LA CINA, ”L’ULTIMO PAESE SOVRANO”

L’atteggiamento assunto dalla Cina nei confronti degli Stati Uniti dopo gli episodi terroristici dell’11 settembre 2001 ha suscitato qualche perplessità nel mondo della sinistra e del pacifismo, in sostanza in quell’insieme vago che costituisce il movimento no global. In realtà le posizioni cinesi, nell’immediato e nel più lungo periodo sviluppatosi da allora, sono state molto più articolate di quanto si creda e rientrano appieno nella serie di mosse tattiche e strategiche messe in atto dalla Cina negli ultimi anni per garantire la propria sicurezza di “ultimo paese sovrano” rimasto al mondo, nel senso di ultimo (o quasi) paese veramente indipendente dal controllo statunitense. E di conseguenza naturale vittima dell’ostilità degli Stati Uniti. E’probabile che Mao e Zhou Enlai avrebbero seguito la stessa linea o una linea similare in queste circostanze.

Riassumendo: la Cina si è affrettata subito dopo l’11 settembre a esternare il proprio totale e incondizionato cordoglio agli Stati Uniti: ciò poteva essere un atto formale (solo l’Iraq – credo – si è astenuto dal farlo, non certo la Corea del Nord che si è pur essa spesa in condoglianze), ma è stato fatto con eccezionale impegno. Unico elemento critico (o ironico) il rilievo che la drammatica percezione dei fatti da parte degli americani e la loro convinzione che essi rappresentino una svolta storica poteva anche derivare dal fatto che gli Stati Uniti sono stati, nei due secoli trascorsi dalla loro nascita, sempre al sicuro da attacchi esterni al loro territorio nazionale e che, in sostanza, hanno avuto la fortuna di non conoscere nè Genghiz Khan nè l’esercito imperiale giapponese!

Il cordoglio e le riserve

La partecipazione al lutto è stata accompagnata immediatamente dall’offerta di una piena partecipazione alla lotta contro il terrorismo, dalla proposta della costituzione di una vera alleanza anti–terroristica: e qui l’allineamento agli Stati Uniti era indubbio, ma segnato al tempo stesso dal perseguimento di una precisa strategia finalizzata a trarre vantaggi per la Cina, come si vedr. In terzo luogo alle Nazioni Unite – nel Consiglio di sicurezza del quale la Cina vuole in ogni occasione ribadire il ruolo, per riaffermare il suo diritto di veto – la Cina ha votato a favore della mozione che legittimava una reazione statunitense a quello che veniva considerato un atto di violazione della sua sovranità nazionale, anche se la mozione stessa non autorizzava in quanto tale la guerra all’Afghanistan.

A quest’ultimo proposito possono essere utili alcune considerazioni. La Cina difende da anni e con accanimento il principio della sovranità nazionale sull’intero territorio e i suoi cittadini, secondo la formula tradizionale del diritto internazionale. Ciò è stato evidente in due situazioni comparabili. Nella presa di posizione delle Nazioni Unite di fronte all’Iraq nel 1990, quando l’Onu ritenne – giustamente peraltro – che vi fosse stata violazione della sovranità del Kuwait e per questo autorizzò la guerra: in quell’occasione tuttavia la Cina si astenne nelle decisioni del Consiglio di sicurezza (evitando cosò di far scattare il veto) e lo fece dopo dure trattative nelle quali gli Stati Uniti dovettero concedere l’eliminazione delle misure punitive seguite agli eventi di Tian Anmen del 1989. Non cosò per la guerra alla Jugoslavia, condannata fin dall’inizio dalla Cina proprio perchè in quel caso non si poteva configurare un atto di aggressione della Jugoslavia ad alcun Stato sovrano e anzi l’intervento era motivato dalla necessit di intervenire in un conflitto etnico a pretto carattere interno in uno Stato federale sovrano: proprio in vista del fatto dell’ostilità non riducibile e non negoziabile della Cina all’azione militare contro la Jugoslavia, gli Stati Uniti e i loro alleati deliberatamente si astennero dal presentare la decisione di intervenire alle Nazioni Unite ed anzi misero in atto in quell’occasione una deliberata campagna di svalutazione dell’Onu.

