La Cina attacca il dollaro

La Cina attacca frontalmente gli Stati uniti ed accusa gli Usa di «creare una instabilità globale». In che maniera? Fan Gong – membro del comitato monetario della banca centrale cinese e direttore dell’Istituto di ricerca economica nazionale di Pechino – ha dichiarato, in Australia, che «è colpa della debolezza del dollaro»; anzi «il cambio è servito a scaricare sul resto del mondo il gigantesco debito degli Usa non solo fiscale».
Dopo la fine del patto di Bretton Wood che siglò, nel 1971, la rottura della convertibilità tra il biglietto verde e l’oro dopo che era stata applicata da più di mezzo secolo, l’annuncio di Fan Gong è la più grande «rottura» provocata a livello internazionale: il dollaro potrebbe perdere il suo ruolo di ago della bilancia sia nel sistema degli scambi internazionali che come moneta delle riserve mondiali. Tra il governo di Pechino e quello degli Stati uniti non corre buon sangue e da tempo Washington accusa la Cina per il suo enorme surplus commerciale pari – alla fine del 2005 – a circa 200 miliardi di dollari; ancora, la leadership cinese (altro continuo monito degli Stati uniti) non farebbe nulla per rivalutare la sua moneta, ovvero lo yuan. A nulla è servito finora il «sacrificio» di Pechino di rivalutare lo yuan – già l’ha fatto nel luglio scorso con un ritocco eguale al 2% e con nuova misura, ieri, che ha portato lo yuan al nuovo record di quota a 7,9653 – per soddisfare le richieste sempre differenti statunitensi. Gli Usa continuano a minacciare il partner (vedi l’affare del gap tessile), usano il protezionismo contro le imprese che vogliono comprare le ditte locali, auspicano l’ingresso di Pechino – in un nuovo posto guida – nel Fondo monetario internazionale ma richiedono contemporaneamente più «riforme» (leggi: apertura completa delle frontiere) per facilitare la presenza cinese nel Wto(World trade organization); allo stesso tempo accusano Pechino di usare il nazionalismo economico.
L’avvertimento dato ieri dall’economista Fan Gong è stato per la prima volta definitivo. Ha, infatti, chiaramente dichiarato «che il dollaro non è più un appiglio stabile nel sistema finanziario globale, né è probabile che lo stesso torni ad esserlo e quindi è il momento di cercare un’alternativa». La polemica è contemporaneamente contro il nuovo segretario al tesoro Usa, Henry Paulson e il neo presidente della Federal reserve (Fed), Ben Bernanke; colpevoli entrambi di voler nascondere la politica ribassista adottata dalla Casa bianca nei confronti del biglietto verde (non viceversa come viene retoricamente detto). «Che – secondo il medesimo Fan Gong – sarebbe la vera causa di certi squilibri internazionali». Non ultimo il problema delle riserve, ora conteggiate in dollari, che rappresentano un bel gruzzolo dei soldi investiti da Pechino in tutto il nel mondo. Novecentocinquanta miliardi circa di dollari(a tanto ammonterebbero gli investimenti cinesi all’estero) che sono capitalizzati in dollari. Perciò non è più rimandabile il quesito da parte di Pechino se continuare a investire in dollari oppure comprare in futuro con altre valute; magari l’euro e le sterline per arginare i cali del biglietto verde. Lo potrebbe fare la Banca centrale cinese come lo ha già fatto la Banca d’Italia che ha ridotto la presenza della valuta statunitense nelle proprie casse dall’84% al 63%. Altre iniziative del genere sono state già prese dai banchieri centrali della Svezia, della Russia e della Svizzera. Un’altra soluzione, ma meno probabile per ora, sarebbe la soluzione di «congelare» la liquidità in circolazione nel sistema bancario – al fine di evitare un surriscaldamento dell’economia cinese (il prodotto interno lordo è cresciuto dell’11% nell’ultimo trimestre) – alzando dal 3% al 4% la quota di valuta straniera che gli istituti di credito del paese devono mantenere nelle proprie casse. Il quotidiano South Morning Post rivela , invece, che il governo avrebbe già impedito un’emissione di buoni del tesoro pari a circa tre miliardi di dollari.