«La Costituzione è un patrimonio indisponibile»

“La Costituzione è un patrimonio indisponibile. Le ragioni del No al referendum”, questo il titolo dell’ultimo convegno, promosso dai Giuristi Democratici e da Magistratura Democratica. Un convegno che ha visto la partecipazione triangolare al dibattito di costituzionalisti (Leopoldo Elia, Sergio Stammati, Gaetano Azzariti, Giuseppe Ugo Rescigno), magistrati ( Luigi Scotti, Filippo Paone, Domenico Gallo, Elisabetta Cesqui, Fiorella Pilato) e avvocati (Arturo Salerni, Francesco Romeo, Giuseppe Bozzi, il sottoscritto, ndr) scesi in campo contro il netto rifiuto della revisione della Carta costituzionale da tutelare e non certamente da travolgere.
La critica alla revisione è molteplice. Una bocciatura sonora sia nelle forme sia nel metodo sia ancora nei contenuti: innanzitutto perché, riassumendo velocemente, non è consentito nel nostro ordinamento un “potere costituente” a colpi di maggioranza parlamentare che alteri l’intero assetto istituzionale, modificando gli equilibri, le competenze e le regole di tutti gli organi costituzionali, dal parlamento al governo, dal presidente della Repubblica al presidente del consiglio, dallo stato alle regioni; inoltre ancora perché al posto degli attuali equilibri tra i poteri dello stato si avrebbe per l’intera legislatura un Primo Ministro “padrone della Camera” e in posizione dominante sull’intera macchina costituzionale e si passerebbe, con la cosiddetta Devolution, al federalismo in favore delle sole regioni agiate. Ma queste sono critiche ormai abbastanza diffuse e piuttosto note all’opinione pubblica, quello che è meno noto è la recisa avversione del mondo accademico e degli esperti, con argomentazioni giuridiche e storiche ineccepibili.

E qui il no alla controriforma targata Cdl è senza rimedio, come illustrato da docenti e studiosi del calibro di Stammati, Elia, Azzariti, Rescigno a partire dalla disamina dei lavori dell’Assemblea Costituente e delle posizioni dei “padri costituenti”, a cominciare da Calamandrei, le cui parole sono state ripetutamente riportate in vari interventi con qualche commozione e qualche lacrima, nonché dei principi fondamentali, ritenuti appunto “indisponibili”, della Costituzione stessa che, se sono oggetto peculiare della prima parte, ricorrono comunque anche nella seconda parte come filo conduttore in altri articoli, a indicare un ulteriore pericolo della revisione. Il dibattito ha di fatto smantellato la curiosa accusa di “conservatorismo” rivolta ai critici della revisione. A difendere la bontà della nostra Costituzione c’è inoltre l’esperienza storica concreta, che indica – come dato incontrovertibile – come la forma-stato introdotta nel ’48 ha certamente funzionato e giovato alla società civile che ha conosciuto una crescita economica e un progresso democratico davvero senza precedenti nella storia d’Italia. Pensiamo – per paragone e a nostro conforto – cosa erano lo stato, i diritti e la societa’ nell’epoca precedente, tra statuto albertino e regime fascista.

In definitiva la legge fondamentale dello Stato ha funzionato: allora perché stravolgerla?

Semmai, bisognerebbe aggiornarla, alla luce dell’evoluzione dei tempi: ma nel solco delle regole costituzionali e della tradizione politica democratica, non come «eversione dall’alto», al servizio del liberismo capitalistico e dei suoi (pochi) privilegiati fruitori. Così il prossimo referendum assume una valenza davvero epocale, esattamente come negli anni della Costituente: sono in ballo le sorti, il futuro democratico, il progresso civile dell’intera società. I veri «conservatori», ora come allora, sono quindi coloro che sognano e tentano un’«eversione dall’alto» giocando con le parole: ma i fatti sono tutt’altro, e indicano la volontà di conservare e accrescere, tramite la revisione, i privilegi ingiusti di pochi contro i diritti giusti di tutti, di un intero popolo sovrano. La mobilitazione per il “No al referendum” e per la difesa della Costituzione è dunque un dovere ineludibile per le sorti della democrazia stessa.

* Giurista