La calcolata, finissima ironia della Signorina Snob

“Quando feci la Sora Cecioni, Aldo Fabrizi mi disse che ero più romana di lui”. “Oggi il teatro ha preso una strana piega e non saprei indicare le attrici più importanti. “Walter Chiari, col quale feci una commedia, era un personaggio strano”. “È raro che un attore dimentichi di recitare quando si trova fuori dal palcoscenico”
Ha lavorato con i maggiori interpreti della commedia all´italiana: Totò, Sordi e De Sica- Dalla particina al Piccolo di Strehler e Grassi, alla popolarità con la radio e agli d´oro in teatro

Franca Valeri vive la sua vita con quel leggero disincanto che a volte prende quando non hai più la sensazione che le cose che accadono sono quelle in cui speravi. Ma in che cosa si sperava? «Le cose che amavamo, quelle che ci facevano sentire migliori, insomma quasi umani, tendono a sparire. Certo rimangono i ricordi, il lavoro che ancora ti impegna, gli animali che, per quanto mi riguarda, sono una parte fondamentale della mia vita, il desiderio di buttare sulla carta qualche ideuzza. Ma alla fine sei come quei salmoni che risalgono la corrente. Fai tutto con l´istinto della sopravvivenza».
Lei dà l´idea di un attrice più intelligente che istintiva.
«L´istinto mi ha portato al teatro. L´intelligenza mi ha guidato».
Franca Valeri non è il vero nome.
«Mi chiamo Franca Maria Norsa. Qualcuno ha aggiunto Alma Franca Maria. Non so chi e perché abbia aggiunto Alma. L´unica Alma che conoscevo era Mahler. Altra biografia».
La scelta di Valeri?
«La moglie di Ottiero Ottieri aveva fra le mani un libro di poesie di Valéry. Stavo cercando un nome e lei mi suggerì di adottare quello».
Le piaceva anche come scrittore?
«Lo conoscevo superficialmente. In seguito l´ho letto. Poeta sublime. Saggista raffinato. A me, che adoro il francese come lingua scritta e parlata, interessano gli scrittori che usano la lingua con sapienza».
È raro che un attore legga al di là del proprio impegno professionale. Molto teatro, qualche copione. Poi nient´altro.
«Ho sempre letto molto nella mia vita e continuo a farlo. Ma l´immagine che lei restituisce degli attori è un po´ antiquata. Oggi gli attori amano essere colti. Forse fin troppo».
Come è diventata attrice?
«Non c´era ragione che dalla mia famiglia uscisse un´attrice o magari una scrittrice. Però è accaduto. Per istinto, per vocazione, per tenacia? Non saprei».
Come reagirono i suoi?
«Mio padre era un uomo ironico e intelligente, e aggiungerei provvisto di ambizione. La sua sola ostilità a quella scelta era dettata dal timore di un fallimento. Quando capì che un qualche valore lo avevo, si mostrò subito favorevole».
Di che cosa si occupava suo padre?
«Era un ingegnere esperto in acciai speciali. Da lui ho preso il senso dell´ironia e da mia madre il senso del comico. Era una donna molto spiritosa».
Che differenza c´è tra ironia e comicità?
«La comicità è irragionevole e spontanea. L´ironia è qualcosa di molto pensato».
Come furono i suoi esordi a teatro?
«Furono rapidissimi. La guerra mi aveva fatto perdere molto tempo. Dopo alcuni tentativi riuscii ad avere una particina al Piccolo Teatro con Strehler e Grassi. In fondo anche loro agli esordi. Una certa popolarità me la diede la radio tra il 1949 e il ´50 quando inventai la “Signorina Cesira” che poi divenne la “Signorina snob”».
Un personaggio molto in anticipo sui tempi.
«Quasi tutto quello che ho fatto era in anticipo sui tempi. Però i miei personaggi non erano il frutto della fantasia, nascevano dall´osservazione, dall´ascolto, dall´intuizione».
Non era la parodia della donna ricca e scema?
«No, la “Signorina snob” è un personaggino con i suoi problemi nevrotici, non una sciocca. È divorata da una piccola ansia di adeguamento alle correnti sociali. E questo si intravede in tutte le stupidaggini che dice o fa».
Era una donna a vocazione mondana.
«Una singolare interprete dei grandi eventi del momento: l´apertura della Scala, un funerale importante, un matrimonio a Natale. Ce ne fu uno clamoroso in quegli anni. E la Signorina Snob, interveniva con le sue riflessioni».
Quasi l´alter ego di una Irene Brin.
«In quegli anni Irene Brin dominava la scena, teneva la posta, dava consigli, commentava con acume i fatti mondani, un po´ come faceva Camilla Cederna, meravigliosa giornalista. Furono anni in cui l´ironia era una merce ancora spendibile»
C´era una élite disposta a consumarla.
«Anni invidiabili».
Che cosa invidia?
