La costituzione divide l’Iraq

La nuova costituzione, creata per dividere l’Iraq secondo linee etnico-confessionali, non sembra abbia convinto la popolazione irachena, di sicuro i sunniti ma anche molti sciiti e laici, che in maggioranza o non avrebbe votato o avrebbe votato contro la nuova Carta. Lo si deduce dai primi, frammentati dati della stessa commissione elettorale secondo la quale la media dei votanti al referendum sarebbe stata attorno al 60%, poco meno di nove milioni, sui quindici milioni di iracheni che si erano registrati. Gli aventi diritto al voto sarebbero invece circa 19 milioni su una popolazione di 26 milioni di abitanti. Tali percentuali non tengono però conto della grande provincia sunnita di Anbar dove in molti centri come Ramadi o nelle cittadine vicino al confine con la Siria, come al Qaim, ancora sotto il fuoco Usa, molti seggi elettorali non hanno neppure aperto. Dai primi dati emerge però con chiarezza che, a differenza dello scorso gennaio, dove hanno potuto, molti cittadini iracheni sunniti hanno partecipato al voto per esprimere così il loro no alla nuova costituzione e alla divisione del paese. In altri termini l’appello di diciannove tra le più importanti organizzazioni sunnite ad andare a votare per bocciare la costituzione sembra abbia avuto un certo peso facendo alzare la percentuale dei votanti in alcune importanti province a maggioranza sunnita (ma con consistenti minoranze sciite e curde) come Salahuddin, Diyala e Niniveh o in alcuni quartieri di Baghdad come Adamiya dove sembra che i votanti abbiano superato il 65%. Tutto ciò nonostante la defezione, a poche ore dal voto, del partito Islamico Iracheno schieratosi per il si dopo aver ottenuto dall’ambasciatore Usa Zalmay Khalilzad (il vero estensore di questa costituzione voluta a tutti i costi da Bush per giustificare la continuazione dell’occupazione, la disgregazione dell’Iraq e il controllo delle sue risorse) tre «concessioni» che però non rimettono in discussione la dearabizzazione e la divisione del paese: l’inserimento di un preambolo sul mantenimento dell’unità dell’Iraq, la possibilità per il prossimo parlamento di modificare la costituzione ma con una maggioranza dei 2/3 (che i sunniti non avranno mai), e l’impegno che i semplici iscritti al partito al Baath non saranno più lincenziati dai posti di lavoro statali. L’altra percentuale di votanti nelle tre province a maggioranza sunnita probabilmente non porterà ad un superamento della fatidica soglia dei due terzi di voti contrari necessaria per bloccare la costituzione ma in ogni caso dovrebbe far emergere con chiarezza il fatto che solo una minoranza degli iracheni si è schierata con la costituzione americana. L’invito a votare no dei leader politico-religiosi sunniti ha ottenuto inoltre che, tranne dei casi isolati riconducibili ai settori più vicini ad al Qaida, la resistenza ha sostanzialmente ignorato le operazioni di voto e, per un giorno, dopo aver interrotto l’erogazione di energia elettrica a Baghdad e Basra, sembra quasi aver sospeso le operazioni militari. Scelta politica o accordo di tregua con gli occupanti per dare a Bush qualche photo oppurtunity sull’avanzare della democrazia in cambio di qualche altra concessione?

Secondo i primi dati, molti voti contrari e una forte astensione, nonostante l’appello per il si della massima autorità religiosa sciita, l’ayatollah al Sistani ci sarebbero stati anche nelle zone a maggioranza sciita nel sud dell’Iraq come le province di Dhi Qar, (Nasseriyah) Najaf e Basra. Più fedeli ad al Sistani sembrano essere stati gli abitanti delle province sciite di Babil e Kerbala. Interessante il fatto che nella stessa «zona verde», la città proibita degli americani e del governo collaborazionista, dove votavano molti impiegati e funzionari dei ministeri, i no alla costituzione «made in Usa» hanno superato il 36% mentre nelle province della zona autonoma curda – dove nel gennaio scorso vi erano state percentuali molto alte- in questo caso il numero dei votanti è drasticamente diminuito. L’ex premier Allawi, sciita e vicino agli Usa, è stato uno dei primi politici iracheni a commentare il voto sostenendo che «i nostri problemi sono tutti li…la bozza di costituzione in realtà è tutta da discutere». Nel giorno nel quale il voto sulla costituzione sembra aver diviso ulteriormente gli iracheni, il «New York Times» ha rivelato che le operazioni militari Usa in Iraq si sarebbero allargate in territorio siriano. Gruppi di commandos della Delta Force, secondo l’autorevole quotidiano, starebbero operando già al di là del confine.