Non a caso quella guerra fu percepita a Pechino come una prova generale di un attacco alla Cina, che potrebbe essere motivato
dalla questione tibetana: il reclutamento nei campi di rifugiati in India di un Uck tibetano, la sua infiltrazione in Tibet e la conseguente necessit per la Cina di reagire militarmente avrebbero potuto giustificare una guerra del sistema occidentale alla Cina, del quale la vicenda jugoslava avrebbe costituito un preciso precedente. La sempre ricordata (dai cinesi) distruzione dell’ambasciata a Belgrado non fu il motivo della reazione di Pechino, ma solo la conferma di una minaccia che ebbe vasta eco tra la popolazione urbana cinese, mai dimentica del secolo di umiliazioni e di danni di cui fu vittima la Cina prima di ritrovare la sua sovranità con la vittoria rivoluzionaria del 1949.

Dunque – a rigor di logica – essendo le Torri Gemelle e il Pentagono sul territorio degli Stati Uniti – la sovranità di questi poteva essere considerata violata (anche se in un primo tempo gli autori della violazione non poterono essere identificati e il loro collegamento con uno Stato sovrano, fosse pure l’Afghanistan dei taleban, non sia mai stato dimostrato in modo cogente) e quindi la reazione anche militare veniva legittimata. Un’occasione, quindi, per riaffermare il principio della sovranità nazionale, assai più che per esprimere solidarietà agli Stati Uniti. Quanto alla guerra, la Cina si è astenuta dal fornire appoggio logistico agli Stati Uniti quando è venuta meno la sua proposta di affidarne la gestione alle Nazioni Unite: son rimaste sempre, comunque, la riserva di giudizio a più riprese espressa sulle perdite inflitte alla popolazione e la richiesta di affidare alle Nazioni Unite compiti quanto più vasti possibile per la gestione di un Afghanistan postbellico.

Alla soluzione politica adottata, del governo intertribale e pacificatore di Karzai, la Cina ha dato il suo assenso ed ha promesso e fornito aiuto materiale concreto per la ricostruzione. Dall’inizio del 2002 ha comunque espresso in più occasioni la propria preoccupazione per la permanenza delle forze militari statunitensi (ma non per quella delle forze europee in missione di “mantenimento della pace”) in Afghanistan e soprattutto in Usbekistan, vedendovi un tentativo di sottoporre a controllo statunitense l’Asia centrale in funzione antirussa e anticinese. La polemica contro la presenza di basi statunitensi in Asia recentemente è stata ripresa con intensità.

Il punto centrale nella scelta cinese di sostenere gli Stati Uniti e la speranza (solo in parte realizzata) di poter stabilire su questo terreno un’alleanza con la Russia ancora più ferma di quella che si va delineando da anni in vista di una comune azione internazionale, va vista nella scelta cinese di una lotta totale al terrorismo. Al terrorismo in quanto tale, non al terrorismo islamico in particolare.

Le minoranze musulmane

Va notato a questo proposito che le prese di posizione cinesi hanno dato pochissimo spazio al carattere islamico degli attentati terroristici: non vi è stata da parte cinese alcuna delle forme di demonizzazione dell’Islam che hanno contraddistinto la cultura di massa e mediatica del mondo occidentale e non si è parlato quasi affatto di Bin Laden, considerato evidentemente personaggio irrilevante e fungibile. La Cina ha sul suo territorio due importanti minoranze musulmane (pur di piccolo numero rispetto a quelle della Russia di oggi e soprattutto dell’Urss di ieri) e intende rifiutare ogni processo di demonizzazione dell’Islam che potrebbe spostare i rapporti tra queste e lo Stato cinese dal piano politico a quello religioso. Una minoranza, quella degli Hui è costituita da cinesi Han, cioè di maggioranza, convertitisi all’Islam nel corso dei secoli: sono circa 7 milioni di persone sparse nella Cina del Nord, che parlano e scrivono in cinese e da cinesi si comportano, salvo che per l’uso del maiale, sostanzialmente inserite nel tessuto sociale degli Han e anche nel sistema politico, avendo tra l’altro partecipato attivamente alla resistenza dei comunisti all’invasione giapponese. Solo una propaganda mirata a subornare dall’esterno forme di integralismo islamico nelle file di questa minoranza, povera ma non poverissima, potrebbe creare problemi che finora non ci sono stati.

