La carica dei volenterosi: una nuova marcia dei 40mila

«Possiamo essere un’ancora di salvataggio per il paese» dice Gianni De Michelis un attimo prima di accomodarsi accanto a Paolo Cirino Pomicino. E’ l’incontro dei «volenterosi», la lobby che il radicale Daniele Capezzone, l’ex diessino Nicola Rossi e altri parlamentari ed economisti divisi equamente tra centrodestra e centrosinistra lanciano da Milano per chiedere al governo più «riforme» e cioè più liberismo.
Vecchio e nuovo della politica si incrociano nella sede del convento dei frati minori di Sant’Angelo, insieme con l’eterno trasformismo italiano: per dirla con l’ex ministro di An Adolfo Urso «il tavolo dei volenterosi può preparare il terreno a un governo di larghe intese». Ufficialmente non è questo che si vuole. Nicola Rossi chiarisce anzi che i volenterosi non si trasformeranno nemmeno in un partito, anche se l’economista dalemiano al momento è libero da vincoli avendo chiuso con la Quercia. Un gruppo di pressione può essere altrettanto utile.
Il nume tutelare del gruppo è Francesco Giavazzi, il professore bocconiano che è di casa sul Corriere della Sera come ormai Nicola Rossi e in generale le iniziative dei volenterosi. Spiega Giavazzi che «le liberalizzazioni sono di sinistra». E aggiunge poi ad esempio che la prima liberalizzazione da fare è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Le cose cambiano, e infatti a chiudere il convegno c’è Savino Pezzotta che quando era segretario della Cisl qualche dubbio sulla libertà di licenziamento pure lo conservava. E in piazza contro la riforma Dini delle pensioni c’era persino andato. Oggi invece dichiara che «innalzare l’età pensionabile e utilizzare le risorse risparmiate per costruire un nuovo sistema di ammortizzatori sociali è condivisibile».
E’ un’idea di Capezzone, sempre più stretto nel ruolo di ex segretario dei radicali (in platea, più a marcare che a applaudire, c’è Marco Pannella) e deciso ad alzare l’età pensionabile di «uno scalino» dal 2009 oltre lo «scalone» già ereditato dalla riforma Maroni. Non solo. Perché per Capezzone quello che serve è «un evento fisico e insieme di fortissima carica simbolica» per segnare «uno spartiacque e un cambio di stagione». Il modello anche quello viene dal passato: «Una nuova marcia dei 40mila». Che forse Giavazzi potrà un giorno spiegare essere stata un corteo di sinistra. Ma intanto come paragone piace a molti dei convenuti come l’Udc Bruno Tabacci, il rutelliano Antonio Polito, il terrore dei fannulloni Pietro Ichino, l’ex cognato Paolo Pilitteri, il senatore fratello Franco Debenedetti e il prete don Mazzi.
Forse, quasi trent’anni dopo, la marcia dei 40mila quadri Fiat come esempio di riformismo potrebbe andar bene addirittura al ministro degli affari regionali Linda Lanzillotta, tra i più applauditi. Convinta Lanzillotta che l’azione dei volenterosi «può rappresentare un utile contributo e uno stimolo per il governo a proseguire sulla strada delle riforme». Sempre a patto di riuscire a restare in piedi, come aveva più saggiamente capito Romano Prodi quando in autunno bloccò ogni tentativo di emendamento «volenteroso» alla finanziaria. Ma Capezzone ci riproverà. Perché «chi non è venuto oggi, domani verrà».