La cattiva coscienza di Israele

Non è stato bello vedere i palestinesi dare alle fiamme e saccheggiare le sinagoghe degli insediamenti ebraici di Gaza dopo lo sgombero di coloni e soldati israeliani. Ed è grave che il movimento islamico Hamas stia organizzando – contro il parere dell’Anp di Abu Mazen – una mostra dell’arsenale della sua ala militare, Ezzedin Qassam, nel luogo dove sorgeva la sinagoga dell’ex colonia di Netzarim. Tuttavia coloro che, anche in Italia, si sono scatenati contro i «saraceni» che violano i luoghi di culto ebraici, farebbero meglio a rileggere la storia della Palestina dalla fondazione dello Stato di Israele a oggi. Scoprirebbero che i dirigenti dello Stato ebraico hanno fatto ben poco in tutti questi anni per proteggere centinaia di moschee palestinesi. A sollecitare una lettura meno superficiale della storia dei luoghi di culto di questa terra, è stato il quotidiano Ha’aretz che in un servizio firmato da Meron Rapoport, pubblicato la scorsa settimana, ha denunciato la distruzione in Israele di molte decine di moschee, mentre tante altre sono state trasformate in musei, centri di ricreazione, magazzini, sedi di associazioni, almeno due in bar e una in una stalla.

«Svaligiano e bruciano» ha titolato dopo il ritiro dell’esercito da Gaza il più diffuso dei quotidiani israeliani, Yediot Ahronot, mostrando il tempio della colonia di Netzarim dato alle fiamme dai palestinesi. Il governo Sharon, dopo aver rinunciato all’ultimo momento a demolire le sinagoghe su pressione delle gerarchie religiose e dell’estrema destra, ha parlato di «atto di barbarie» e il capo dello stato, Moshe Katsav, ha aggiunto che quello compiuto dai palestinesi è stato un «atto di vandalismo, inumano e incivile». Le stesse parole usate dal nostro ministro per i beni culturali, Rocco Bottiglione, e da altre personalità politiche italiane. Quasi nessuno, naturalmente, si è posto interrogativi circa la decisione del governo di lasciare, all’improvviso, nelle mani dell’Autorità nazionale palestinese la patata bollente del futuro di una trentina di sinagoghe e sale di preghiera costruite dai coloni. Persino un amico di Israele, come il ministro palestinese per gli affari civili, Mohammed Dahlan, ha reagito alle proteste internazionali accusando Sharon di aver teso una trappola all’Anp.

È «curioso» inoltre il fatto che i due rabbini capo di Israele, Jona Metzgher e Shlomo Amar, che si erano opposti alle distruzioni delle sinagoghe di Gaza, il 15 settembre, mentre stavano raggiungendo in auto Castelgandolfo, dove dovevano incontrare Benedetto XVI, abbiano invece approvato lo smantellamento di due sinagoghe situate all’interno dei quattro insediamenti ebraici nel nord della Cisgiordania evacuati il mese scorso. Dopo i roghi di Gaza alcuni giornali locali hanno scritto che le immagini delle sinagoghe distrutte rischiano di esasperare gli estremisti ebrei che potrebbero attaccare a loro volta le moschee. La protezione dei luoghi di culto islamici in Israele, hanno aggiunto, è stata perciò rafforzata. Le cose però sono andate in modo opposto negli anni passati, ha scritto Rapoport. Il giornalista di Ha’aretz dopo aver raccolto dati presso istituzioni e personalità islamiche in Israele, riferisce che dal 1948 ad oggi almeno 34 moschee sono state trasformate in sinagoghe, musei, magazzini e altro. Altre 39 sono chiuse e, quindi, non più accessibili. Altre ancora, un numero imprecisato, sono state distrutte e danneggiate in modo grave.

Ecco alcuni esempi riferiti da Ha’aretz: la sinagoga di Shaarei Zion, ad Azur (Tel Aviv), prima del 1948 era la moschea Yazuri; quella di Geulat Israel, nei pressi di Nes Tziona, era la moschea di Wadi Hunayn; la moschea di Salama (oggi Kfar Shalem, Tel Aviv) ora è un edificio abbandonato ma negli anni `80 era stata la sede di un club di giovani; la sala di preghiera islamica di Sumayil e’ nota oggi come la sinagoga di Sulam Yaacov. Noi aggiungiamo il caso della moschea di Ein Hud (Haifa), trasformata dal dadaista Marcel Janko, fondatore negli anni `50 del «villaggio degli artisti» di Ein Hod, in un bar per intellettuali.

Dati ufficiali sulle proprietà islamiche non sono facilmente reperibili in Israele. Il ministero per gli affari religiosi non esiste più e le sue competenze sono state trasferite all’ufficio del primo ministro che le ha passate al ministero dell’interno che, a sua volta, le ha messe nelle mani del ministero del turismo. Rapoport, prima della pubblicazione del suo articolo, aveva richiesto invano una posizione ufficiale del governo su questo punto. In ogni caso in Israele non esiste un registro dei luoghi di culto islamici. Lo denunciò lo scorso anno Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba. Quello dei luoghi di culto ebraici invece esiste sin dagli anni settanta.