LA CINA AL BIVIO

Questo articolo fa seguito a un precedente lavoro scritto nel 2000 1. La sua traduzione in cinese mi ha permesso nel 2002, in occasione di una nuova visita in Cina, di poter conoscere i commenti di intellettuali di questo paese, in particolare di coloro che sono rimasti fedeli alla prospettiva socialista.

1 La questione fondamentale sulla quale si incentra la mia riflessione è la stessa dal 1980, cioè da quando la Cina si è avviata, con Deng Xiaoping, sulla strada di quell’economia di mercato, che la ha portata dove oggi si trova. Già una decina di anni prima della scomparsa dell’Unione Sovietica mi interrogavo su questo argomento, a partire dalla critica del `modello sovietico’ del cosiddetto `socialismo realizzato’.
La questione rimane aperta e certamente lo rimarrà ancora a lungo. Ma deve – o quanto meno dovrebbe – essere al centro delle preoccupazioni di tutti coloro che, non convinti delle virtù del capitalismo, cercano di andare oltre questo sistema, per individuare le esigenze e le possibilità di una costruzione sociale inedita, superiore, socialista.
La storia è spesso più lunga di quello che si potrebbe pensare o desiderare. La prima serie di esperienze che sono state considerate socialiste, almeno in origine, e che hanno occupato la maggior parte del secolo scorso, hanno gradualmente esaurito il loro potenziale, si sono logorate, talvolta sono letteralmente crollate o hanno avviato una fase di riflessione critica. Una seconda serie verrà certamente, e non potrà essere un semplice remake della precedente; non solo perché bisogna saper trarre lezione dagli insuccessi, ma anche perché nel frattempo il mondo (capitalistico) è cambiato. Del resto la prima serie di trasformazioni capitalistiche, che aveva interessato le città italiane del Rinascimento, è fallita; ma a questa ne è seguita un’altra nell’Europa Nord-occidentale, che ha dato vita al capitalismo storico, nelle sue forme di base che conosciamo oggi.
Il dibattito sulla questione del futuro del socialismo rimane quindi ancora vivo, ed assai problematico. Lo affronterò, come nell’articolo precedente, solo a partire dalle riflessioni che l’evoluzione della Cina può ispirare. Sapendo bene che la stessa questione riguarda molti altri casi, sotto angolazioni diverse e a partire da riflessioni ispirate da altre esperienze, come ad esempio nel caso del Vietnam e di Cuba, del mondo ex sovietico, della socialdemocrazia dei paesi capitalistici sviluppati o dei populismi nazional-radicali del Terzo mondo.
La domanda fondamentale è la seguente: la Cina sta andando fatalmente verso una forma stabilizzata di capitalismo? O rimane aperta in quel paese anche una prospettiva possibile di transizione verso il socialismo?
Non pongo questa domanda per fare una `previsione’ sugli sviluppi più probabili. La formulo in termini completamente diversi: quali sono le contraddizioni e le lotte che hanno come teatro la Cina contemporanea? Quali sono le forze e le debolezze della strada adottata (nel complesso capitalistica)? Quali sono i punti di forza dei movimenti anticapitalistici (potenzialmente socialisti)? A quali condizioni la strada capitalistica potrà trionfare e quale forma di capitalismo più o meno stabilizzato potrà produrre? A quali condizioni il momento attuale potrebbe rappresentare una fase (lunga) nella transizione (ancora più lunga) verso il socialismo?
2 La classe dirigente cinese ha scelto la strada del capitalismo, se non a partire da Deng, quanto meno dai suoi successori. Eppure non è disposta ad ammetterlo. La ragione è che questa classe trae la sua legittimità dalla rivoluzione e non potrebbe ripudiarla senza suicidarsi. La rivoluzione cinese, come quella francese, è l’evento principale, la rottura decisiva nella storia di questo popolo. Due popoli, quello cinese e quello francese, fanno dipendere la loro partecipazione di massa e consapevole da queste rivoluzioni, anche se sono risultate imperfette o addirittura deludenti. Si tratta di rivoluzioni `sacre’, anche se intellettuali reazionari, in entrambi i casi, cercano di criticarle o addirittura di negarne l’importanza.
Ma gli uomini – e le forze politiche che rappresentano – vanno giudicati per quello che fanno e non per quello che dicono. Per questo, la domanda che bisogna porsi riguarda il futuro di questa scelta fondamentale. Ora, nei fatti, il progetto reale della classe dirigente cinese è di natura capitalistica, e il `socialismo di mercato’ diventa una scorciatoia che permette di istituire progressivamente le strutture e le istituzioni fondamentali del capitalismo, riducendo al minimo le resistenze e le conseguenze dolorose della transizione al capitalismo. Questo metodo si pone agli antipodi di quello adottato dalla classe dirigente russa, che ha accettato di rinnegare sia la rivoluzione sia l’evoluzione successiva, così da costituirsi in nuova classe, candidandosi a diventare borghesia. Il metodo russo si è iscritto quindi nella logica della `terapia d’urto’. Non so se la storia gli darà ragione e se gli permetterà di realizzare una forma stabilizzata di capitalismo. Ma non è l’argomento di questo articolo.
La classe dirigente cinese ha fatto una scelta molto diversa. Ritengo che settori importanti di questa classe sappiano che la linea portata avanti condurrà al capitalismo e lo desiderano, anche se forse altri settori (probabilmente minoritari) rimangono prigionieri della retorica del `socialismo alla cinese’. Inoltre, la classe dirigente cinese sa che il suo popolo è attaccato ai `valori del socialismo’ (l’uguaglianza in primo luogo) e alle conquiste reali che vi sono associate (il diritto all’accesso uguale alla terra di tutti i contadini). Sa che deve avanzare sulla strada del capitalismo con molta prudenza e con calcolata lentezza.
