La costituzione emergenziale di Mr. Tortura

Il Professor Tortura. E’ stato soprannominato così John Yoo, uno dei pochi uomini di legge ad avere avuto più di un’influenza sulle politiche giudiziarie statunitensi contro il terrorismo. Di origini coreane, questo liberto neoconservatore ha un curriculum accademico di tutto rispetto: laureato alla prestigiosa Yale Law School, ha lavorato per il giudice della corte suprema Clarence Thomas (come lui liberto repubblicano, ma afroamericano) e oggi insegna legge all’università di Berkely in California. Come molti studiosi conservatori, Yoo è scettico sulla legge internazionale, crede che i liberal abbiano indebolito l’istituzione della presidenza a partire dalle dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate, reclama un rafforzamento dei poteri della Cia e dei militari per combattere i nuovi nemici della «civiltà».
Ciò che distingue Yoo dai suoi compagni di corrente neocon, e in un certo senso contrassegna la sua originalità, è l’attribuzione al presidente del potere di dichiarare guerra e di gestire l’emergenza della guerra contro il terrorismo. La sua tesi è che la Costituzione americana attribuisce ai «Padri Fondatori» la volontà di accentrare nelle mani del Presidente un potere che invece dovrebbe essere condiviso con il congresso. Quella esposta nel suo ultimo libro, The Powers of War and Peace: The Constitutional and Foreign Affairs After 9/11 (University Of Chicago Press), è una tesi sicuramente tendenziosa e tende a tracciare il profilo di un dispotismo elettivo, quello del presidente al quale viene attribuito il potere di dichiarare la guerra ed utilizzare ogni mezzo legale o illegale per combattere la minaccia dei nemici interni o esterni per la sicurezza del Paese.

Potere plebiscitario
Nata dalla rivolta contro il dispotismo monarchico la Costituzione americana sostiene esattamente il contrario. Ma il libro di Yoo registra comunque un disagio crescente nei confronti della crisi costituzionale negli Usa. Un brillante giurista liberal come Bruce Ackerman nel suo ultimo volume The Failure of the Founding Fathers. Jefferson, Marshall, and the Rise of Presidential Democracy (Harvard University Press) la spiega così: i Padri Fondatori hanno fallito perché non hanno saputo prevedere che la natura plebiscitaria del potere presidenziale. La sua elezione diretta, a dispetto del ruolo che hanno i grandi elettori nella complicata legge elettorale di questo paese, gli attribuisce una serie di poteri talmente discrezionali da consentirgli oggi, nell’epoca della guerra contro il terrorismo, di godere di un’autonomia ai confini dell’arbitrio.
La pietra dello scandalo rimane il secondo articolo della Costituzione, quello che attribuisce al presidente il ruolo di «comandante in capo» nella guerra contro chiunque minacci la sicurezza nazionale del paese. I padri fondatori divisero attentamente il potere presidenziale di dichiarare la guerra da quello del congresso di autorizzare il presidente a dichiararla. Con la crescita spropositata dei poteri dell’esecutivo, invece, questa distinzione viene meno e lascia al presidente la libertà di dichiarare guerra, ma anche di intercettare illegalmente conversazioni telefoniche, di formare corpi di intelligence paralleli adibiti alla «guerra sporca» contro il terrorismo, di creare un sistema di carcerazione illegale come quello di Guantanamo appena cancellato da una sentenza della Corte Suprema a fine giugno.
Yoo ha partecipato a tutto questo scrivendo dei memorandum per l’esecutivo tra il 2001 e il 2002 – quando era consigliere dell’attuale ministro della giustizia Alberto Gonzales, un altro liberto alla corte imperiale di Bush. Quello che colpisce in quest’uomo è la deliberata scelta di stare da una parte e di servirla con ogni mezzo necessario. Yoo, come per altri versi l’attuale Segretario di Stato Condoleeza Rice (già docente di scienza politica all’università di Stanford), appartiene ad una nuova categoria di intellettuali-consiglieri del potere, quella che il giovane americanista Mattia Diletti nel saggio «I multi-Kulti di Bush» pubblicato su Posse (L’arte della guerra, Manifestolibri) ha chiamato i «nuovi ebrei di corte» del XXI secolo. Gli ebrei di corte assicuravano alle corti tedesche del XVII secolo il loro expertise per giustificare decisioni prese contro gli interessi del sistema feudale o della burocrazia statale.
Yoo ha fatto la stessa cosa preparando il brodo primordiale dal quale l’Amministrazione ha pescato gli argomenti per aggirare i vincoli delle convenzioni di Ginevra, le leggi del diritto penale internazionale e la ha consentito di rapire i sospetti di terrorismo in tutto il mondo.
Le cronache italiane raccontano di un infortunio in cui Yoo è incorso lo scorso 24 maggio durante una conferenza organizzata all’università di Trento dove ha insegnato per un semestre. Sui volantini distribuiti dal collettivo «Rights-in-action» c’era riportata una sua frase: «Nessun trattato o legge può impedire al presidente di autorizzare la tortura di un bambino se egli ritiene che ciò sia necessario per la salvaguardia della sicurezza statunitense».
Dunque, un realista che non ha timore di eccedere in crudeltà (o in imprudenza). Che brividi quando Yoo ha commentato la decisione presa due settimane fa dalla Corte Suprema – e assunta dalla Casa Bianca qualche giorno fa – di cancellare i tribunali militari che hanno avuto sin’ora la competenza sui prigionieri di Guantanamo. In un’intervista rilasciata il 2 luglio scorso al New York Times, Yoo ha detto che la Corte Suprema «ha attentato al pensiero creativo». La sua reazione si spiega con il disagio dei giuristi sulla supplenza operata negli ultimi anni dalla Corte Suprema in vece del Presidente e del Congresso. Se infatti Ackerman rivendica questo ruolo in una prospettiva democratica, agli occhi dei conservatori quella della Corte è diventata invece un’insopportabile dittatura dei giudici.

