La Cina cambia obiettivi: meno disparità

I benefici della crescita vanno «redistribuiti» in servizi sociali, come istruzione e sanità

Se si guarda alla Cina con occhiali ideologici – «un paese capitalista coe gli altri» oppure «l’ultimo paese comunista» – si rischia seriamente di non capirci niente. Troppi i dati che contrastano con gli schemi semplificati. Come è capitato all’oracolo del liberismo yankee – il Wall Street Journal – che si è messo ad esaminare le linee guida del prossimo «piano quinquennale», l’undicesimo, di Pechino. Intanto cambia nome e diventa «piano dettagliato in cinque anni». Ma soprattutto cambia priorità: l’obiettivo della «crescita» viene infatti sostituito dalla «riduzione delle differenze tra ricchi e poveri», tra «regioni costiere sviluppate e quelle interne», prevalentemente agricole, dove tuttora vive la maggioranza del miliardo e 300 milioni di cinesi. Uno degli strumenti sarà naturalmente lo sviluppo dei servizi sociali, a partire dall’istruzione e dalla sanità (la Cina ha uno dei sistemi sanitari peggiori del mondo, a detta dello stesso ministro competente).

Oltre 15 anni di crescita del Pil a tassi medi del 9-10% hanno generato disparità di ricchezza mostruose, ma il numero dei poveri (secondo lo standard mondiale) è diminuito di centinaia di milioni. Ora che l’industria cinese ha conquistato un posto di rilievo nell’economia globale, però, si pone l’esigenza di sviluppare un mercato interno, potenzialmente vastissimo. Che in alcune zone e settori, del resto, vanta già performance discrete: il salario di un metalmeccanico «ufficiale», ovvero della grande industria, viaggia ormai sui 250 euro mensili, con un potere d’acquisto reale equivalente o superiore al suo corrispettivo, qui da noi, in Fiat. L’incremento numerico delle proteste, molto spesso sfociate in autentiche rivolte violente (e altrettanto violentemente represse), unito alle preoccupazioni su come gestire squilibri crescenti di dimensioni gigantesche, avrebbe convinto i vertici del Pc a sviluppare un «approccio scientifico allo sviluppo» che privilegia appunto «i livelli di vita della popolazione» piuttosto che la «crescita cieca». Concetti prima non formulabili – come lo «sviluppo sostenibile», la «ripartizione dei benefici della crescita nel popolo» o «una tassazione più elevata per le aree ricche» – hanno trovato ora legittimità; anzi, un ruolo guida.

Non che si rinunci alla crescita, comunque. Ma Kai, uno degli «strateghi» del nuovo piano, ha già detto pubblicamente che verranno sviluppate le zone intorno alle grandi città, regioni come il delta del fiume Yangtze, l’area di Pechino, Tianjin ed Hebei, la cintura industriale del nordest (ce c’è uno anche lì). Tutti progetti che, aggiungendosi alle risorse già in azione, faranno correre il Pil cinese nei prossimi anni tra il 7 l’8,5%. Con le Olimpiadi del 2008 a fare da moltiplicatore anche mediatico della rinata «potenza» dell’ex celeste impero.

Per il Wsj, però, la domanda finale resta una sola: se il governo riuscirà nell’obiettivo di «socializzare la crescita», migliorando lo standard di vita medio, si crea «il rischio di non attrarre più il livello di investimenti stranieri di questi ultimi anni». Insaziabili, le arpie del liberismo su carta.