La CIA ordinò: Moro deve morire

Come tutti gli anniversari che si rispettino, anche quello sulla tragica fine di Aldo Moro non esula dalle rivelazioni dell’ultim’ora, quelle destinate – almeno nelle intenzioni – ad aprire squarci di verità su fatti ancora oscuri a distanza di trent’anni. Ora, fatto salvo che in Italia non si riesce mai a sapere una verità che è una su una qualsivoglia vicenda (sia essa minimale per le sorti del Paese, come un delitto di provincia, o decisamente più importante, come la morte violenta di uno statista o una strage dai mandanti politici) la storia dell’omicidio Moro viene vissuta oggi come qualcosa di veramente troppo lontano perché ogni nuova verità possa minimamente influenzare in qualche modo il presente. Ma è forse proprio per questo che ora entrano in scena, con rivelazioni sul piede della tomba, personaggi che all’epoca svolsero ruoli più o meno importanti nell’indirizzare le indagini e nell’influenzare le decisioni di chi, davvero, doveva decidere. Quel che emerge sono nuovi tasselli di una verità a dire il vero già nota, ma raccontata con maggiore rudezza e forse per questo digeribile con più difficoltà. Aldo Moro – ci viene svelato adesso – fu lasciato morire nel nome della ragion di Stato, cosa che di per sé non è certo una novità. Lo è, invece, che nel nome di questa il comitato di crisi messo in piedi per gestire l’emergenza pianificò la morte dell’ex statista. E allora la storia diventa più complicata.
A rivelare i dettagli di questa pagina buia e sporca della storia repubblicana è Steve Pieczenick, esperto di antiterrorismo inviato in Italia dall’allora presidente americano Carter, che ora ha scritto un libro (caldo caldo per il trentennale) e nel quale svela di “aver taciuto per trent’anni”, ma di aver deciso ora di vuotare il sacco una volta per tutte. Il succo del suo racconto è riassunto in questa frase : “Ho atteso trent’anni per rivelare questa storia…chiedo perdono alla famiglia e sono dispiaciuto per lui…ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate Rosse per farlo uccidere. Le BR si erano spinte troppo in là”. Pieczenick, arrivato in Italia nel marzo del 1978 per dare una mano nella veste di negoziatore all’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, nel suo resoconto fa luce su uno degli episodi più misteriosi di quei 55 giorni, ovvero il comunicato delle BR con cui si annunciava che Moro era morto e che il suo corpo si trovava nel lago della Duchessa. “Un’operazione – racconta, precisando che venne messa in atto dai servizi segreti italiani – che avevamo deciso nel comitato di crisi” per avvertire le BR che la morte di Moro era già prevista. Anzi, andava accelerata: “Fu un’iniziativa brutale, certo, una decisione cinica, un colpo a sangue freddo – scrive nel libro – un uomo doveva freddamente essere sacrificato per la sopravvivenza di uno Stato”. Le BR, a quel punto, sarebbero state colte di sorpresa, non riuscendo più a gestire il sequestro e, conseguentemente, non sapendo più che farsene dell’ostaggio. Moro fu ucciso il 9 maggio. Il suo assassinio, a detta di Pieczenick, avrebbe impedito il crollo dell’economia: “Se Moro fosse morto prima la situazione sarebbe stata catastrofica”. Perché, tuttavia, non lo spiega. Né lo si capisce bene continuando la lettura della sua testimonianza. Pieczenick era una sorta di proconsole che la Cia aveva mandato alla periferia dell’impero per risolvere una situazione che l’allora ministro dell’Interno, Cossiga, aveva testualmente definito “terribile, profondamente destabilizzata, con un Paese sull’orlo della deriva”. Ma per capire davvero come stavano le cose, il proconsole fece una visita in Vaticano. Dove gli raccontarono che “i figli di parecchi alti funzionari politici italiani” erano affiliati alle Br e che, di conseguenza, avevano una grande facilità ad ottenere informazioni di prima mano. Pieczenick provò, con una serie di strategie, il negoziato per tre settimane, poi si interruppe non appena le lettere di Moro si fecero più numerose e più accorate. Lì avvenne qualcosa che il funzionario americano definisce “una brusca gelata” tra i politici italiani chiamati a decidere il da farsi. Moro diventò improvvisamente un nemico da eliminare e così i servizi italiani misero in atto una strategia di depistaggio per choccare le Br costringendole, in qualche modo, ad uccidere l’ingombrante ostaggio. Pieczenick racconta, appunto, che si trattò di “un’iniziativa brutale, cinica, un colpo a sangue freddo: un uomo doveva essere freddamente sacrificato per la sopravvivenza dello Stato”. Così avvenne. Cossiga, chiamato più volte in causa da Pieczenick sia nel libro che nelle interviste, ha confermato ogni passaggio della storia. “Io sono rimasto con la stessa idea e con gli stessi incubi – ha confessato il senatore a vita – ho ucciso Aldo Moro, l’uomo che mi gratificò con la sua fiducia e a cui debbo la mia immeritata, vertiginosa carriera, ma credo di espiare ricevendo periodicamente dalla famiglia Moro l’epiteto di assassino”. Nessuno potrà chiarire mai quanto profondo fosse il baratro che si intravedeva nel futuro dell’Italia qualora Moro fosse sopravvissuto al sequestro. Di sicuro lo statista democristiano faceva comodo più morto che vivo un po’ a tutti, a livello internazionale ma, soprattutto, a livello nazionale. Ma anche questa è cosa nota. L’unico dato che la memoria del proconsole Pieczenick aggiunge all’orda di libri e pubblicazioni varie che sono state scritte sull’argomento, è che la morte di Moro fu decisa a tavolino da una classe politica che voleva sopravvivere ad ogni costo ai cambiamenti e alla necessità del rinnovamento dello Stato a cui il compromesso storico di Moro avrebbe dato cittadinanza. La cosiddetta “linea della fermezza”, quindi, nascondeva altre (e non edificanti) necessità politiche del momento. Non si può dire cosa sarebbe stata l’Italia se Moro avesse potuto portare a termine il suo disegno politico. Oggi ci basta vedere che, a distanza di trent’anni, quelli che si potrebbero agevolmente definire i suoi carnefici politici siedono ancora in Parlamento, mentre i loro più diretti successori si apprestano a ritornare nelle aule istituzionali candidati, per lo più a destra, alle prossime elezioni. Forse sono solo indizi, congetture, malignità. Le prove le hanno fatte sparire a tempo debito. Ma anche questa è una storia nota.