aiutare.