La domanda che ci poniamo, quindi, è sapere se la Cina riuscirà a raggiungere i suoi fini e quali potranno essere i caratteri (specifici o meno) del capitalismo cinese in via di costruzione, e in particolare il suo grado di stabilità. Dare a questa domanda una risposta negativa affermando che «il popolo cinese non permetterà questo cambiamento» è tutt’altro che soddisfacente.
Per avanzare nella discussione su questo problema, bisogna approfondire l’analisi delle contraddizioni della linea capitalistica, dei suoi punti di forza e delle sue debolezze, di quello che può offrire o meno in termini di crescita, di sviluppo, di miglioramento delle condizioni sociali e di livello di vita. Infatti, criticare la strada capitalistica limitandosi a dire che è fondata sullo sfruttamento del lavoro, non ci fa fare un vero passo avanti. Questo, infatti, è vero. Tuttavia non impedisce al capitalismo di esistere e di essere legittimato agli stessi occhi di molti di coloro che sfrutta. La tendenza capitalistica trae la sua forza – e quindi buona parte della sua legittimità e stabilità – dalla capacità di realizzare una crescita economica i cui benefici materiali sono largamente condivisi, anche se in modo disuguale.
La struttura, la natura, la forma della costruzione capitalistica, il suo grado di stabilità, sono il prodotto dei `compromessi storici’, delle alleanze sociali che definiscono i blocchi egemonici che si succedono nel corso della costruzione del sistema. La specificità di ognuna delle `vie storiche’ (quella inglese, francese, tedesca, americana e così via) ha prodotto a sua volta le particolarità contingenti delle specifiche forme contemporanee della società capitalistica. È proprio grazie al successo di questi percorsi – diversi tra loro – che il capitalismo nei paesi del centro del sistema mondiale si è potuto `stabilizzare’ (un concetto che, ovviamente, non è sinonimo di `eternità’!).
Quali sono le possibilità offerte alla via capitalistica nella Cina di oggi? Già adesso esistono alleanze tra i poteri dello Stato, la nuova classe di `grandi capitalisti privati’ (fino a oggi costituita soprattutto dai cinesi emigrati, anche se non si può escludere l’affermazione di un’analoga classe di cinesi residenti nel paese), i contadini delle zone arricchite dagli sbocchi che offrono i mercati urbani e le classi medie in pieno sviluppo. Tuttavia questo blocco egemonico – per ora potenziale più che reale – esclude la grande maggioranza degli operai e dei contadini. Di conseguenza, qualunque analogia con le alleanze storiche costruite da alcune borghesie europee con il mondo contadino (o con la classe operaia) – e il successivo compromesso storico capitale-lavoro – rimane artificiale e fragile.
La debolezza del blocco egemonico filo-capitalistico in Cina è all’origine del difficile problema della gestione politica del sistema. Lascio agli ideologi propagandisti del modello americano il compito di identificare – definendoli `uguali’ – mercato e democrazia. In determinate condizioni, infatti, il capitalismo si accompagna a una prassi politica di forma democratica, sempre che ne riesca a controllare l’uso e a evitare gli `eccessi’ (anticapitalistici) che la democrazia fatalmente comporta. Quando ne è incapace, il capitalismo fa semplicemente a meno della democrazia e la cosa non sembra infastidirlo più di tanto.
La questione democratica in Cina si pone invece in termini più complessi, a causa dell’eredità della Terza internazionale (marxista-leninista e maoista) e dei suoi specifici concetti riguardanti la `dittatura del proletariato’ e la pretesa `democrazia socialista’. Non è questo l’argomento del nostro articolo, ma è evidente che il mantenimento di queste forme politiche è difficilmente compatibile con una scelta capitalistica che appare sempre più chiara. Come potrà il partito-Stato mantenere il suo nome (Partito comunista!) e il suo riferimento, per quanto retorico possa essere, a Marx e a Mao? Il loro abbandono in favore dell’adozione di forme della `democrazia occidentale’ (soprattutto il pluripartitismo elettorale) potrà funzionare nelle particolari condizioni di questo paese? Ne dubito, non per ipotetiche ragioni paraculturali di carattere storico (del genere: «la democrazia è un concetto estraneo alla cultura cinese»), ma perché le lotte sociali nelle quali rischia di essere coinvolta la maggioranza delle classi popolari lo renderebbe impossibile. La Cina dovrebbe inventare un’altra forma di democrazia, associata al `socialismo di mercato’ concepito come fase nella lunga transizione socialista. Altrimenti vedo solo il profilarsi di una successione di autocrazie senza legittimità e brevi periodi di `piccola democrazia’ instabile, come è successo nel Terzo mondo capitalistico.
Le possibilità economiche della via capitalistica in Cina e la varietà di forme della sua gestione politica dipendono – almeno in parte – dalle condizioni di inserimento di questo capitalismo nell’attuale sistema capitalistico mondiale. Non si tratta, infatti, solo degli aspetti economici di questo inserimento: le dimensioni geopolitiche del problema sono altrettanto importanti. E da questo punto di vista gli Stati Uniti, attraverso la voce di Bush padre e figlio e di Clinton, hanno fatto capire molto bene di non tollerare l’affermazione di una nuova potenza cinese, anche se dovesse assumere un carattere capitalistico.
La varietà fa parte della natura e non si può certo negare la diversità delle società capitalistiche. Il capitalismo `renano’, ad esempio (per non parlare delle differenze tra il capitalismo francese e tedesco, riconciliazione franco-tedesca oblige!), è diverso da quello `anglosassone’ (ma anche in questo caso il capitalismo americano ha caratteristiche diverse da quello britannico). Quali sono i motivi? Su questo punto ritengo sia necessario trasferire il dibattito dal piano descrittivo dell’attualità a quello dell’analisi storica delle culture politiche prodotte dalle lotte sociali, che hanno accompagnato la formazione della modernità. Occorre, per questo, mettere in evidenza il contrasto fra l’ideologia nordamericana e quella europea. La prima riconosce solo due valori fondamentali: la proprietà privata e la libertà (intesa come la facoltà di fare un uso della proprietà libero da qualunque vincolo). La seconda riconosce un valore di uguaglianza, il cui conflitto con quello della libertà deve essere gestito attraverso il riconoscimento di vincoli imposti alla proprietà (alla quale la rivoluzione francese sostituisce la fratellanza).