Altra situazione è quella del Xinjiang dove la minoranza di 8 milioni di turchi è sostanzialmente differente dalla popolazione cinese ed è stata nel corso degli anni Trenta oggetto di specifiche attività separatiste da parte di signori della guerra locali, non senza responsabilità dell’Urss: dal 1949 la Cina, dopo aver strappato all’Urss la restituzione di aziende e interessi installati dai sovietici nel Xinjiang (Zhou Enlai la ottenne al funerale di Stalin!), la Cina ha condotto nella regione una politica di sviluppo delle grandi risorse naturali, ha inviato lavoratori Han divenuti maggioranza relativa ed ha anche consentito, soprattutto negli ultimi anni, un sostanziale arricchimento degli Uighuri dediti alla frutticoltura e oggi beneficiati dall’intenso flusso commerciale tra la prospera Cina e il Kazakistan. Negli ultimi anni la diffusione dell’integralismo islamico pagato dall’Arabia Saudita e concepito in funzione anticomunista (in parallelo alla guerra anti–sovietica in Afghanistan) ha favorito la nascita tra gli Uighuri di un movimento separatista a netta caratterizzazione religiosa: quel movimento, oltre che nel vicino Kazakistan, ha sede e sostegni.a Washington. Non risulta che la pur occhiuta politica statunitense contro gli integralisti islamici sul suo territorio abbia finora eliminato questa presenza. chiaro che nella politica cinese di sostegno alla lotta contro il terrorismo negli Stati Uniti è implicita la richiesta di una piena contropartita statunitense nel sostenere la lotta cinese contro il separatismo uighuro che ha dato luogo negli ultimi anni a numerosi attentati in Cina, meno sanguinosi certo di quello alle Torri Gemelle, ma pur sempre gravosi e destinati a creare insicurezza.

Per quanto riguarda il Xinjiang, inserito nel contesto dell’Asia centrale, è importante notare come la Cina persegua da anni – con un primo accordo del 1996 con la Russia, il Kazakistan, il Kirkizistan e il Tajikistan – una politica di stretta collaborazione con i regimi sorti nell’Asia centrale dopo lo sfacelo dell’Urss e controllati dalla vecchia èlite comunista passata all’indipendenza. Nell’estate del 2001 questi paesi (ai quali si è aggiunto l’Uzbekistan ma non il Turkmenistan) hanno concluso a Shanghai un accordo per combattere il terrorismo, in questo caso attribuito chiaramente all’integralismo islamico, attraverso misure precise quali il divieto di apertura di scuole coraniche (le famigerate madrasas in cui son nati i taleban), di ingresso sul territorio di predicatori religiosi e di diffusione di testi scolastici ispirati a estremismo religioso. I paesi si sono anche impegnati a prestarsi assistenza militare in caso di gravi episodi di destabilizzazione messi in atto da movimenti integralisti: naturalmente la difesa dei regimi esistenti nelle repubbliche dell’Asia centrale non poteva non affrontare frontalmente il problema dell’integralismo islamico.

Antiterrorismo di principio

In termini complessivi la Cina ha tuttavia fondato la sua politica su un appello alla lotta mondiale contro il terrorismo in generale. Le prese di posizione cinesi hanno anche esaminato possibili “giustificazioni”, almeno etiche, degli atti terroristici compiuti contro gli Stati Uniti: i numerosi precedenti di operazioni altrettanto sanguinose e illegittime compiute (o fatte compiere da regimi compiacenti) dagli Stati Uniti in vari paesi; la disparit di strumenti bellici tra gli Stati Uniti e i loro alleati e quanti sono da loro oppressi o sfruttati, oppure la presenza in molte delle societ contemporanee di larghi strati di emarginati che possono essere facilmente reclutati per compiere atti terroristici o per movimenti volti a distruggere le strutture portanti della societ. In tutti questi casi i governanti cinesi hanno comunque negato validit a ogni giustificazione, a ogni legittimazione al terrorismo, che non può essere vendetta e neppure occasionale episodio di destabilizzazione del potere, inadeguato a modificare i veri rapporti di forza.

