La cosa russa di Diliberto piace solo a lui

Prima una dichiarazione che più esplicita non si può: «Non sciolgo il Pdci e falce e martello restano». Poi la notizia di un prossimo viaggio a Mosca dove, in occasione del novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Diliberto affermerà che quell’evento «resta un punto di riferimento imprescindibile». Il segretario del Pdci, rinfrancato dal bagno di folla di sabato scorso, traccia il suo perimetro del soggetto unitario che verrà: una “Cosa russa”. E ieri ha pure tentato una variante sul tema (per la serie: al cuore non si comanda) presentando l’edizione italiana del Granma, l’organo di informazione del Partito comunista cubano, che ogni ultimo giovedì del mese sarà pubblicato come inserto di Rinascita, il quotidiano del Pdci. Falce, martello e bandiera rossa, dunque, non si toccano perché, dicono al quartier generale del partito, non si può regalare un due per cento a Ferrando e ai dissidenti di Rifondazione, che in quei simboli si riconoscono. E la presenza di Diliberto nella Piazza Rossa il prossimo 7 novembre, con il segretario del Partito comunista della federazione russa Ziuganov, rappresenta un chiaro messaggio in tal senso. Il responsabile esteri del Pdci Iacopo Venier spiega: «Quel viaggio riguarda il fatto che una sinistra moderna non può prescindere dal rapporto col passato. Siamo orgogliosamente comunisti e irriducibilmente tali. Quella rivoluzione ha novant’anni ma non li dimostra». E lo storico Nicola Tranfaglia che dirigerà il quotidiano online del Pdci aggiunge: «La falce, il martello e la stella indicano lo star vicino alle masse lavoratrici, ai più umili, sono un simbolo della lotta di liberazione di tutti gli oppressi».
E Mosca? «Non è nostalgia ma il riconoscimento che quell’evento ha avviato un processo».
Ma (corre l’anno 2007) quella che fu la “grande madre Russia” sembra dividere la sinistra-sinistra, così come la falce e il martello dividono i promotori della Cosa rossa. Non mostra alcun entusiasmo sulla trasferta russa il responsabile esteri di Rifondazione comunista Fabio Amato che dice: «Ci sarà una nostra delegazione, siamo stati invitati, ma non parleremo». Ma è tutto lo stato maggiore di Rifondazione che si sente più impegnato nel socialismo del XXI secolo che nel comunismo del XX secolo. Russo Spena non usa perifrasi: «La federazione unitaria e plurale che stiamo costruendo non potrà avere nel simbolo la falce e il martello, e nemmeno il nome comunista La parola irrinunciabile è solo “sinistra”». E precisa «La scelta che stiamo facendo è politica. Noi vogliamo costruire una nuova sinistra con comunisti, socialisti, verdi, pacifisti, ambientalisti, e quindi dovremo trovare un simbolo comune». E Mosca? «Andare a Mosca non significa molto con quell’autocrate di Putin». Alfonso Gianni, che di un partito unico della sinistra è tra i più convinti fautori la mette giù dura: «E infantile pretendere che nel processo unitario ognuno tenga il suo simbolo. Tra l’altro dobbiamo costruire un partito vero e non un rassemblement elettorale. Nel nome la parola chiave è una sola: “sinistra”». E Mosca? «Andrei lì solo per vedere l’Inter ma ormai è tardi». Nemmeno dalle parti di Sd è stata molto apprezzata l’uscita di Diliberto. Fulvia Bandoli sdrammatizza «Proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. Dalla manifestazione del 20 è arrivata una forte richiesta di unità. Il processo in atto è dunque molto positivo, con gli stati generali, la costituente, il confronto sui contenuti». Ma poi lo vede mezzo vuoto: «Diversamente da Diliberto non partirei dal nome, altrimenti non riusciamo a fare l’unità della sinistra. Anche perché che falce e martello non unifichino la sinistra italiana non lo scopriamo oggi». Anche Paolo Cento dei Verdi vede il bicchiere mezzo pieno: «Credo che Diliberto voglia rassicurare il suo elettorato nel momento in cui sta per nascere una cosa nuova. Ma la sinistra che dobbiamo fare non può solo unire ciò che resta del Pci. Al congresso del suo partito mi pare che Diliberto si sia mosso in questa direzione». Anche se, anche allora, in sala campeggiava una falce e martello che nemmeno ai tempi del Pcus.
Ma se – come prevedibile – Sd e Verdi vogliono un nome e un simbolo che con la tradizione comunista non abbiano nulla a che fare, l’iniziativa di Diliberto (e forse non è un caso) potrebbe trovare consensi tra i critici di Rifondazione. Claudio Grassi dell’area “Essere comunisti”, infatti, proprio non ci sta ad andare oltre: «Non sono disponibile a mescolare quattro forze per farne venire fuori una che non si capisce cosa sia. Continuo a difendere l’identità comunista nel nome e nel simbolo». E Mosca? «Sono al Senato e con l’aria che tira non mi posso muovere».