Altrettanto, se non più importante, è il contrasto che contrappone i capitalismi periferici (anch’essi diversi nello spazio e nel tempo) a quelli centrali. Un contrasto, che rappresenta plasticamente il passaggio da una fase all’altra dell’espansione di un capitalismo mondiale, che si è sempre espresso attraverso una forte polarizzazione. Non tornerò in questa sede sulle nuove forme in via di costruzione del contrasto centro/periferia, fondate sui nuovi monopoli dei centri (tecnologia, accesso alle risorse naturali, comunicazione e informazione, controllo del sistema finanziario mondiale, armi di distruzione di massa), che si sostituiscono al semplice monopolio industriale delle epoche precedenti. Da questo punto di vista la definizione di `paesi emergenti’ assume l’aspetto di una farsa ideologica: si tratta di paesi che, invece di `recuperare’ il tempo perduto, costruiscono il capitalismo periferico di domani. E la Cina non fa eccezione.
I richiami alla dimensione culturale e alla varietà che impone (o imporrebbe) alle vie del capitalismo (o del socialismo) diventano rituali e vuoti, se la `cultura’ è concepita come una invariante trans-storica, postulato necessario a tutti i fondamentalismi (sia quello di Bush che di bin Laden). Altrettanto banale è il preteso contrasto fra `capitalismo normale’ (alla maniera ideale di Weber) e `capitalismo popolare’, che si ritiene fondato su una proprietà distribuita in modo più o meno uguale (il cittadino diventa al tempo stesso lavoratore e azionista, sull’esempio concepito dal modo di accumulazione `patrimoniale’ e di molte altre teorie oggi di moda).
3 Il socialismo si definisce prima di tutto come emancipazione dell’umanità e come costruzione di un modo di organizzazione generale della società, liberata dalla sottomissione alienante alle esigenze dell’accumulazione del capitale. Socialismo e democrazia sono quindi inseparabili.
Oggi sappiamo che la strada in direzione di questo socialismo sarà lunga, più lunga (e diversa) di quella immaginata dalla Seconda e dalla Terza Internazionale. E in questa prospettiva un `socialismo di mercato’ potrebbe rappresentare una prima fase. Ma tutto ciò è possibile solo sulla base di alcune condizioni, che possiamo riassumere in tre punti.
Il primo punto è costituito da determinate forme di proprietà collettiva che sono create, mantenute e rafforzate nel corso dell’intero processo di crescita sociale. Queste forme possono e devono essere molteplici: derivare da iniziative statali, da collettività regionali, da cooperative di lavoratori o di cittadini. Ma, per fare in modo che possano operare nel rispetto dello scambio commerciale, devono essere concepite come forme di proprietà autentiche (eventualmente anche non privata), e non come espressioni di poteri mal definiti. Non accetto a questo proposito la semplificazione oggi di moda – inventata da von Mises e da von Hayek –, che confonde proprietà e proprietà privata. Questa riduzione/semplificazione deriva dalla confusione tra pianificazione centralizzata alla sovietica e socialismo. I due antagonisti si pongono quindi sullo stesso piano. Del resto la prevalenza della proprietà collettiva non esclude il riconoscimento di un ruolo alla proprietà privata. Non solo alla `piccola proprietà’ locale (artigianato, piccole e medie imprese, piccole attività commerciali e di servizio), ma anche alla `grande impresa’ o addirittura ad accordi con il grande capitale transnazionale. A condizione però che il quadro nel quale queste strutture sono autorizzate ad agire sia chiaramente definito.
L’esercizio delle responsabilità dei `proprietari’ (Stato, collettività e privati) deve essere regolato. Questo secondo punto è formulato qui in termini vaghi, che possono essere precisati solo tenendo conto delle esigenze concrete dei vari momenti della trasformazione e della prospettiva più a lungo termine dell’obiettivo socialista. In altre parole bisogna considerare in termini di regolazione la combinazione conflittuale tra le esigenze associate a un’accumulazione di tipo capitalistico (nonostante il carattere collettivo della proprietà) e quelle del dispiegamento progressivo dei valori del socialismo (l’uguaglianza in primo luogo, l’integrazione di tutti nel processo di cambiamento, il servizio pubblico nel senso più nobile del termine).
Il terzo punto riguarda la democrazia, inseparabile dal concetto di emancipazione. La democrazia è, quindi, non una formula data una volta per tutte, che deve solo essere `applicata’, ma un processo mai definitivamente realizzato, e che mi porta a preferire il termine di `democratizzazione’. Questa deve saper combinare, in formulazioni sempre più complesse e ricche, le esigenze indispensabili della loro definizione in termini di `procedure’ ben definite (cioè lo stato di diritto) e `sostanziali’. Mi riferisco alla capacità di questa democratizzazione di rafforzare l’impatto dei valori del socialismo sul processo decisionale a tutti i livelli e in tutti i settori.
Autoaffermandosi come `avanguardia’, il sistema sovietico avrebbe potuto evolvere in questo senso, fare delle riforme in questo senso, liberarlo dai gravami della pianificazione centralizzata e dello Stato-partito? Il problema ormai ha un carattere storico. In ogni caso la storia ha messo in evidenza che le `riforme’, quando furono prese in considerazione, non andavano in quel senso; anzi, al contrario, miravano a prolungare la sopravvivenza del sistema arrivato ai suoi limiti storici.
