La calda estate del governo indiano

Crisi economica e prezzi alle stelle. Privatizzazioni e aperture ai capitali occidentali. I comunisti e le sinistre radicali sono pronti
ad uscire dalla coalizione in segno di protesta contro le politiche liberiste dell’esecutivo Singh: «Il premier ha violato i patti elettorali»

Non siamo ancora alla crisi di governo ma poco ci manca. La giornata nazionale di mobilitazione di martedì scorso, che ha riempito ogni città dell’India di bandiere, dimostrazioni e blocchi stradali, testimonia l’estrema vitalità dei movimenti sociali indiani che hanno imposto ai partiti della sinistra una decisione forte: la fuoriuscita dal principale organismo di coordinamento della coalizione di centro-sinistra, quello in cui i vari partiti radicali indiani discutono con il moderato Partito del Congresso. Una volta saltato il tavolo delle trattative non è più così improbabile che la United Progressive Alliance che ha vinto le elezioni del 2004 non superi l’estate.
Si tratta certamente della crisi più grave, ma non certo l’unica. Di fatto i partiti comunisti, che costituiscono una parte importante dell’alleanza, hanno interrotto i colloqui che si stavano svolgendo fra la presidente della coalizione, Sonia Gandhi, per protestare contro l’ultima tappa della marcia forzata intrapresa dal governo per rispettare alla lettera il calendario delle riforme politiche di stampo liberista. Nel documento indirizzato alla popolare leader italo-indiana, i partiti di sinistra – comunisti e non – accusano il governo di essere in procinto di commettere la «prima grave violazione» del patto elettorale sottoscritto nel 2003 da tutte le componenti della coalizione, noto come “Common Minimum Program”, il Programma comune minimo sulla base del quale i movimenti sociali indiani avevano accettato di scendere nell’agone elettorale per mettere la loro impressionante macchina organizzativa al servizio della vittoria elettorale della sinistra. Una decisione storica e non certo unanime – numerosi movimenti locali decisero infatti altrimenti – motivata dalla paura della politica razzista del partito fondamentalista hindu, che ha governato il paese per quasi dieci anni con effetti disastrosi. Con l’accordo su di un programma comune minimo i movimenti speravano di influenzare una coalizione ancora impregnata di ideologia liberista. Quando però, all’alba dell’imprevista vittoria elettorale, è stato nominato primo ministro Manmohan Singh, un tecnico del Fondo monetario che, all’inizio degli anni ’90 aveva gettato i presupposti della riforma liberista, si è capito subito che la coalizione non avrebbe avuto vita facile. Fino a questo momento ha comunque prevalso la strategia della trattativa e del compromesso, una tattica che ha consentito alla sinistra – e ai movimenti – di bloccare le riforme peggiori e di imporre alcune importanti conquiste. Anche se la logica della coalizione ha costretto la sinistra a ingoiare bocconi molto amari, per esempio l’apertura massiccia agli investimenti e alle compagnie straniere nel settore delle fatiscenti infrastrutture indiane, si è riusciti a incassare alcune stabili conquiste, come la legge sul salario minimo garantito per i più poveri – circa 300 milioni di persone – la legge sulla trasparenza e alcuni programmi d’emergenza come il piano sanitario per l’India rurale.

Negli ultimi mesi, però, il delicato equilibrio sembra essersi spezzato e la bilancia ha cominciato a pendere dalla parte dei grandi gruppi d’interesse. La proverbiale goccia che fa traboccare il vaso dello scontento, con una popolazione esasperata dai continui aumenti del prezzo del carburante e delle bollette, è arrivata con la proposta di privatizzare una parte della Bharat Heavy Eletricals Limited, la compagnia elettrica nazionale meglio nota come Bhel. Una decisione che, essendo l’azienda economicamente in salute, viene denunciata come particolarmente lesiva degli interessi nazionali dai partiti della sinistra, spaventati anche – almeno secondo la stampa – dall’approssimarsi delle elezioni in Kerala e nel Bengala occidentale, due stati considerati tradizionalmente il bastione di partiti come il Communist Party of India (Marxist), uno dei più forti del sub-continente. L’aumento del prezzo della benzina e la privatizzazione della Bhel, del resto, sono davvero la goccia finale perché arrivano dopo il lungo braccio di ferro primaverile contro il tentativo, da parte del Primo ministro, d’imporre una contestatissima riforma della vendita al dettaglio.