Una tortura umanitaria
Il protagonismo della Corte Suprema si spiega con l’unilateralismo del potere esecutivo che non sembra più tollerare dall’11 settembre limiti alla propria azione. E’ probabile che la sentenza di fine giugno sia un colpo al sistema «giuridico» della «guerra al terrore», che autorizza – con le parole di Yoo – la tortura per estorcere una confessione dei detenuti «a condizione che non minacci la loro sopravvivenza». Ma non è detto che la Corte non dia invece ragione al Presidente quando dovrà decidere sulla legittimità delle intercettazioni ordinate segretamente da Bush per ascoltare milioni di cellulari americani. Un organo a maggioranza repubblicana, infatti, può benissimo condannare la presidenza su Guantanamo, potrebbe darle invece ragione sulle intercettazioni. Gli affari interni – e la sicurezza nazionale – sarebbero in questo caso competenza esclusiva del Presidente. E, di rimando, ne confermerebbe il potere di gestire l’emergenza della guerra al terrore.
Al di là della crisi costituzionale in atto negli Usa, c’è qualcosa di tremendamente serio in questo libro di Yoo. In un certo senso le critiche al suo libro sono formalmente giuste, ma mancano il bersaglio. Perché Yoo ha ragione quando dice che, a partire dalla guerra in Corea (1950-1955), i presidenti americani hanno dichiarato guerra senza interpellare il Congresso e il Senato. Da allora questa ingerenza si è ripetuta 125 volte. Il Congresso è intervenuto solo 5 volte. Yoo ne deduce che, in caso di pericolo, «la nazione deve difendersi, anche preventivamente».
Non sarà quindi una sentenza, né uno scandalo dell’intelligence, a confutare questa tendenza. Forse un giorno potremo dire che in questi anni uomini come John Yoo hanno conquistato il loro posto in paradiso. E il suo The Powers of War and Peace corre seriamente il rischio di diventare la Bibbia che il Presidente apre ogni mattina prima di recitare l’Apocalisse ai quattro angoli dell’Impero.