La chimica del presente nella fucina del passato

«Tutti noi siamo stati in qualche modo influenzati dal marxismo e io sono esterrefatto quando vedo che di colpo nessuno è più marxista; è una cosa atroce, agghiacciante», disse Giovanni Levi in un’intervista pubblicata da Meridiana a un anno dalla caduta del Muro. Adesso, che da allora anni ne sono passati ben diciassette, ci abbiamo fatto il callo, al punto che non desta più alcuna meraviglia che un «loriano» di ritorno come Geminello Alvi possa scrivere che «solo un noiosissimo scopiazzatore d’idee e numeri nelle biblioteche inglesi come Karl Marx poteva spiegare il capitalismo con la lotta di classe».
Del resto, non è la prima volta che ad un periodo di grande instabilità sociale, politica e intellettuale, come indubbiamente furono gli anni Settanta, faccia seguito un periodo di riflusso conservatore; e la negazione della ragione – e in taluni casi direi perfino della ragionevolezza – è una costante immancabile del conservatorismo intellettuale, specie quando pretende di ammantarsi cialtronescamente d’innovazione. (Si dovrebbero in effetti riscrivere daccapo quelle pagine sul «lorianismo», in cui Gramsci, ispirandosi alle bizzarrie di Achille Loria, ritrasse i molti vizi e le nulle virtù di un nutrito gruppo di intellettuali italiani suoi contemporanei. Ma questo non è il momento né il luogo.)
C’è stato però un tempo non lontano in cui le cose stavano molto diversamente. Un tempo in cui Michel Foucault poteva chiedersi se davvero ci fosse differenza fra l’essere storico e l’essere marxista senza suscitare alcuno scandalo, talmente diffusa anche tra i non marxisti era l’idea dell’intrinseca scientificità della riflessione marxiana. Solo un approccio «politico», frutto della militanza nel Pci o in altri partiti comunisti? Niente affatto, ha argomentato convincentemente Paolo Favilli nel suo ultimo Marxismo e storia. Saggio sull’innovazione storiografica in Italia (1945-1970): l’idea che la «la politica, in quanto arte dell’operare a disegno», fosse «una parte assai piccola del movimento generale della storia» e «una parte non grande della formazione e dello sviluppo della società», come aveva scritto Antonio Labriola nella sua Dilucidazione preliminare (1896), ispirò un profondo rinnovamento paradigmatico della storiografia italiana ed europea nel trentennio 1945-1975 (sempre loro, i «trenta gloriosi keynesiani»!).
L’alchimia del passato
Sono anni in cui la feconda eredità di maestri formatisi nella temperie culturale d’anteguerra incontra allievi straordinariamente interessati a comprendere i cambiamenti epocali intervenuti nel dopoguerra, nel loro «tempo presente». Anni in cui si ambisce a spiegare la vicenda umana «col sussidio delle realtà economiche, sociali, mentali e immaginarie nella cui unione strutturata la maggior parte degli storici d’oggi intende la storia», come dirà poi Jacques Le Goff. E in cui – prendendo ancora a prestito le parole dello storico francese – «la storia economica e sociale» viene concepita come «la base sociale della spiegazione del passato», benché «funzione egualmente fondamentale nell’evoluzione» venga assegnata anche alla «storia delle rappresentazioni». E chi altri se non Marx aveva appunto mostrato come la teoria economica potesse trasformarsi in analisi storica e il racconto storico in histoire raisonnée? Non era proprio nell’analisi marxiana che Schumpeter aveva rilevato quella «fusione di natura chimica» in virtù della quale «i fatti sono introdotti nel cuore del ragionamento da cui i risultati sgorgano»?
Era insomma un approccio squisitamente euristico e non solo «politico» ad ispirare in quel periodo il rinnovamento della storiografia. Un rinnovamento in cui un ruolo centrale veniva assegnato alla storia economica, allora tutt’altra cosa che quella «teoria neoclassica retrospettiva» (giusta la definizione di Hobsbawm) cui l’hanno ridotta due generazioni di cliometrici. Come ha scritto Mario Mirri, la storia economica veniva infatti considerata alla stregua di una «storia sociale dell’economia», vale a dire «non soltanto rappresentazione di tecniche produttive, o di variazioni nel tempo di quantità di prodotti e di prezzi di merci, ma anche, e prima di tutto, analisi di un sistema di rapporti sociali di produzione (e delle sue possibili trasformazioni)». «Allargare i confini che tradizionalmente si assegnano alla storia economica», dimostrando come a questi studi «spettasse particolarmente l’ufficio di segnare il passo di quella più ampia sfera di studi storici che potremmo chiamare col nome di storiografia delle strutture»: così, in effetti, aveva auspicato Luigi Dal Pane in un suo scritto del 1950 apparso su Fatti e teorie.