La Cina attuale si è già messa fuori dal `socialismo di mercato’ così come lo abbiamo definito in questa sede, poiché ha progredito sulla strada capitalistisca, avendo accettato – in linea di principio – la prospettiva della sostituzione dell’autorità della proprietà collettiva e pubblica con quella della proprietà privata. Molte voci critiche – cinesi in particolare – del sistema attuale affermano, non senza validi argomenti concreti, che «è già troppo tardi». Ma questo non è il mio punto di vista. Finché il principio dell’accesso uguale alla terra sarà riconosciuto e la sua applicazione effettiva rimarrà operativa, ritengo che non sia troppo tardi per permettere all’azione sociale di modificare un’evoluzione ancora incerta. È anche il punto di vista di William Hinton. Vedremo meglio di che si tratta nella successiva sezione.
4 Nel 2000 la popolazione la Cina contava 1.200 milioni di abitanti, di cui due terzi contadini (800 milioni). Una semplice proiezione nel 2020 dimostra che sarebbe illusorio, se non pericoloso, credere che l’urbanizzazione potrà diminuire sensibilmente il numero di contadini, anche se riuscirà a ridurne la percentuale.
Una crescita demografica dell’1,2% annuo porterà la popolazione della Cina nel 2020 a 1.520 milioni. Ammettiamo che la Cina riesca a sostenere una crescita delle sue industrie e dei servizi moderni, presenti nelle aree urbane al tasso del 5% annuo. Per riuscirci la modernizzazione e le esigenze di competitività imporranno un crescita non più basata esclusivamente su un modo di accumulazione estensivo (le stesse industrie e servizi attuali, ma in numero maggiore), ma su un modo parzialmente intensivo, associato a un forte miglioramento della produttività del lavoro (dell’ordine del 2% annuo). La crescita dell’offerta di lavoro urbano sarebbe in questo caso del 3% annuo, portando la cifra della popolazione che potrà essere assorbita dall’area urbana a 720 milioni. Questa cifra includerebbe anche quella popolazione urbana attualmente disoccupata o occupata in lavori precari e informali (un volume non trascurabile). Tuttavia la sua proporzione sarebbe fortemente ridotta (e questo sarebbe già un buon risultato).
Una semplice sottrazione mostra, quindi, che 800 milioni di cinesi – lo stesso numero attuale, ma in una percentuale ridotta dal 67 al 53% della popolazione totale – rimarrebbe nelle zone rurali. Se fossero costretti a emigrare in città, perché non hanno accesso alla terra, non farebbero altro che accrescere la popolazione emarginata delle periferie, come avviene da molto tempo nel Terzo mondo capitalistico.
Una proiezione a più lungo termine – quaranta anni – conforterebbe questa conclusione: anche nelle ipotesi più ottimistiche, basate sulla continuazione di un processo di forte modernizzazione e industrializzazione – in assenza di problemi dovuti a eventi o congiunture politiche o economiche, nazionali o mondiali, anche transitori – si può sperare solo in una riduzione molto lenta della proporzione della popolazione rurale, almeno nell’arco di un secolo.
E si tratta di un problema che non riguarda solo la Cina, ma che interessa tutto il Terzo mondo, cioè il 75% della popolazione mondiale.
Le agricolture contadine comprendono quasi metà dell’umanità: tre miliardi di persone. Questi agricoltori si dividono a loro volta tra chi ha beneficiato della rivoluzione verde (fertilizzanti, pesticidi e sementi selezionate), anche se poco meccanizzata, la cui produzione oscilla tra 100 e 500 quintali per lavoratore e chi invece non ha vissuto questa rivoluzione, la cui produzione oscilla intorno ai 10 quintali per addetto. L’agricoltura capitalistica, comandata dal principio del profitto del capitale, localizzata quasi esclusivamente in America del nord, in Europa, nel Cono sud dell’America latina e in Australia, utilizza solo poche decine di milioni di agricoltori, che non sono più dei veri `contadini’. Ma la loro produttività, funzione diretta della meccanizzazione (di cui hanno quasi l’esclusività su scala mondiale) e della superficie di cui ciascun addetto dispone, oscilla tra dieci e ventimila quintali di cereali- equivalente per lavoratore all’anno.
Così un’ulteriore ventina di milioni di imprese agricole moderne, se avesse accesso alle grandi estensioni di terra necessarie (togliendole alle economie contadine e scegliendo i terreni migliori) e ai mercati di capitali per le attrezzature, potrebbe produrre l’essenziale di quello che i consumatori urbani solvibili comprano ancora alla produzione contadina. Che cosa succederebbe allora a quei miliardi di produttori contadini non competitivi? Sarebbero inesorabilmente eliminati nel breve tempo storico di qualche decina di anni. Che cosa succederebbe a quei miliardi di esseri umani, poveri tra i poveri, che riescono a malapena a sopravvivere (i tre quarti dei denutriti del mondo sono contadini)? Nell’arco di cinquant’anni nessuno sviluppo industriale più o meno competitivo, anche nella ipotesi più ottimistica di una crescita continua del 7% annuo per i tre quarti dell’umanità, potrebbe assorbire anche solo un terzo di questa riserva. In altre parole il capitalismo è per sua natura incapace di risolvere la questione contadina e le sole prospettive che offre sono quelle di un `pianeta bidonville’ e di miliardi di uomini `di troppo’.
La strategia che il capitale dominante vuole ormai mettere in pratica è una sorta di enclosure su scala mondiale. Siamo arrivati al punto in cui per aprire un nuovo settore all’espansione del capitale (la `modernizzazione’ della produzione agricola) è necessario distruggere – in termini umani – intere società. Venti milioni di nuovi produttori efficienti (cinquanta milioni di essere umani, tenendo conto delle loro famiglie) da un lato, diversi miliardi di emarginati dall’altro: la dimensione creatrice dell’operazione rappresenta solo una goccia nel mare di distruzione che provocherebbe. Per questo ritengo che il capitalismo sia entrato nella sua fase senile 2. La logica che comanda questo sistema non è più in grado di assicurare la semplice sopravvivenza di metà dell’umanità. Il capitalismo diventa barbarie, invita direttamente al genocidio. È necessario più che mai sostituirgli altre logiche di sviluppo, una razionalità superiore.
