“La congiuntura sarà determinante”

“Questa campagna elettorale cerco di seguirla il meno possibile, perché è difficile orientarsi sulla base della tradizionale contrapposizione fra destra e sinistra dinanzi a certe dichiarazioni”, dice Luigi Cavallaro, giudice del lavoro a Palermo ed esperto di questioni economiche. “Per esempio, alcuni giorni fa, a Ballarò, Berlusconi si giustificava dall’accusa di non aver praticato una politica industriale invocando l’impossibilità di disporre di un governo della moneta, peraltro aggravata dalla politica restrittiva fin qui seguita dalla BCE. Ovviamente, Berlusconi dimenticava che una vera politica industriale è impossibile senza un intervento diretto dello Stato: accade così in tutto il mondo, almeno per quei settori che necessitano di investimenti ad elevato contenuto tecnologico, che impediscono una remunerazione a breve del capitale investito (la chimica tedesca o l’industria informatica americana sarebbero impossibili senza il sostegno pubblico). La cosa divertente è però che, in quella stessa trasmissione, Emma Bonino, alleata dell’Unione, accusava il Presidente del Consiglio di non aver proceduto più speditamente nelle privatizzazioni…”

La politica economica dell’Ulivo, dunque, sembra un ibrido, un enigma difficile da decifrare. Per esempio sulla politica del lavoro non sembra emergere dalle parole dei leader dell’Unione una posizione netta, anche in seguito ai dati del bollettino della Banca d’Italia che descrivono senza mezzi termini di un’espansione incontrollabile del lavoro precario. Si parla, ormai, di un giovane su quattro…

Credo che anche la campagna sull’abolizione della legge 30 sia limitativa: il vero artefice della liberalizzazione del mercato del lavoro è stato il pacchetto Treu, rispetto al quale la legge Maroni ha semplicemente operato una razionalizzazione dell’esistente, talora in senso perfino più restrittivo, come nel caso dei cococò. Il vero problema è che non si può pensare di combattere il precariato senza forme di redistribuzione del lavoro: nella patria del tanto decantato “modello danese”, per esempio, la bassa disoccupazione è conseguenza di politiche del lavoro che consentono agli occupati di assentarsi dal lavoro per permessi parentali e periodi sabbatici e formativi remunerati dallo Stato, durante i quali il loro posto viene coperto dai disoccupati. Per dirla con uno slogan, si lavora meno e si lavora tutti. E’ questa l’unica politica del lavoro adeguata per una società fondata sulle competenze e sulla conoscenza.

Eppure , nel suo programma l’Unione afferma che, dinanzi all’aumento degli anni di vita è impensabile non aumentare egualmente anche l’età pensionabile…

C’è alla base di questo convincimento un grave fraintendimento che concerne l’idea stessa di lavoro. Fin dai Grundrisse, Marx distinse due tipi di lavoro: quello che si fa per vivere, il lavoro come maledizione, e quello che si fa per scelta, il lavoro come realizzazione della propria personalità. Ora, si può senz’altro convenire sul fatto che, aumentando la vita media, aumenterà anche il tempo in cui si è capaci di lavorare. La domanda però è: di quale lavoro stiamo parlando, quello della maledizione o della scelta? Personalmente, credo che sia inutile parlare di una società della conoscenza se il tempo potenzialmente liberato dal lavoro salariato viene vissuto come disoccupazione o come lavoro sottopagato. Ai disoccupati e ai precari la società capitalistica dice una verità semplicissima: non abbiamo più bisogno di voi. Dunque è oggi più che mai vero che se permettiamo al capitale di decidere delle nostre vite, esso ci condanna all’impoverimento.

Sul futuro governo, speriamo dell’Unione, pesa la spada di Damocle del Patto di stabilità: un fantasma che Prodi ha voluto scacciare dicendo che il suo governo darà eguale importanza a sviluppo e risanamento. Credi che sia un’ipotesi possibile, all’interno del quadro delineato da Maastricht?

Credo che, nelle condizioni date, sia impossibile abbattere il deficit senza aumentare il debito. Mi spiego: una riduzione della spesa pubblica si traduce in una contrazione della domanda e della produzione, quindi in una diminuzione degli introiti fiscali, cui si accompagna un aumento della spesa per gli ammortizzatori sociali e così il debito, invece di diminuire, riprende a crescere. E’ un circolo vizioso da cui è impossibile uscire, salvo che si smantellino gli ammortizzatori sociali (pensioni incluse). L’alternativa, come dicevo, è un forte impegno pubblico per consentire la transizione della nostra struttura industriale verso produzioni meno esposte alla concorrenza dei paesi emergenti, che si avvantaggiano di salari dieci e più volte inferiori ai nostri, e del nostro sistema di protezione sociale verso un assetto analogo a quello dei paesi scandinavi. Ma un impegno del genere fa a pugni col “risanamento finanziario”. Su questo punto, credo che Keynes abbia detto parole definitive, che illuminano anche la contraddizione in cui si trovano gli economisti dell’Unione.

Dunque, quale futuro credi ci aspetti?

Se la congiuntura internazionale sarà favorevole, il governo che verrà proverà senz’altro a eludere la contraddizione tra sviluppo e risanamento, cercando di compensare la riduzione della domanda interna con l’aumento delle esportazioni. E’ una strada comunque più impervia di quanto non fosse dieci anni fa, quando vi si incamminò l’Ulivo, perché la nostra struttura industriale ha da allora marcato un ulteriore peggioramento. Se invece la congiuntura internazionale sarà sfavorevole, chiunque ci governi dovrà ricorrere alla finanza creativa. D’altro canto, le cartolarizzazioni sono state inventate dal primo governo dell’Ulivo, non sono certo una trovata di Tremonti.

Urge, dunque, una riforma dell’Ue, a partire appunto dai parametri di Maastricht…

Sono convinto che l’europeismo che rivendica gran parte dell’Unione sia un valore condivisibile. Temo però che sia sbagliato illudersi di poter costruire una vera Unione europea (cioè un’entità politica e non un semplice mercato) con i parametri del Patto di stabilità. Sono quei parametri restrittivi a distruggere reddito, occupazione e benessere e a spingere i cittadini europei a diffidare dell’UE (e a votare contro il suo Trattato costituzionale). Una loro riforma è necessaria.