È discusso fra gli storici se il magistero di Delio Cantimori debba o meno essere ricompreso a pieno titolo tra le fonti ispiratrici di questa innovazione storiografica. È però difficile giudicarlo affatto estraneo, considerata la sua «simpateticità» nei confronti del metodo marxiano di interpretazione della storia e della vita sociale e politica (qui stava, a suo avviso, «il vero carattere del marxismo – del pensiero, se vogliamo dir così, di Marx in confronto con le dottrine che agli scritti suoi e di Engels si sono ispirate») e il suo apprezzamento verso lo sforzo di Dal Pane di piegare la storia economica in direzione di una storia «dell’attività produttiva in rapporto alla storia della società». Come è difficile giudicare estranea al nuovo paradigma la scuola delle Annales di Lucien Febvre e Fernand Braudel, benché un marxista doc come Gastone Manacorda le rimproverasse di cadere nell’eccesso opposto, cioè di attribuire troppo poca rilevanza alla «storia dell’azione consapevole, non solo di governi e uomini di Stato, ma di partiti, di gruppi organizzati, di singole personalità», e proprio per ciò di «limitare lo studio della storia alle “forze profonde” (variamente intese), obliterandone il rapporto dialettico con le forze coscienti e soggettive».
La lezione di Cantimori
Il vero è che la generazione post-bellica era spinta da una sorta di febbre intellettuale, da un desiderio di novità, che non aveva riscontri in alcun periodo precedente. Prima della guerra, in effetti, la rottura operata da Marc Bloch e dalle prime Annales era rimasta patrimonio relativamente ristretto, come qui in Italia la lezione di Gino Luzzatto (e in specie la sua polemica con Luigi Einaudi, autentico precursore della concezione della storia economica come teoria marginalista retrospettiva). Dopo la guerra, fu tutt’altro discorso: nessuno o quasi pensò che si potesse continuare a scrivere la storia come aveva fatto la generazione precedente e, nella febbrile ricerca di nuovi paradigmi, marxismo e strutturalismo erano certamente fra gli approcci più gettonati. Soprattutto il marxismo: «Se un giorno gli storici, adepti di una scienza rinnovata, decideranno di fare una galleria degli antenati, il busto barbuto del vecchio profeta renano avrà il suo posto, in prima fila, nella cappella della corporazione», aveva profetizzato Bloch negli anni Quaranta, e trent’anni dopo Braudel gli avrebbe fatto eco: «Il genio di Marx consiste nel fatto che è stato il primo a costruire dei veri modelli sociali, e questo a partire dalla lunga durata storica».
Non che il nuovo paradigma storiografico mancasse di aspetti problematici: che non bastasse disporre di una chiave di lettura e che il nuovo metodo dovesse sostanziarsi di «esperienza di lavoro e di praticaccia nell’arte di comprendere e di studiare» (come amava dire Cantimori) era ovvio – già Engels aveva ammonito sullo scarto esistente fra la comprensione dei principi fondamentali del materialismo storico e la loro applicazione pratica e sulla conseguente possibilità che dall’entusiasmo neofita venisse fuori «robaccia incredibile».
Non è però solo la «robaccia» prodotta dall’incapacità di ricavare un posto alle «forze coscienti e soggettive» nell’ambito della storiografia delle strutture e della longue durée a indurre la transizione verso la storia «antropologico-culturale» e i cultural studies, che origina sul finire degli anni Settanta, spostando la ricerca dalle «classi» all’«identità». Giova qui un suggerimento di Dal Pane: «L’economia appare come trama sottesa alla scena sociale. Non significa che essa predetermina meccanicamente il sociale; ma significa che dà il tono di un’epoca, di una situazione». «Lo spirito del tempo soffia anche sulla cultura della storia», chiosa Favilli, e il crepuscolo degli anni Settanta vede le logiche interne della storiografia, che si erano venute strutturando sul principio per cui la storia è «storia della società», venire ai ferri corti con una temperie politica e culturale che asserisce fermamente che la società non esiste, esistono solo gli individui.
Le conseguenze di questa svolta sono state efficacemente riassunte da uno dei più importanti esponenti della «scuola di Bielefeld», Jürgen Kocka: la storia economica è tornata ad essere una disciplina specializzata, priva di significativa incidenza sul dibattito generale, mentre gli storici hanno perso progressivamente interesse per il cambiamento economico; il tutto, prosegue Kocka, «in un’epoca in cui sperimentiamo l’immenso potere dell’economia. Non è un po’ anacronistico che gli storici parlino in continuazione di cultura mentre l’economia plasma la nostra vita?».