«In un certo senso nulla, perché li ho vissuti. Ma furono anni in cui forte era il desiderio di pensare, produrre, inventare. La creatività era di moda, fra i registi, gli scrittori, gli imprenditori. Potevi passare dalla radio al teatro, al cinema con grandissima leggerezza».
La sua “Signorina snob” divenne, se non ricordo male, un personaggio di un film di Totò.
«Fui scritturata per Totò a colori».
E la sua parte in cosa consisteva?
«Ero una sciocchina che stava a Capri, ma voleva andare in montagna. Avevo un orso invece di un cane e degli amici schiavi che si buttavano in terra per me. Finché arrivava Totò, un fantoccio con la maglietta a righe orizzontali, e sparigliava l´ambiente. C´era qualcosa di surreale nella sua recitazione, mescolata all´esperienza del capocomico napoletano».
Che cosa intende?
«Sintetizzare con successo elementi opposti. Ecco cosa intendo».
Le pare che questa sintesi la conservasse anche fuori dalla recitazione?
«Un grande attore è raro che dimentichi di recitare fuori dal set o dal palcoscenico. Nel suo caso, invece, la distanza era palese. Totò aveva conosciuto abbastanza bene Vittorio Caprioli, che è stato mio marito, e che aveva avuto in compagnia. E per questo stringemmo una certa amicizia. Avevamo in comune una grande passione per i cani. Mi faceva tenerezza vederlo, accompagnato a volte dalla Faldini, tutto elegante, sigaretta con bocchino in una mano e un volpino nell´altra, come fosse una borsa stravagante».
Era un uomo che cercava di riscattare le sue origini.
«Ci teneva ad essere un signore, e lo era davvero».
Lei ha incrociato i grandi attori della commedia all´italiana. Che ricordo ne ha?
«Ho adorato De Sica che considero il mio idolo: era un uomo straordinario che ha fatto film straordinari. Tuttora molto belli, anche se a volte mi costringevano a versare delle lacrime».
Quali in particolare?
«Bastava un fotogramma di Umberto D o di Ladri di biciclette perché io piangessi. Per il resto devo dire che era un uomo molto ironico e divertente, un grande attore dal quale poter imparare».
Era un personaggio anche nella vita, al punto che è difficile distinguere dove recitava e dove faceva sul serio.
«Ma c´è una differenza? Me lo chiedo perché ho l´impressione che visto dall´esterno un attore ha sempre qualcosa di misterioso».
E De Sica cosa aveva di misterioso?
«Anche in lui c´era la capacità di giovarsi degli opposti: sapeva essere fortemente drammatico, ma al tempo stesso di una leggerezza e di un fascino unici. Pensi al modo in cui ha saputo lavorare sulla comicità, senza essere un comico».
La cosa che colpiva di De Sica era la gradevolezza. A proposito di comicità: lei si ritiene un´attrice comica?
«Ho fatto delle parti in film comici. Lascerei al pubblico giudicare sul resto».
È un resto molto cospicuo se si pensa, per esempio, al suo rapporto con Alberto Sordi. Quanti film avete girato assieme?
«Sei o sette, non ricordo. È stato un grande compagno di lavoro. In genere interpretavamo due personaggi caratterialmente agli antipodi e ci giovavamo di questa differenza radicale. Capitava, a volte, che nel copione inserivamo delle battute nostre. Lo dico per sottolineare l´intesa che c´era tra noi».
È interessante il rovesciamento dei ruoli. Lei era la parte forte, quasi maschile, mentre Sordi rappresentava il debole, l´infingardo, quello esposto alle seduzioni femminili.
«Lei sta pensando ad Alberto Sordi ne Il Vedovo».
Indiscutibilmente. “Cosa fai cretinetti, parli da solo?”, quella frase e il modo secco con cui lei la pronuncia è rimasta nella storia del cinema.
«Non esageri. Le confesso che per molto tempo avevo quasi paura di guardare i film che facevo perché mi sembravano molto al di sotto di quello che avrei voluto fare. Adesso devo constatare che sono molto gradevoli, con sceneggiature attente e battute spiritose».
Per rimanere ai comici, lei ha anche lavorato con Walter Chiari?
«Con lui feci una commedia in teatro che si chiamava Luv, che in realtà era “love”. Regia di Patroni Griffi. Walter è stato un personaggio strano: difficile e bravo, di una comicità grande e particolare. Lavorarci insieme non era facile. Era sempre pieno di problemi, di ritardi, di gentaglia che lo circondava. Però il pubblico lo adorava».
A proposito di teatro, un altro grande è stato Paolo Stoppa.
«Interpretammo una commedia che ebbe un successo strepitoso. È stato un attore meraviglioso e un grande amico».
Dava l´impressione di un uomo molto chiuso.
«Non direi. Era un uomo molto intelligente e con idee molto precise. Forse un po´ intollerante. Ma siccome lui mi adorava questa intolleranza non mi guastava la giornata. Però sapeva essere aggressivo nei giudizi. Insieme alla Morelli, ha lavorato con Visconti. E nel periodo del sodalizio fu quello che resse la compagnia».
Più di Visconti?