I difensori del capitalismo affermano che la questione agraria in Europa ha trovato la sua soluzione con l’esodo rurale. Perché allora i paesi del Sud non potrebbero riprodurre, con due secoli di ritardo, un analogo modello di trasformazione? Questa analisi dimentica però che le industrie e i servizi urbani del diciannovesimo secolo europeo esigevano una manodopera abbondante e che la parte in eccedenza era potuta emigrare in massa in America. Il terzo mondo contemporaneo non ha questa possibilità e se vuole essere competitivo come gli si impone di essere deve ricorrere alle tecnologie moderne che esigono poca manodopera. La radicalizzazione prodotta dall’espansione mondiale del capitale impedisce al Sud di riprodurre in ritardo il modello del Nord.
Allora che fare?
È necessario accettare il mantenimento di un’agricoltura contadina per tutto il ventunesimo secolo. Non per romantica nostalgia del passato, ma semplicemente perché la soluzione del problema passa per il superamento delle logiche del capitalismo, inserendosi nella lunga transizione secolare verso il socialismo mondiale. Bisogna quindi immaginare delle politiche di regolazione dei rapporti fra il `mercato’ e l’agricoltura contadina. A livello nazionale e regionale queste regolazioni, specifiche e adattate alle condizioni locali, devono proteggere la produzione nazionale, assicurando così l’indispensabile sicurezza alimentare delle nazioni e neutralizzando l’arma alimentare dell’imperialismo – in altre parole scollegare i prezzi interni da quelli del cosiddetto mercato mondiale. Queste regolazioni – attraverso una progressione della produttività nell’agricoltura contadina, senza dubbio lenta ma continua – devono permettere il controllo del trasferimento graduale della popolazione dalle campagne verso le città. Ovviamente l’articolazione tra lo sviluppo delle agricolture contadine e l’industrializzazione moderna può e deve inserirsi nella prospettiva creativa di un immaginario sociale liberato dal modello dello spreco proprio del capitalismo delle aree forti, che difficilmente potrebbe essere generalizzato a una decina di miliardi di uomini.
La `questione agraria’, lungi dall’aver trovato una soluzione, è più che mai al centro delle sfide principali con le quali l’umanità dovrà confrontarsi nel ventunesimo secolo. Le risposte che saranno date a questo problema influenzeranno in modo decisivo il corso della storia.
Da questo punto di vista la Cina ha a disposizione un elemento estremamente importante – l’eredità della sua rivoluzione –, che le permette di produrre uno dei `modelli’ possibili di prefigurazione di quello che è necessario fare in un contesto così problematico. L’accesso alla terra è, infatti, per metà dell’umanità un diritto fondamentale e il suo riconoscimento è una condizione essenziale per la sua sopravvivenza. Questo diritto, ignorato dal capitalismo, non è neanche menzionato nella Carta dei diritti dell’uomo dell’Onu! Ma è riconosciuto dalla Cina (e dal Vietnam). Sarebbe del tutto illusorio ritenere che rinunciandovi, cioè attribuendo alla terra lo status di merce come suggeriscono tutti i propagandisti del capitalismo sia in Cina che altrove, si potrebbe «accelerare la modernizzazione».
La modernizzazione dell’agricoltura è una delle quattro modernizzazioni enunciate da Zhou Enlai. La sua necessità non significa affatto che la crescita della produzione agricola comporti l’abbandono del diritto alla terra di tutti a beneficio di pochi. Questa strada contribuirebbe certamente alla crescita produttiva di alcuni, provocando però una produzione stagnante per molti. E la media della crescita produttiva rappresentata dal mondo rurale rimasto sul posto o emigrato nelle bidonvilles rischierebbe di essere piuttosto bassa sul lungo periodo.
Ma questa realtà non interessa ai difensori assoluti del capitalismo. L’accumulazione e l’arricchimento di pochi è la sola legge che conoscono, l’esclusione degli `inutili’, anche se possono essere miliardi di persone, non costituisce un problema.
La storia della Cina nel corso dell’ultimo mezzo secolo ha dimostrato che un’altra via, basata sulla partecipazione di tutto il mondo rurale al processo della modernizzazione (nel rispetto, quindi, del diritto alla terra per tutti), può dare dei risultati che sostengono favorevolmente il confronto con la strada capitalistica (il confronto tra la Cina e l’India è, da questo punto di vista, particolarmente istruttivo). Scegliere questa via non significa certo scegliere la via più facile, poiché le strategie, i mezzi di intervento e le forme istituzionali che possono darle la massima efficacia non possono essere definiti una volta per tutti ed essere gli stessi ovunque (anche all’interno delle stesse regioni della Cina) e in tutte le fasi dell’evoluzione. L’errore del modello kolchoziano sovietico e delle comuni cinesi è stato quello (oltre alla pianificazione centralizzata) di aver considerato queste formule come soluzione definitive. Concordo su questo punto con le affermazione di numerose organizzazioni contadine cinesi e di William Hinton, che raccomandano – allo stadio attuale – una politica di sostegno per un movimento diversificato di cooperative volontarie.
Che lo si voglia o meno, la `questione agraria’ rimane uno dei punti principali della sfida della modernizzazione. Il contrasto centri/periferie è in gran parte prodotto – o riprodotto – dalla scelta della `via capitalistica’, i cui effetti sulle società periferiche sono stati e continuano a essere disastrosi. La `via contadina’, in collegamento con gli altri segmenti dell’organizzazione di una fase `socialista di mercato’, costituisce la sola risposta, che può risultare insieme adeguata e capace di far uscire le società del Terzo mondo dal loro `sottosviluppo’, dalla miseria crescente che colpisce miliardi di uomini, dalla mancanza di qualsiasi peso di questi Stati sulla scena internazionale.