Qui si aprirebbero molte considerazioni. In effetti il regime creato dal partito comunista cinese – alle sue origini figlio dell’Internazionale comunista “stato maggiore della lotta contro il capitalismo mondiale” – ha da anni cessato la polemica contro il sistema capitalistico in quanto tale. In effetti non la conduceva neppure nel periodo maoista, quando metteva l’accento piuttosto sul sistema imperialistico e sulla necessit di lotta contro di esso: come è noto, negli anni Sessanta e in polemica con l’Urss la Cina fece appello alla lotta mondiale dei popoli oppressi contro l’imperialismo, ma quella lotta fallò (decisiva fu la sconfitta in Indonesia nel 1965) per responsabilit complesse, sovietiche e anche cinesi, per carenza di reali spinte rivoluzionarie organizzate o per la forza della repressione. E i vietnamiti rimasero soli a combattere e anche a vincere, ma da soli. Grave errore dei dirigenti sovietici dopo la vittoria vietnamita del 1975 fu quello di trarre la conclusione di aver superato gli Stati Uniti, anche in concomitanza di un apparente rovesciamento della disponibilit di armamenti.

Nella scelta di Mao di aprire agli Stati Uniti nel 1971, quella sconfitta pesò certamente e convinse i rivoluzionari cinesi dell’impossibilit di rovesciare il sistema imperialistico a scadenza prevedibile e della necessit di attuare una strategia e soluzioni tattiche a lunga scadenza per impedirgli di soffocare la sovranità cinese. Nella scelta di Deng a favore del ritorno ad un’economia di mercato, sia pure con qualche controllo, pesò la constatazione – incontestabile e inevitabile – che i paesi dell’Asia orientale che avevano adottato forme di produzione e di organizzazione di tipo capitalistico avevano eliminato la povert e raggiunto la prosperit assai più che i paesi che avevano compiuto la scelta socialista. Nel caso della Cina la vista della prosperit di Taiwan non poteva non avere conseguenze decisive nella scelta della politica sociale: a ciò si aggiungeva l’evidenza del danno apportato da alcune scelte “socialiste”, come la collettivizzazione della terra e la penalizzazione dei coltivatori diretti o la burocratizzazione delle imprese. Bisogna tener conto dell’importanza che nella tradizione cinese (ma di tutta l’Asia orientale) ha il raggiungimento della prosperit materiale, obbligo primo dei governanti. E si spiega quindi la mancanza di spunti anticapitalistici nel giudizio sugli atti terroristici compiuti negli Stati Uniti e la totale mancanza di solidarietà con il movimento no global, peraltro evidente da tempo da parte cinese e motivata anche dalla presenza di venature di razzismo antiasiatico (contro la concorrenza resa possibile dai bassi salari asiatici) tra le forze che negli Stati Uniti denunciano la globalizzazione.

Il postulato della sovranità

Quindi per i cinesi è giustificata ogni lotta al terrorismo: anche a quello dei palestinesi, visto come nemico di una soluzione di pace di compromesso con Israele sostenuta dai cinesi che certo non contestano più Israele ed anzi non perdono occasione per ricordare l’aiuto, reale, che gli ebrei trovarono in Cina di fronte all’Olocausto. Sono molto lontani i tempi in cui Arafat era sicuro di trovare appoggio a Pechino. il principio del terrorismo che i cinesi vogliono veder condannato, come lesione della sovranità nazionale e di quel mantenimento dell’ordine che – tanto quanto la prosperit – è, secondo la cultura politica dell’Asia orientale, specifico obbligo di chi governa lo Stato. Certamente il movimento comunista internazionale ha sempre rifiutato come strumento di lotta il terrorismo, soprattutto il terrorismo di massa che provoca vittime innocenti e, innescando una reazione popolare, “gioca nelle mani del nemico”: il Reichstag fu distrutto da Goering e non da Dimitrov, la bomba di piazza Fontana è stata messa dai fascisti e non dal movimento del ’68. I vietnamiti mai misero o fecero mettere una bomba a Times Square o sul Golden Gate anche quando ne avrebbero avuto la possibilit attraverso il sostegno offerto dai movimenti studenteschi americani: mai lo avrebbero fatto per ragioni di principio e anche di convenienza, nonostante la legittimit morale di una loro reazione alla politica americana di sterminio.

