La Cecla: «Il cosmopolitismo è finito, c’è solo il locale»

Benjamin appartiene a quei pensatori che di solito vengono citati come autori profetici. L’attualità delle sue opere è stata scoperta – non è un caso – proprio sul finire del Novecento. L’avvento della globalizzazione, il crollo dei comunismi, la crisi delle filosofie forti ha reso molte categorie benjaminiane adatte a esprimere la percezione diffusa del mondo circostante, sempre più raffigurato nell’immaginario collettivo come il risultato di un crollo. Ad esempio, le categorie di «rovina» e «maceria», alle quali è dedicato il convegno che si apre oggi a Pompei, organizzato dal Centro per la filosofia italiana (con la collaborazione del dipartimento di filosofia dell’Università di Napoli “Federico II” e l’Istituto italiano per gli studi filosofici). Al tema della memoria è rivolta la prima sessione con Aldo Masullo, Bruno Moroncini. Nel pomeriggio a discutere del rapporto tra tecnica e natura ci saranno Massimo Cacciari, Eugenio Mazzarella, Mario Costa e Massimo De Carolis. Il convegno si conclude domani con le sessioni su “progresso e catastrofe” (ne parleranno Alessandro Dal Lago, Enrico Ghezzi e Franco La Cecla) e “Macerie e tracce dell’antico” (con l’intervento, tra gli altri, di Giuseppe Prestipino e Mario Alcaro).
Gli aspetti sono tanti, eppure ci si può azzardare a ipotizzare un filo unico conduttore, un leit motiv. Al repertorio benjaminiano appartiene la critica alla storia interpretata come sviluppo unico, come progresso lineare. C’è una storia dei vincitori, una storia dei fatti, da un lato, e una storia in controluce, dall’altro, una storia degli sconfitti, una storia che poteva essere e non è stata, ma che non è stata cancellata del tutto ed è in attesa di redenzione. E’ ancora attuale questa chiave di lettura in un’epoca che considera conclusa la storia e che vede la globalizzazione come la vittoria di una cultura dominante – quella del mercato – su ogni altra cultura antagonista? Sembrerebbe di sì. E sembrerebbe anche che il pensiero unico – a dispetto degli apologeti – non sia poi così unico come pare. Anzi, «la globalizzazione favorisce la frammentazione, alimenta le culture locali», spiega l’antropologo Franco La Cecla, tra gli ospiti del convegno.

Non c’è una sola storia, si potrebbe dire con Benjamin. Possiamo dire, per analogia, che non c’è un’unica globalizzazione?

Proprio in questi giorni sta uscendo per Bruno Mondadori un libro di Jonathan Friedman, La quotidianità del sistema globale, di cui sono curatore. La globalizzazione non è qualcosa di astratto, ma avviene sempre localmente. Il locale ha un peso enorme rispetto ai meccanismi globali che sono sempre astratti. La mia impressione è che non solo ci siano delle resistenze del locale rispetto al globale, ma che in qualche modo il locale sia agevolato dalle questioni globali. Quello che sta accadendo a Parigi, ad esempio, è un effetto tipico del fatto che le città europee si possono sviluppare soltanto diventando multietniche. E questo significa frammentare. La popolazione non è più omogenea ma formata da comunità diverse. Significa tornare alle città-mondo dell’Ottocento. Il paradosso è che oggi, in una fase di globalizzazione, l’effetto non è l’omogeneizzazione bensì la frammentazione.

Lei attribuisce a queste identità frammentarie il carattere dell’ubiquità. Perché?

Non so se l’ubiquità sia uno dei sogni dei “globalizzatori”. Ma io credo che l’ubiquità sia legata alle diaspore. Tutte le culture diasporiche hanno dimostrato che si può produrre identità in luoghi diversi. Ma è vero anche che, ad esempio, gli immigrati messicani in California non hanno rifatto il Messico tale e quale. Hanno rifatto un’altra cultura, quella chicana. C’è un potere enorme della gente insediata in un posto di ricreare identità. Questa tendenza è molto più forte che in passato, sia nei suoi effetti negativi che in quelli positivi. Da una parte, c’è una deriva di etnicizzazione con tutte le follie che ne conseguono. Dall’altra, è visibile anche un esito positivo. Mi riferisco ai movimenti delle comunità locali per i diritti.

Il rifiuto del globale non può portare a derive neoidentitarie, alle ideologie pericolose del “sangue” e della “terra”? Al posto dei diritti universali non c’è rischio di un ritorno a discorsi etnici e xenofobi? E come interpretiamo l’invenzione dell’Islam da parte dei figli e dei nipoti degli immigrati maghrebini nelle periferie urbane?

C’è sempre una dialettica. Per un verso, il ritorno all’Islam avviene proprio sul piano dell’astrattezza universalistica. E’ una forma di universalismo, non di particolarismo. I fondamentalisti islamici sono contrari alle identità locali. La prima cosa che hanno fatto in Egitto, ad esempio, è stato distruggere le tombe dei Marabù (personaggi dal ruolo importante nella società che dopo la morte diventano oggetto di culto degno di santi, ndr). Da questo punto di vista sono – purtroppo – una forza di modernizzazione universalistica. Sono i primi globalizzati e globalizzatori. Non rappresentano una deriva etnica. D’altra parte, oggi si parla molto di identità globali e cosmopolite. Ma a fare questi discorsi sono perlopiù minoranze elitarie. In realtà la gente vive la propria vita reiventandosi un radicamento in qualche posto. Può esserci, sì, una deriva per cui l’etnia diventa un’ossessione. Però quel che accade nella maggior parte dei casi è che le persone ricreano sempre un posto e una cultura attorno. Questa tendenza è molto più forte di quella al cosmopolitismo, limitata alle élite. La gente normale fa identità localmente.

Non le pare che in Italia c’è scarsa attenzione alle culture locali, alle identità create dalle comunità degli immigrati?

L’unica speranza dell’Europa, oltre che dell’Italia, è trasformarsi in una regione fatta di città multietniche. Non c’è altra speranza. E’ l’unica tendenza che funziona a livello economico. O le città si attrezzano per diventare dei grandi luoghi di consumo della diversità oppure muoiono. Barcellona è una città che si è completamente reinventata negli ultimi dieci anni inglobando moltissima immigrazione. Ma non per farne manodopera. E’ immigrazione di gente che crea effetto multietnico, apre locali, investe in negozi d’abbigliamento etnico. E’ l’unico modo di far funzionare le città europee, di aumentarne l’appeal.