In realtà, l’anacronismo non c’entra. C’entra piuttosto l’assenza di strumenti teorici per indagare le forme del cambiamento economico e, soprattutto, le loro relazioni col cambiamento complessivo delle società. Più in particolare, la teoria marginalista è strutturalmente incapace di concepire il cambiamento: l’asse del suo teorizzare è il concetto di «equilibrio», che – come ci ha insegnato Giorgio Lunghini – è «l’espediente mediante il quale gli agenti e le teorie egemoni nell’economia e nella società trasformano la storia in natura e fissano il passato come un unico futuro ammissibile, trattando come dati gli esiti delle rivoluzioni precedenti e come forze che possono e devono compensarsi le contraddizioni sopravvissute, emerse o temute».
Qualcosa, però, sembra nuovamente muoversi. «Per capire il cambiamento economico – si legge ad esempio nell’ultimo, importante lavoro di Douglass North – dobbiamo gettare la rete al di là del mero aspetto economico, giacché i cambiamenti nell’economia sono il risultato di trasformazioni che avvengono nella “quantità” e “qualità” degli esseri umani, nell’ammontare delle conoscenze, in particolare quelle che riguardano il dominio dell’uomo sulla natura, e nella cornice istituzionale che definisce la struttura» di una data società, intesa a sua volta come «complessa mescolanza di vincoli formali e informali, incorporati nel linguaggio, nelle infrastrutture fisiche e nelle credenze che, nel loro insieme, definiscono le modalità dell’interagire umano». E benché sia prassi comune suddividere tale «edificio» strutturale in discipline separate (economia, scienza politica, sociologia, ecc.), le «costruzioni mentali necessarie per comprenderlo adeguatamente – prosegue North – non coincidono con queste categorizzazioni artificiali. Se vogliamo davvero capire il processo di cambiamento, la nostra analisi dovrà integrare tra loro le conoscenze di queste discipline» e «individuare l’elemento di base che determina le costruzioni mentali».
Non occorre chissà quale riflessione per capire quanto un approccio del genere sia letteralmente incompatibile con gli assiomi, i postulati e i teoremi su cui è edificata la teoria economica neoclassica: basti pensare che, nell’ottica proposta da North, le preferenze non possono che essere endogene, per non parlare della necessità di abbandonare l’ipotesi di ergodicità su cui si fonda la presunta immutabilità dell’economia come scienza che studia la condotta umana come relazione tra scopi e mezzi scarsi, disponibili per usi alternativi.
La damnatio memoriae di Marx
Conviene, però, non farsi troppe illusioni e considerare questo e simili lavori come una semplice tappa nel faticoso processo di «reinvenzione della ruota», potremmo dire, che gli umani che praticano le scienze storiche (e non solo) si sono imposti da quando hanno decretato la damnatio memoriae di Marx. Non tanto perché, nel discorso di North, resta alquanto misterioso il rapporto fra la realtà sociale e le credenze che intorno ad essa elaborano gli umani (emblematiche, al riguardo, le virgolette che sistematicamente accompagnano l’impiego del termine «realtà»), ma soprattutto perché quella «struttura» che pure North pone al centro della sua analisi del cambiamento presenta solo lontanissime parentele con il concetto di «modo di produzione» che invece costituisce l’unità analitica della marxiana «scienza della storia»: basti dire che, per North, si darebbe un contrasto irriducibile fra la storia umana e la teoria darwiniana dell’evoluzione (in quanto «la chiave del cambiamento economico (SAREBBE)l’intenzionalità degli agenti») per avere un’idea della confusione in cui precipita ogni discorso incapace di distinguere adeguatamente fra l’«agire intenzionale» dei soggetti storici (ciò che, nella terminologia proposta da Jacques Monod, potrebbe definirsi «teleonomia»: comportamento finalizzato alla sopravvivenza) e il «cambiamento strutturale», inteso come risultante, spesso inintenzionale, della loro prassi finalistica. «Le strutture che regolano i rapporti sociali sono inconsce», avevano avvertito quasi trent’anni fa Carlo Poni e Carlo Ginzburg, richiamandosi proprio alla lezione marxiana e a quella, «diversa e congiunta», di Freud: solo al di là della superficie dell’intenzionalità dell’agire, infatti, è possibile «attingere il livello più profondo, invisibile, che è costituito dalle regole del gioco, “la storia che gli uomini non sanno di fare”».
Darwin, Marx, Freud. Chissà che la risposta alla domanda «che cos’è la scienza della storia» non debba passare per una «fusione chimica» fra le teorie di coloro che un’epistemologia fondata su di un’improbabile «logica della scoperta scientifica» ha immeritatamente relegato ai margini della scienza.