Il discorso dei cinesi va al di l della tradizione radicata nel movimento comunista: il terrorismo è uno strumento di destabilizzazione della sovranità di uno Stato e quindi va combattuto, all’interno e sul piano internazionale. Il che implica che ogni atto di repressione di qualsiasi terrorismo da parte di uno Stato sovrano non può prestarsi a recriminazioni o interferenze dall’esterno. In Cina negli ultimi anni si sono verificati episodi di terrorismo, non solo quello etnico degli Uighuri, ma spesso in forme occasionali o misteriose, non ignote negli Stati Uniti. E a Tokyo una setta buddhista deviante ha collocato il gas nervino nella metropolitana. Le societ dell’Asia orientale, con i loro penetranti meccanismi di controllo sociale, creano le condizioni per cui episodi di rivolta di individui e di gruppi si esprimano in forme dirompenti, disorganizzate e irrazionali. Quindi anche con il terrorismo. E la Cina intende avere mani libere di fronte a eventualit o episodi del genere e mette nel conto degli atti ostili compiuti contro la sua sovranità ogni intervento occidentale di denuncia della violazione dei diritti umani sul suo territorio. Del resto nell’esprimere solidarietà agli Stati Uniti per le misure prese contro il terrorismo (misure in palese contrasto con l’etica politica garantista propria del mondo democratico statunitense) la Cina non ha mancato di notare come anche gli americani di fronte alle minacce debbano limitare i “diritti umani”.

In sostanza la Cina ha cercato di servirsi del momento di debolezza – e della rivelazione della vulnerabilità – degli Stati Uniti per portare avanti il suo tentativo di contrastare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti attraverso la difesa del principio di sovranità e l’affermazione di una gestione multipolare del mondo. Per questo ha puntato sulla carta Putin, mostrando peraltro una certa delusione quando la visita del presidente russo negli Stati Uniti rivelò tutta la vulnerabilità di una Russia economicamente subalterna degli Stati Uniti, mentre la Cina resta forte dei suoi oltre 100 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate con il commercio. Del pari i governanti cinesi puntano sull’Europa e sulla sua capacit produttiva che potrebbe costituire un contraltare dell’economia statunitense, la cui recessione è presentata invece come fatto di grande rilievo.

Finora questi tentativi di spostare l’equilibrio di forze non hanno avuto sostanziale successo. Il 2001 era cominciato con una fase di estrema aggressivit contro la Cina della nuova Amministrazione Bush, che dichiarava di voler passare dalla politica di Clinton di “collaborazione strategica” con la Cina ad una di “contrapposizione strategica”. Gli episodi dell’aereo–spia, la sempre agitata questione di Taiwan, gli armamenti moderni forniti all’isola erano sembrati preludio a una rottura irrecuperabile: poi la visita di Colin Powell a fine luglio, la riunione dell’Apec con la visita di Bush a Shanghai in ottobre e il successivo ingresso della Cina nel Wto, avevano portato ad una distensione, che i dirigenti cinesi non consideravano naturalmente definitiva, ma certo tatticamente utile. Con l’inizio del 2002 torna a prevalere in loro la preoccupazione per la contrapposizione a lungo termine del loro paese a quella che si vuole affermare come unica Potenza del mondo: e quindi denunciano con preoccupazione la permanenza delle forze statunitensi in Afghanistan e nell’Asia centrale e le intenzioni di attaccare l’Iraq. L’inclusione – da parte di Bush nel discorso sullo “stato dell’Unione” – della Corea del Nord tra gli “stati canaglia” che minacciano gli Stati Uniti con armi di distruzione di massa non può non preoccuparli. Ogni destabilizzazione, ogni intervento militare nell’Asia nord–orientale sarebbe il prologo di un attacco diretto alla sovranità della Cina. Si tratta di un segno molto preoccupante e non solo per i governanti cinesi.