5 L’eredità della rivoluzione cinese ha e continuerà ad avere un’influenza – positiva – considerevole.
I successi registrati nel corso degli ultimi venti anni – una crescita economica equilibrata e di grande impatto, una urbanizzazione gigantesca (200 milioni di nuovi abitanti urbani) e una capacità di assorbimento tecnologico notevole e, nel suo insieme, ben riuscita – sono stati definiti `miracoli’, ma in realtà non lo sono. Senza la rivoluzione, che ne ha preparato le condizioni, non sarebbero stati possibili. Nei miei scritti precedenti sulla Cina ho fatto riferimento a questo punto di vista, che condivido insieme alla quasi totalità degli intellettuali cinesi. Solo i propagandisti dell’imperialismo americano e i loro emuli europei e cinesi fanno finta di ignorarlo. I risultati in termini sociali – disuguaglianze sociali e regionali, disoccupazione e afflusso di contadini nelle città –, più discutibili che realmente discussi, non hanno nulla di comparabile con le catastrofi che si registrano ovunque nelle esperienze del Terzo mondo capitalistico, tanto in quelle definite `miracolose’ (sempre senza futuro) che nelle altre. I cinesi ignorano per lo più queste realtà e di conseguenza sottovalutano i loro stessi successi. Ma chiunque conosca bene il Terzo mondo non può ignorare le differenze gigantesche che distinguono la Cina dalle altre periferie del sistema mondiale.
«La Cina è un paese povero dove si vedono pochi poveri.» La Cina alimenta il 22% della popolazione mondiale, sebbene disponga solo del 6% delle terre arabili del pianeta. Il vero miracolo è qui. Spiegarlo con l’antichità della civiltà cinese non è corretto. E anche se effettivamente la rivoluzione industriale della Cina disponeva di un’attrezzatura tecnologica più avanzata di tutte le altre grandi regioni del mondo, la sua situazione si era molto deteriorata nel corso di un secolo e mezzo e aveva prodotto una miseria su vasta scala, paragonabile a quella dei paesi periferici distrutti dall’espansione imperialistica, come l’India. La Cina deve il suo notevole risanamento alla sua rivoluzione. Viceversa, all’estremo opposto del ventaglio di situazioni diverse create dall’espansione capitalistica mondiale metterei il Brasile: «un paese ricco dove si vedono quasi solo poveri».
Pochi paesi del Terzo mondo sono così poveri come la Cina, in termini di rapporto popolazione/superficie di terra arabile. Solo il Vietnam, il Bangladesh e l’Egitto le sono paragonabili. Alcune regioni dell’India o Giava sono altrettanto povere, ma questa povertà non riguarda né l’India né l’Indonesia nel loro insieme. Eppure in India, in Egitto, in Bangladesh, come in quasi tutta l’America latina (a eccezione di Cuba) lo spettacolo di una miseria incommensurabile colpisce tutti gli osservatori. Chiunque ha avuto la possibilità di percorrere migliaia di chilometri attraverso le province ricche e le regioni povere della Cina, o di visitare un buon numero delle sue grandi città, deve ammettere che la situazione che si riscontra è molto diversa dallo spettacolo avvilente delle campagne e delle bidonvilles del Terzo mondo. La ragione di questo successo della Cina è indubbiamente dovuto alla sua radicale rivoluzione contadina e all’accesso uguale alla terra, che è stata in grado di garantire.
La rivoluzione cinese ha fatto entrare la sua società nella modernità. La società cinese è di fatto moderna, e lo si vede in tutti gli aspetti del comportamento dei suoi cittadini. Per modernità mi riferisco a quella rottura storica e culturale a partire dalla quale gli uomini si considerano responsabili della loro storia. Una modernità mai realizzata definitivamente, in Cina come altrove, dove domina il pensiero, le ideologie e i comportamenti.
Questa modernità spiega perché non si vedono in Cina quelle nevrosi paraculturali, che colpiscono altrove, nei paesi musulmani, nell’India induista, nell’Africa subsahariana. I cinesi vivono il loro tempo, non si lasciano influenzare da quei richiami nostalgici verso un passato mitologico, così di moda altrove. Non conoscono il `problema dell’identità’.
Ma la modernità, anche se non produce di per sé la democrazia, ne crea le condizioni, impensabili senza di essa. Comparativamente poche società della periferia del sistema capitalistico hanno operato questo passaggio alla modernità (la Corea e Taiwan costituiscono da questo punto di vista delle eccezioni, di cui non esaminerò qui le ragioni complesse). Al contrario il momento attuale è nell’insieme caratterizzato da incredibili regressioni, attraverso le quali si esprime il fallimento del capitalismo. «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati», aveva scritto Gramsci 3.
Ora, il discorso sulle presunte eredità culturali, favorevoli o sfavorevoli alla democrazia, non fa che ingenerare confusione, poiché questo discorso ignora la rottura che costituisce la modernità, attribuendo a queste `culture’ dei caratteri invarianti, `trans-storici’.
La modernità nella quale la Cina si è avviata costituisce un elemento fondamentale per il futuro. Non so se produrrà abbastanza rapidamente l’aspirazione del suo popolo alla democrazia e la creazione di adeguate forme democratiche. Ma ciò non è `impossibile’, e dipenderà largamente dall’articolazione delle lotte democratiche e sociali.
La rivoluzione e il balzo nella modernità hanno trasformato il popolo cinese più di qualunque altro nel Terzo mondo contemporaneo. Le classi popolari cinesi hanno fiducia in se stesse, sanno battersi e sanno che la lotta paga. Si sono ampiamente sbarazzate di quegli atteggiamenti di sottomissione, le cui espressioni visibili costituiscono per ogni osservatore una triste realtà in tanti altri paesi. L’uguaglianza è diventata un valore essenziale dell’ideologia comune, come è successo in Francia (un paese che ha fatto la sua grande rivoluzione) e come invece non è successo negli Stati Uniti (che non hanno fatto questa rivoluzione).
