La controrivoluzione statunitense nei paesi arabi

Traduzione di l’Ernesto online

Il blog «Atlas alternatif», diretto da Frédéric Delorca si propone dal 2006 di offrire un contributo collettivo (42 collaboratori) al servizio della critica del dominio dei grandi gruppi industriali, finanziari, mediatici e degli Stati occidentali nel mondo e a sostegno dell’iniziativa, sul piano internazionale, delle forze progressiste antimperialiste.
Tunisia. Il Dipartimento di Stato statunitense ha annunciato che donerà 20 milioni di dollari nel quadro del programma “Middle East Partnership Initiative” creato da George W. Bush per formare i inquadrare ONG filo-occidentali in Tunisia. Tale aiuto rappresenterà un terzo del bilancio totale di questo programma destinato a 17 paesi, e costituisce il doppio dell’aiuto bilaterale versato quest’anno al governo tunisino. Da parte sua, l’Unione Europea verserà 23 milioni di dollari a titolo di “rafforzamento della democrazia” in questo paese.

Egitto. Gli Stati Uniti hanno sbloccato 150 milioni di aiuti all’Egitto il mese scorso. Il 2 febbraio il senatore repubblicano Kirk dell’Illinois ha denunciato il Partito dei Fratelli Musulmani come una minaccia per gli interessi nazionali degli Stati Uniti e ha invitato Washington ad appoggiare i “partiti nazionalisti laici”. In un contesto in cui i fondi pubblici sono sempre più rari, esiste il consenso per conservare l’aiuto di 3 miliardi di dollari a Israele, ma delle voci si sono levate per diminuirlo ai paesi arabi alleati. Per quanto riguarda l’Egitto, il presidente repubblicano della commissione degli affari esteri della camera dei rappresentanti, Ileana Ros-Lehtinen (una americano-cubana ardentemente anticastrista) ha suggerito di tagliare tutto l’aiuto all’Egitto per il prossimo bilancio annuale se i Fratelli Musulmani siederanno nel governo. Il rappresentante democratico vicino all’ “American Israel Public Affairs Committee”, Howard Berman, continua a sollecitare il sostegno ai partiti egiziani “moderati”, e l’aumento dei crediti a strutture statunitensi come il National Democratic Institute, L’International Republican Institute, il National Endowmwnt for Democracy e l’Ufficio della Democrazia, dei diritti dell’Uomo e del lavoro, che hanno programmi specifici per l’Egitto.
Il 19 marzo gli egiziani hanno approvato per referendum un cambiamento limitato della costituzione (approvato dal Partito Nazionale Democratico e dai Fratelli Musulmani, ma criticato da altre organizzazioni, in particolare le organizzazioni di massa che hanno avuto una parte attiva nell’occupazione di piazza Tahrir) che facilita le candidature indipendenti alle elezioni e diminuisce il ruolo dello stato di emergenza senza mettere in discussione i poteri del presidente. Hillary Clinton è stata al Cairo il 16 marzo. Molti accusano Washington di voler instaurare un sistema manicheo, in cui il popolo non avrebbe altra scelta che quella di votare per movimenti usciti dal partito di Mubarak per evitare il pericolo “islamista”.

Libia. Le forze occidentali sotto la direzione dell’AFRICOM statunitense con base a Stoccarda sono passate all’azione contro l’esercito del colonnello Gheddafi (e contro i civili a Tripoli). Aerei da combattimento del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti partecipano alla realizzazione della “zona di esclusione aerea”, mentre sia l’Egitto che la Tunisia non partecipano a questa operazione, il che, come nota il collaboratore di Atlas Alternatif Vijai Prashad, è il segno che questa guerra è ora nelle mani delle forze più conservatrici. Il “Consiglio Nazionale Provvisorio” con base a Bengasi, e divenuto governo ad interim libico diretto da Mahmoud Jibril, è restato in contatto con l’M16 britannico dall’inizio del mese di marzo. Jibril, ex ministro della pianificazione di Gheddafi, da molto tempo era, secondo un cablogramma diplomatico del 2009, già stato identificato da Washington come un interlocutore utile e si era dichiarato molto favorevole ad un’apertura rapida dell’economia libica agli interessi statunitensi. Inizialmente ostile all’ingerenza militare occidentale, questa struttura ora armata dalla CIA si è lasciata convincere a invitare gli Stati Uniti e i loro alleati a instaurare una zona di esclusione aerea nel loro paese. Quali che siano gli obiettivi degli Occidentali (il rovesciamento di Gheddafi o la divisione della Libia), il “governo” di Bengasi sembra aver preso le distanze dallo slancio iniziale che aveva ispirato la rivoluzione libica.

Bahrein. Il 4 marzo, le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno raggiunto un accordo per l’attivazione dello “Scudo della penisola”, una forza di intervento comune creata da tempo per contenere la possibile espansione della rivoluzione khomeinista. La sera dello stesso giorno, 1.000 soldati sauditi e 500 poliziotti degli Emirati sono entrati nel Bahrein. Il 22 marzo una forza marittima del Kuwait è arrivata nel Bahrein per unirsi al contingente. Come in Libia il bilancio umano della repressione del movimento rivoluzionario è stato oggetto di speculazioni e non ha potuto essere verificato da una commissione indipendente. Il 17 marzo, l’Alto Commissario alle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, ha espresso indignazione per l’assunzione del controllo degli ospedali da parte della polizia e per la repressione violenta che questa esercita. I governi occidentali hanno mantenuto un silenzio complice a riguardo.

Yemen. In questo paese dove l’opposizione al presidente Ali Abdullah Saleh non è unita, Washington invita al dialogo (e non alle dimissioni del presidente che è suo alleato). Decine di manifestanti sono stati uccisi a Sanaa il 18 marzo scorso dopo essere stati presi di mira direttamente alla testa. L’11 marzo, la dichiarazione di un oppositore, Riadh Hussein al-Qadhi, che accusava i servizi segreti sauditi di contribuire alla repressione a Sanaa, è stata ripresa da diversi media su Internet, ma si ignora chi sia questo oppositore, il cui nome non figura in nessuno degli altri articoli relativi alla rivoluzione yemenita. In ogni caso, negli ultimi giorni sia la televisione saudita che il responsabile della commissione degli affari esteri dell’assemblea consultiva di Riyad si sono pronunciati per le dimissioni del presidente Saleh. Le monarchie del Golfo che da alcune settimane giocano un ruolo di mediazione nello Yemen potrebbero favorire la creazione di un nuovo regime allo stesso tempo conforme alle aspettative delle tribù e favorevole al mantenimento degli interessi occidentali nella zona.