La Corte costituzionale su concorsi pubblici e concorsi “riservati”

Benché la notizia si presti apparentemente ad essere liquidata come un “breve”, conviene forse farne oggetto di una riflessione un po’ più approfondita.
La notizia è questa: la Corte costituzionale, con sentenza n. 206 del 26 maggio scorso, ha dichiarato costituzionalmente illegittima una legge della Regione Umbria che aveva previsto la possibilità di riservare il 40% dei posti messi a concorso a favore di “soggetti che abbiano già avuto rapporti di lavoro” con la pubblica amministrazione, purché in possesso degli altri requisiti di volta in volta previsti nei bandi (titolo di studio, idoneità fisica, ecc.). Ad avviso della Corte, infatti, una previsione del genere viola gli articoli 3, 51 e 97 della Costituzione, in quanto la circostanza di aver prestato attività a favore della pubblica amministrazione non può essere considerata “di per sé”, cioè in mancanza di altre particolari e straordinarie ragioni, un valido presupposto per una riserva di posti e, di conseguenza, si risolve in un “arbitrario privilegio a favore di una generica categoria di persone” e in una immotivata deroga al principio costituzionale del pubblico concorso, che dev’essere per contro aperto a “tutti i cittadini”.

Considerato che la Corte ha ripetutamente affermato principi del genere, dichiarando sistematicamente l’illegittimità costituzionale di leggi statali o regionali che istituivano abusivamente riserve di posti a favore degli “intranei”, si potrebbe appunto farne una “breve”: niente di nuovo sotto il sole. Vale però la pena, come si diceva all’inizio, di ragionarci un po’, perché il principio enunciato dalla Corte colpisce al cuore la prassi silenziosa quanto diffusa dei cosiddetti “concorsi interni”.

Cosa sono i “concorsi interni”? Lo dice il nome: si tratta di concorsi interamente riservati ad appartenenti alle pubbliche amministrazioni. La prassi e la dottrina ne distinguono due tipi: concorsi per l’accesso ad un miglioramento retributivo, senza alcun mutamento nelle mansioni, e concorsi che, invece, attribuiscono al vincitore il diritto (e il dovere) di svolgere mansioni più qualificate e, conseguentemente, gli attribuiscono una retribuzione più elevata. Dopo la cosiddetta privatizzazione del pubblico impiego e l’adozione di schemi di classificazione del personale ripartiti per “aree professionali”, in cui sono state accorpate le vecchie “qualifiche funzionali”, si tende per lo più a far coincidere i primi (denominati progressioni orizzontali) con quelli che assicurano al vincitore una mobilità all’interno dell’area e i secondi (progressioni verticali) con quelli che permettono al vincitore di accedere ad un’area superiore. Ma la cosa non è così semplice: esistono infatti contratti collettivi, come ad esempio quello vigente per i dipendenti dei Ministeri, che disciplinano le aree differenziando, al loro interno, mansioni superiori e mansioni inferiori e in cui, conseguentemente, una progressione verticale può rivenirsi anche in un concorso finalizzato a consentire la mobilità da un livello all’altro della stessa area.

Tralasciamo pure la querelle giurisprudenziale su chi debba essere il giudice dei “concorsi interni”, se il tribunale del lavoro o il Tar. La domanda da porsi, in realtà, è un’altra: posto che la Corte costituzionale ha ripetutamente affermato che l’accesso ad un posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate è soggetto alla regola del pubblico concorso, trattandosi del metodo che offre le migliori garanzie di selezione dei più capaci (si veda ad esempio la decisione n. 194 del 2002, dove sono contenuti ampi richiami alla precedente giurisprudenza della Corte stessa), può dirsi legittima la prassi di bandire concorsi interni per progressioni verticali?

La questione non è affatto secondaria. Da quando si è imposta la necessità di frenare la spesa statale, le amministrazioni pubbliche hanno di fatto bloccato il turn-over. In questo modo, via via che i dipendenti più anziani venivano collocati in quiescenza, i relativi vuoti d’organico sono stati colmati bandendo altrettante progressioni verticali, che – essendo disposte attraverso atti che il Testo unico sul pubblico impiego considera di diritto privato – sono state poste al riparo dall’occhio critico della Corte costituzionale. Per di più, come recentemente documentato in un’inchiesta di “Report”, il sistema delle “convenzioni” fra amministrazioni pubbliche e università ha consentito a centinaia di dipendenti pubblici di acquisire una laurea con forti sconti sugli esami e, con ciò, di accedere anche alle qualifiche più elevate, a spese di migliaia di giovani laureati che sono rimasti tagliati fuori dalla possibilità di concorrervi. E il tutto mentre, per le qualifiche più basse, si ricorreva alle più svariate forme di precariato, in forza di una normativa che, impedendo (per fortuna, sia chiaro!) che l’assunzione a termine in deroga alla legge possa sfociare nella trasformazione del rapporto in un impiego a tempo indeterminato, ha permesso a molti politici e amministratori locali di gestire migliaia di giovani (e meno giovani) disoccupati, con ovvi ritorni elettoralistici.

Che tutto ciò sia legittimo, alla luce dei pronunciamenti della Corte costituzionale, è oltremodo discutibile. Immaginiamo che da più parti (specie sindacali) si leverà il coro a salvaguardia dei concorsi interni: la necessità di “non disperdere le professionalità acquisite”, di “garantire le legittime aspettative di carriera”, ecc. Sfortunatamente, si tratta degli stessi argomenti che la Consulta ha più volte ritenuto inidonei a giustificare una deroga al pubblico concorso: la privatizzazione del rapporto d’impiego non può risolversi nell’appropriazione della pubblica amministrazione da parte degli intranei, almeno secondo la Costituzione vigente, e per tutelare la loro professionalità basta prevedere un punteggio ad hoc.

Alla preoccupazione di quanti, nell’abusivo ricorso alle progressioni verticali, hanno visto una comoda scappatoia per sottrarsi all’assalto di centinaia e centinaia di persone ad ogni bando per ogni posto di infermiere o di vigile urbano, obietteremmo invece che la disoccupazione – salvo che per i monetaristi – non è una colpa. Avvantaggiare indebitamente chi un lavoro ce l’ha e condannare al precariato chi vorrebbe averlo, invece, forse sì.