L’insieme di queste trasformazioni profonde si traduce in una forte combattività. Le lotte sociali sono quotidiane, si contano a migliaia, prendono spesso forme violente e non si traducono sempre in un fallimento. Il potere lo sa e cerca di reprimerle, di evitare la cristallizzazione dei fronti di lotta che oltrepassano il carattere locale (con il divieto dell’organizzazione autonoma delle classi popolari) e di attenuare i pericoli attraverso l’arte del `dialogo’ e della manipolazione. Queste lotte non sembrano piacere alla maggior parte dei difensori occidentali dei `diritti umani’. La democrazia al servizio della lotta di classe non li interessa, anzi li preoccupa. Al contrario la rivendicazione democratica che tutti difendono sistematicamente e che citano in continuazione è quella dei `liberali’, sostenitori entusiastici delle virtù del capitalismo!
6 Anche la questione nazionale occupa oggi un ruolo centrale nei dibattiti cinesi e nelle lotte politiche, che contrappongono i sostenitori di linee evolutive diverse.
Dal 1840 al 1949 la Cina è stata vittima della continua aggressione imperialistica delle potenze occidentali e del Giappone, come tutte le nazioni dell’Asia e dell’Africa. I suoi aggressori hanno saputo stringere alleanze con le locali classi dominanti reazionarie – `feudali’ e conquistatrici – e con i signori della guerra. La guerra di liberazione condotta dal Partito comunista ha restituito alla Cina la sua dignità e ricostruito la sua unità (la questione di Taiwan rimane l’unica questione ancora irrisolta). Tutti i cinesi ne sono consapevoli.
Nonostante alcuni regionalismi che le dimensioni del paese producono inevitabilmente, la nazione cinese (han) è una realtà. Le sole questioni nazionali gestite in modo discutibile (anche se non condivido affatto il punto di vista dei pretesi `difensori della democrazia’, diventati entusiasti sostenitori di lama e mullah che, a parte il loro oscurantismo, hanno sempre sfruttato con violenza barbara i loro stessi popoli fino alla liberazione da parte della rivoluzione cinese) sono quelle che riguardano i tibetani e gli uiguri. L’imperialismo si impegna attivamente a sfruttare queste debolezze del regime.
Non mi spingerò più lontano nelle mie riflessioni. Ho avuto l’occasione di discutere dei problemi più vari con dirigenti cinesi di livello medio-alto, che occupano funzioni di natura diversa. La mia impressione è che coloro che si occupano della gestione economica sono piuttosto orientati a destra, mentre chi gestisce il potere politico rimane lucido su un punto fondamentale: considera – per il lungo periodo – l’egemonismo di Washington come il nemico numero uno della Cina (in quanto nazione e Stato, non solo quindi come paese `socialista’). Questi dirigenti politici lo dicono senza apparente difficoltà e lo ripetono spesso. Su questo punto, rimango sorpreso dalla differenza tra il loro linguaggio e quello che ho sentito utilizzare (con convinzione) dai dirigenti politici sovietici (e da quelli delle ex democrazie popolari). Questi ultimi mi sono sempre sembrati non del tutto consapevoli dei veri obiettivi di Washington e dei loro alleati occidentali. Il discorso che Gorbaciov ha pronunciato nel 1985 a Reykjavik, proclamando – con un’incredibile ingenuità – la `fine’ delle ostilità fra gli Stati Uniti e l’Urss, sarebbe stato impensabile in Cina. Casualmente mi è capitato di discuterne poco tempo dopo a Pechino. E, di fatto, tutti i cinesi erano allora stupiti da questa affermazione e sostenevano con passione che gli Stati Uniti erano e sarebbero rimasti il loro avversario numero uno.
I cinesi hanno una forte consapevolezza del ruolo che la loro nazione ha avuto nella storia. Il nome del paese – Chung Kuo – non fa riferimento ad alcuna `etnia’ specifica, significava `impero di mezzo’ (e Repubblica popolare cinese si legge in cinese Repubblica popolare dell’impero di mezzo!). Il declino della loro nazione è stato per loro insopportabile. È per questo motivo che l’intellighenzia cinese si è sempre indirizzata verso `modelli’ esterni, che avrebbero permesso di individuare quello che si doveva fare per dare alla Cina il suo posto nel mondo moderno. Dopo il 4 maggio 1919 questo modello era quello del Giappone (a cui si ispirava il Kuo Ming Tang) o quello della Russia rivoluzionaria (che alla fine si è imposto, perché associava la lotta contro l’imperialismo a una trasformazione sociale rivoluzionaria, che impegnava tutto il popolo). Ma adesso, con il Giappone in crisi, con la Russia crollata e con l’Europa che cerca di imitare gli Stati Uniti, la Cina rischia di vedere la modernità e il progresso solo attraverso il `modello americano’, che peraltro è quello del suo avversario, così come lo era ieri il Giappone.
È impossibile sottovalutare gli enormi pericoli che tutto ciò comporta. In questo modo infatti si alimenta nella nuova generazione l’illusione `dell’amicizia americana’. Si contribuisce a far dimenticare l’importanza decisiva – sottovalutando il peso dell’egemonismo aggressivo degli Stati Uniti – della ricostruzione di un internazionalismo dei popoli. Non dimentichiamo, infatti, che dietro le classi dirigenti europee, allineate sulla strategia di Washington nella preoccupazione esclusiva di difendere gli interessi comuni del capitale dominante del nuovo imperialismo collettivo della triade, ci sono popoli la cui visione della modernità non è quella che il neoliberalismo globalizzato e americanizzato vuole imporre. Dietro i traballanti poteri del Terzo mondo, ci sono popoli che in passato hanno dato filo da torcere all’imperialismo dell’epoca esprimendo, attraverso il movimento dei non allineati, la solidarietà dei popoli afro-asiatici.