La vendita al dettaglio è un settore fondamentale in un paese scarsamente industrializzato come l’India, e dà da vivere a decine di milioni di persone. Ma il settore è anche un piatto estremamente succulento – stiamo parlando di un giro d’affari da 169 miliardi di euro – per i giganti del settore come Wal – Mart e Tesco, le grandi corporation della distribuzione mondiale cui Singh vuole aprire le porte. E’ abbastanza facile immaginare cosa potrebbe accadere ai circa 12 milioni di negozietti a gestione familiare una volta che fossero costretti a misurarsi con un mostro planetario come Wal-Mart, sesta compagnia più grande del mondo in assoluto, dietro soltanto a Microsoft e ai giganti del petrolio, peraltro anch’essi statunitensi. E in India, dove le corporation straniere si sono guadagnate una pessima fama nel corso degli anni – vedi Bhopal e la Coca Cola – aprire alle multinazionali è sempre estremamente impopolare.

La questione è talmente controversa da suggerire a prudenza perfino i più accesi campioni di liberismo. Rajeev Malik, economista della mega-banca d’investimento JPMorgan, confessava al Financial Times di non capire perché «il governo debba spendere il suo capitale politico per sostenere gli investimenti esteri diretti in un settore così delicato come la vendita al dettaglio», aggiungendo anche che «visto che l’India è praticamente il paradiso delle riforme, ci sarebbero molti altri campi socialmente meno esplosivi nei quali il governo potrebbe impiegare la sua potenza di fuoco». E se lo dicono alla JPMorgan…
Fino a questo momento, però, il primo ministro ha continuato a premere sull’acceleratore sperando di concludere l’accordo in tempo per portare in dono alla corte di re Bush il via libera alla corporation statunitense durante la sua visita a Washington, prevista per il 18 luglio prossimo. New Delhi cerca inoltre di conquistarsi una buona posizione in vista dei colloqui che si terranno a dicembre nell’ambito del summit del Wto di Hong Kong, vosì da presentare il proprio governo come un campione di liberismo perfetto per guidare un paese in forte crescita economica. Secondo i commentatori, tuttavia, difficilmente Singh riuscirà nel proprio intento. In primo luogo la crescita si è rivelata meno forte del previsto. Proprio questa settimana sono usciti i dati reali che attestano un Pil sul 6,7 per cento, percentuale invidiabile alle nostre latitudini ma inferiore alla previsione governativa, che prometteva il 6,9 per cento. A “tradire” sono stati gli agricoltori, praticamente sulla linea del fuoco delle riforme volute da Singh. Mentre la liberalizzazione del mercato agricolo faceva crollare i prezzi con l’apertura ai prodotti a basso costo provenienti dal Sud-est asiatico – basti pensare che, nel solo Kerala, l’anno scorso si sono suicidati quasi cento contadini rovinati dai debiti – siccità e desertificazione legate al cambiamento climatico facevano il resto.

Stando così le cose, l’ex uomo del Fondo monetario alla guida dell’immenso paese difficilmente potrà portare a compimento il suo dettagliato programma. Il rallentamento della crescita, il malcontento sempre più diffuso fra una popolazione ancora in attesa di vedere attuata almeno qualcuna delle promesse sociali che l’avevano spinta a votare la coalizione di sinistra e, oggi, la decisa presa di posizione dei partiti comunisti, sono destinate a riportare mister Singh a più miti consigli. Grazie alle pressioni dei movimenti, insomma, e al colpo di reni dei partiti comunisti, ci sono buone probabilità che il Primo ministro si presenti a Washington a mani vuote, e che una delle poche industrie pubbliche ancora in attivo, la Bhel appunto, resti di proprietà dello stato.