La “Cosa Rossa” si incrina ancora prima di nascere

ROMA. La cosa rossa si è già incrinata: alla vigilia degli Stati generali della Sinistra, che si terranno a Roma domani e domenica, la Federazione che dovrebbe tenere insieme Rifondazione comunista, Sinistra democratica, Verdi e Pdci e dare un volto unitario agli esclusi dal Partito democratico, comincia a bisticciare. A rompere la monotonia ci ha pensato il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, grande sponsor dell’Arcobaleno nel simbolo (segno grafico, nel linguaggio politically correct) presentato due giorni fa, che ha messo sul tavolo le pre-condizioni ambientaliste: «No alla leadership di Fausto Bertinotti, no a quella di Nichi Vendola (ndr, governatore della Puglia, di Rifondazione), no alla mia. Un nome potrebbe essere quello di Stefano Rodotà». Il Ministro verde ha detto anche di più, spiegando ai compagni di federazione «che di cosa rossa non si deve parlare più».
Mica male, come inizio. Anche perché, all’interno di Rifondazione e del Pdci, c’è chi sostiene che il capo dei Verdi, negli ultimi tempi, si sia riavvicinato e di molto al Partito democratico. Voci, queste, che si sommano alle divisioni nette che la Federazione dei quattro ha su almeno un paio di punti-chiave: il futuro del Governo Prodi, con la richiesta della verifica a gennaio 2008 da parte di Pdci, Sinistra democratica e Rifondazione ma non dei Verdi e con la spaccatura sulla riforma elettorale, con Bertinotti e Fabio Mussi (Sd) che aprono ad un’intesa bipartisan alle regole di voto mentre Pdci e Verdi non ne vogliono sapere di appoggiare una possibile intesa Veltroni-Berlusconi. Un quadro tutt’altro che unitario al quale, nelle ultime settimane, si sono sommati i mal di pancia interni alle singole formazioni. Nel Pdci di Oliviero Diliberto, il più scontento di tutti è Marco Rizzo. A lui, quel segno bucolico dell’Arcobaleno, senza accenni alla falce e martello, non è andato giù e lo dice. Tanto che alcuni, all’interno dei Comunisti italiani, temono che stia pensando a dare vita ad una miniscissione. In Rifondazione comunista a storcere la bocca, sulla Federazione nascente, è Fosco Giannini, senatore, direttore della rivista L’Ernesto ed una recente polemica con il Tg2 sul significato della Rivoluzione d’Ottobre, descritta dal telegiornale Rai come «un sanguinoso colpo di Stato», anziché come uno dei «più grandi eventi della storia dell’umanità». Dei Verdi, abbiamo già detto: qui il dissenso più forte sull’identità da dare alla Sinistra sembra proprio quello di Pecoraro Scanio che ha già cominciato a indicare i nomi, graditi e no, per la leadership. Nella Sinistra democratica di Fabio Mussi, in sostanza i Ds contrari alla nascita del Pd, le divisioni sono già state superate con l’uscita di Gavino Angius e di Franco Grillini, passati nei Socialisti. Eppure, al di là delle fibrillazioni, stando ai sondaggi uno spazio elettorale e politico per un soggetto unitario di sinistra-sinistra in Italia sembra esserci tanto che le ultime rilevazioni gli accreditano un 10%, oscillazione più, oscillazione meno. Persino Walter Veltroni, ieri, ha elogiato l’operazione Sinistra unitaria, ironia della sorte proprio mentre emergevano le divisioni interne: «Se quattro partiti – nota il leader del Pd – decidono di farne uno solo, rinunciando anche al simbolo, considero questa una scelta importante. Per qualcuno di loro, come i Verdi, possono nascere elementi di contraddizione, ma è comunque positivo – osserva – che la sinistra radicale superi le sue differenze. Con essa potremo vedere, su quale base programmatica, come tessere il filo del dialogo». Sperando che quell’amore appena nato, tra Sd, Pdci, Verdi e Rifondazione, non sia già finito.