La costruzione da parte della Cina della ferrovia Tanzania-Zambia (Tanzam), l’unica iniziativa importante che abbia liberato l’Africa australe dalla dipendenza fisica nei confronti del regime dell’apartheid del Sudafrica, e l’attività dei medici cinesi nei villaggi più inaccessibili dell’Africa hanno dato grande popolarità alla Cina dell’epoca. Far rivivere la solidarietà dei popoli africani e asiatici nei confronti delle aggressioni selvagge dell’egemonismo americano, in corso o future, costituisce oggi, per la Cina come per gli altri paesi, uno dei compiti più importanti della strategia antimperialistica. È la condizione per impedire che la leadership della resistenza all’imperialismo sia assunta dai vari Saddam Hussein e bin Laden.
7 Tutte le grandi rivoluzioni – quella francese, russa e cinese – si sono proiettate molto oltre le `esigenze contingenti’ e le trasformazioni immediate necessarie nelle società in cui si sono verificate. La repubblica fraterna e popolare che nel 1793 voleva costruire tutto `immediatamente’ o il comunismo – sotto la cui bandiera i russi e i cinesi hanno condotto la loro rivoluzione – formulavano le utopie creatrici necessarie per un futuro di più ampio respiro.
Non si dovrebbe quindi essere sorpresi che tutte le grandi rivoluzioni siano state seguite da fasi recessive, da `restaurazioni’, da `controrivoluzioni’. Ma questi arretramenti non sono riusciti a distruggere i semi fecondi delle visioni rivoluzionarie più promettenti. Solo le piccole rivoluzioni – ammesso che in questo caso si possa parlare di rivoluzioni – come la `gloriosa’ rivoluzione inglese del 1688 o la pretesa rivoluzione americana che non ha nulla modificato del sistema sociale coloniale, limitandosi a trasferire il potere politico dalla madrepatria ai coloni, possono vantarsi di essere `riuscite in pieno’, anche se in realtà si sono limitate a registrare quello che si produceva spontaneamente nella società.
La regressione rimane comunque un pericolo molto grave. Rischia di far scomparire la Russia in quanto nazione, senza che si possano vedere i segni di un risanamento. Minaccia di portare la Cina sulla via di un capitalismo periferico senza futuro.
Fare un elenco dei fenomeni negativi, che dimostrano la gravità di questo pericolo, non è certo difficile.
La nuova borghesia cinese non è meno egoista né meno volgare delle borghesie `compradore’ del Terzo mondo contemporaneo. Non occupa (ancora per quanto tempo?) un ruolo centrale sulla scena politica, ma non è priva di mezzi (compresa la corruzione) per influenzare le decisioni.
I giovani della nuova classe media in pieno sviluppo offrono lo stesso spettacolo di `americanizzazione’, probabilmente superficiale a prima vista, ma dietro il quale si nasconde un grave fenomeno di spoliticizzazione: un tempo i giovani operai erano inviati in Urss a imparare a fabbricare motori d’aereo, adesso i figli della nuova classe media vanno negli Stati Uniti a imparare `management’ alberghiero!
In queste condizioni il futuro della Cina rimane incerto. Ma se in questo paese anche la battaglia del socialismo non è stata vinta, non è stata nemmeno definitivamente persa. Lo sarà solo il giorno in cui il sistema cinese rinuncerà al diritto alla terra per tutti i contadini. Fino ad allora le lotte politiche potranno modificare il corso dell’evoluzione del paese.
La classe politica dirigente cerca di controllare queste lotte attraverso la dittatura burocratica. Alcuni frammenti di questa classe cercano anche di impedire con questo stesso mezzo l’affermazione della borghesia. Tuttavia la borghesia e le classi medie nel loro insieme non sono intenzionate a battersi per una democrazia `all’americana’. A eccezione di alcuni ideologi, queste classi accettano senza difficoltà una società autocratica sul modello `asiatico’, purché questa autorizzi l’affermazione dei loro appetiti consumistici. Intanto le classi popolari si battono in difesa dei loro diritti economici e sociali. Riusciranno a unificare le loro lotte, a inventare forme di organizzazione adeguate, a formulare un programma alternativo positivo, a definire il contenuto e gli strumenti della democrazia? Sul lungo periodo ciò mi sembra tutt’altro che impossibile, tenuto conto di quello che ho detto riguardo i popoli che sono passati attraverso l’esperienza di grandi rivoluzioni. Nel medio periodo è difficile dare indicazioni precise.
È per questo motivo che i quattro scenari che avevo tracciato in un articolo precedente mi sembrano ancora possibili.
Il migliore di questi scenari comporterebbe un cambiamento in direzione della costruzione di un socialismo di mercato, concepito come una fase nella lunga transizione verso il socialismo mondiale.
Il peggiore – quello al quale gli imperialisti non hanno mai rinunciato – si concretizzerebbe nella divisione della Cina, `potenza troppo grande’ agli occhi dell’establishment di Washington.
Tra i due, il mantenimento del `compromesso’ esistente o la sua evoluzione a destra salvaguardando l’unità del paese sembrano l’alternativa più probabile nel breve periodo. Tuttavia questi compromessi non potranno garantire né la stabilità di questa forma particolare di `capitalismo alla cinese’ né la continuazione di una modernizzazione economica accelerata.

note:
1 NdR: Questo saggio di Samir Amin è stato pubblicato sulla «Rivista del manifesto», nei numeri 14 e 15 del febbraio e marzo 2001, con i titoli: Il `socialismo di mercato’ in Cina. Bilancio della Grande riforma e Autarchia, economia, integrazione. La Cina nell’economia mondo.
2 NdR: Cfr., su questa rivista, dello stesso autore, Il capitalismo senile, n° 31, settembre 2002.
3 Antonio Gramsci, Quaderno 3, Edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, par. 34, p. 311.