La coperta di Prodi

La «Questione palestinese», cuore del conflitto mediorentale, liquidata in poche generiche righe nel voluminoso programma dell’Unione, nelle ultime ore è tornata ad increspare le acque della coalizione facendo presagire una preoccupante continuità nella politica mediorentale con il precedente governo. Un esecutivo, quello di centro destra, che ha sposato in pieno la politica israeliana dei «fatti compiuti» – di annettere ad Israele il «massimo di territori con il minimo di arabi» – e quindi il rifiuto di Tel Aviv a ritirarsi sui confini del 1967 per dare la possibilità ai palestinesi di costruirsi uno stato sovrano con capitale Gerusalemme est in quel piccolo 22% della Palestina cotituito dai territori occupati. Non solo. Il governo Berlusconi è andato anche oltre assimilando la resistenza palestinese al terrorismo e firmando con Israele un trattato di cooperazione scientifico-militare che ci rende partecipi della politica aggressiva del governo israeliano.
In altri termini secondo il centro destra il problema principale non sarebbe – come denunciato dal movimento per la pace israeliano e da autorevoli statisti internazionali come Jimmy Carter (Repubblica 23/3/2006) – il progetto, di Sharon come di Kadima, di impedire la nascita di uno stato palestinese sovrano attraverso l’annessione di buona parte della West Bank, compresa Gerusalemme est – con l’orrendo muro che rinchiude le città e i villaggi arabi in tanti piccoli ghetti separati gli uni dagli altri – ma la «mancanza di un interlocutore con il quale trattare». Prima era il povero Yasser Arafat rinchiuso nel suo ufficio, poi l’impotente Abu Mazen e ora Hamas, un movimento islamico di «liberazione nazionale» e non certo «jihadista», che ha conquistato la maggioranza in regolarissime elezioni e che da oltre un anno rispetta scrupolosamente una tregua d’armi unilaterale in Israele. L’Unione Europea di fronte al blocco del processo di pace e al sangue che continua a scorrere, soprattutto nei territori occupati ma anche in Israele (dal 2000 vi sono stati 3982 vittime palestinesi e 1084 israeliane tra le quali 708 bambini palestinesi e 123 israeliani), ha finito per assecondare il rifiuto a trattare del governo israeliano e ha deciso di sospendere ogni aiuto finanziario alla Palestina affamando un intero popolo per punirlo di aver votato il «partito sbagliato». Una decisione che rischia di esasperare ancor più la situazione a danno di entrambi i popoli.
Un governo dell’Unione al quale stia a cuore la pace dovrebbe invece cogliere il bandolo della matassa costituito dalla tregua in corso proclamata da Hamas, per prolungarla ed estenderla, continuare a sostenere le istituzioni palestinesi, avviare -come sta facendo la Norvegia – un dialogo con Hamas e dare il suo contributo ad un processo nel corso del quale, e non come precondizione, la resistenza palestinese riconosca Israele e questi riconosca il diritto palestinese ad uno stato nei confini del 1967 con capitale Gerusalemme est. Purtroppo Romano Prodi nel corso delle telefonate avute ieri con il premier palestinese Ismail Haniye e con quello israeliano Ehud Olmert, non ha fatto nulla di tutto ciò. Prodi si è limitato a porre ad Haniye le miopi e irrealistiche condizioni israeliane senza chiedere al suo omologo israeliano alcun impegno a fermare e invertire la colonizzazione. Un’occasione mancata per favorire quel dialogo che è l’unico strumento per porre fine alla routine della morte.