La Cina e la crisi

(…) Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il 7 ottobre scorso, pubblicava le sue previsioni sulla crescita economica nel mondo. Gli USA e l’UE scivolano verso una recessione, con una crescita dell’ordine dello 0%. Le economie in divenire del Sud subiranno anch’esse il contraccolpo della crisi, ma in misura molto inferiore. Così, il FMI prevede che la crescita economica del paese di punta in questo campo, la Cina, decadrà dal 11,9% nel 2007 al… 9,7% nel 2008 e 9,3% nel 2009.

Le banche cinesi meno implicate nei prodotti a rischio

Gli analisti pensano che quest’abbassamento di crescita sarà bene accetto. Il governo di Pechino difatti tenta da mesi di ridurre la crescita e di domare l’inflazione. “Quando vediamo il caos che attualmente regna negli USA ed altrove, abbiamo l’impressione che le banche cinesi, ed il sistema finanziario cinese in generale, siano meno implicate nei prodotti finanziari a rischio, molto sofisticati”, stima Louis Kuijs, della Banca Mondiale a Pechino. Secondo la CCTV, le banche cinesi hanno investito solamente il 3,7% delle loro capacità totali in questo genere di prodotti. Da questo fatto, alcune isolate istituzioni sono incorse nelle perdite, finora (tra cui Ping An, che ha investito 2,5 miliardi di dollari in Fortis, ma si è ben presto ritirata).

Le leve dell’economia sono molto controllate dallo Stato

Il giornale britannico Financial Times constata che “finora, la crisi economica ha avuto poco impatto sulla Cina”. L’articolo elenca parecchie ragioni di ciò. “La Cina non è assolutamente dipendente dall’afflusso del capitale straniero. Il controllo che esercita sul capitale la protegge dagli investimenti esteri poco sicuri. Le banche pubbliche cinesi hanno tenuto molto prudentemente le mani in tasca, là dove le istituzioni finanziarie giapponesi si sono precipitate per entrare nel sancta sanctorum dei giganti malati o nel frattempo abbattuti di Wall Street”. Lo stato cinese tiene dunque ben salde le redini dell’economia.

Il settimanale americano Newsweek valuta che credere che il mercato abbia cacciato il comunismo sia un’illusione. “Al contrario”, dice la rivista, “i dirigenti cinesi ritornano ai metodi dalla programmazione centrale comunista per affrontare i problemi economici tipici del mercato”

Il Primo ministro Wen Jiabao ha dichiarato, in un discorso inviato al Parlamento, che il settore dello Stato aveva oramai una migliore influenza sull’economia rispetto a cinque anni fa. Questo poiché le autorità hanno reso più forti, anche sul piano del capitale, i settori di punta (…).