«Visconti era il genio che sceglieva i testi, immaginava le scene. Paolo era l´uomo forte, il grande organizzatore».
Citava la Morelli.
«Grandissima attrice e come lei c´erano Sarah Ferrati, Lilla Brignone e, l´ultima che ci ha lasciato, Valeria Moriconi. Adesso non saprei più indicare chi sono le attrici importanti, anche perché il teatro ha preso una piega strana».
Cosa intende?
«Ci sono sempre meno testi interessanti».
Nell´elenco degli attori importanti nella sua vita è restato fuori Caprioli. Siete stati a lungo sposati?
«Sposati solo per un anno e mezzo, mi pare. Preceduti da una lunga convivenza. Siamo stati assieme negli anni del teatro dei Gobbi, poi divenne regista delle mie prime commedie».
Si dice che sia stato un grande attore con scarsi riconoscimenti.
«È vero. Il suo talento era indiscutibile. Ma era anche un dissipatore di idee, le distribuiva e poi si dimenticava di attribuirsene la paternità».
Oltre ad essere la “Signorina snob” lei ha interpretato la mitica “Sora Cecioni”. Come le è venuto in mente di passare da una milanese sofisticata a una romana del popolo?
«Sono le tipologie che nel teatro affascinano quando sappiamo dare loro la vita. Per la “Sora Cecioni” non avevo l´esattezza dialettale che il personaggio richiedeva, ma Aldo Fabrizi mi diede la sua benedizione: “A Fra, mi disse, sei più romana de me”. In fondo avevo imposto una psicologia».
Esaltava una certa pigrizia.
«Lei trova? Credo che avesse una certa intelligenza nel giudicare il suo mondo. Che poi era quello che le passava davanti alla finestra. Aveva una visione umoristica che accompagnava a un certo disprezzo».
Conosceva una certa arte della sopravvivenza.
«La esercitava muovendosi poco, lavorando poco e guardando gli altri. Tutto il contrario della “Signorina snob” che è una frenetica, una che non sta ferma un momento».
Oggi che cosa farebbero la “Signorina snob” e la “Sora Cecioni”?
«La prima potrebbe benissimo seguire le truppe in Medio Oriente, o magari in Afghanistan. La Cecioni potrebbe finire ad occuparsi di politica, magari essere eletta in Parlamento».
Vorrei chiederle qual è il suo rapporto con la politica.
«È molto faticoso parlarne. È terribilmente difficile sperare in un equilibrio che assomigli, anche vagamente, alle nostre idee».
Lo dice come fosse la battuta conclusiva di un dramma.
«Non è una battuta».
Si sente infelice?
«Come potrei esserlo. Sono un´attrice. Posso inventare le cose più lontane dalla realtà e parlarne con il mio pubblico, posso vivere la sera su un palcoscenico e sentirmi completamente al di fuori da quello che succede nel mondo reale. Le pare che con questo dono potrei sentirmi infelice?».
Per un attore quanto è importante conservare l´energia, la forza, la vitalità?
«Perderle è molto triste. Ma salvo casi rarissimi, un attore come nei fenomeni di autocombustione prende fuoco da solo. Si accende e miracolosamente torna alla vita».
Non crede che in una carriera lunghissima la fisicità muti e con essa anche le energie perdano di consistenza?
«Personalmente continuo a proclamarmi fortunata. Le dirò, a mo´ di esempio, una cosa: poiché per tutta la vita ho sempre parlato pochissimo, preferendo ascoltare, origliare, spiare, la mia voce ne ha risentito. È mutata, si è affievolita. Ma quando sono in scena ritrovo il timbro di una volta. Questo intendo per energie che un attore difficilmente perderà».
È come se una vita artificiale diventasse vera.
«In un certo senso non distingui più tra il palcoscenico e la vita reale. Ma le due cose restano distinte. Mi capita nella vita, quello che non mi succede in teatro, cioè di annoiarmi».
Che cosa l´annoia maggiormente?
«Le relazioni complicate, i pranzi importanti, le interviste».
Riesce sempre ad essere così ironica?
«Volevo togliere un po´ di quella polvere malinconica che a volte cade sull´attore che ricorda e si celebra. Ho la fortuna di essere una donna molto equilibrata, difficilmente potrei cadere in depressione. Questo magari mi priva dell´alone di mistero, ridimensiona l´immagine che abbiamo della genialità».
In effetti si può avere talento senza le conseguenze negative. Non trova?
«Sì, è vero. Anche se viviamo nell´equivoco che anche l´ultimo imbecille potrebbe essere scambiato per un genio».
La “Signorina snob” avrebbe approvato certi film trash che ha girato?
«A quali si riferisce?».
Ai suoi cammei in Ultimo tango a Zagarolo e in Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento. Due produzioni, a loro modo memorabili, di Nando Cicero.
«Ora è lei che ironizza».
Si sbaglia. Solo una vera snob poteva girare quei film.
«Nando era una persona simpaticissima. Era stato aiuto regista di Visconti ne Le notti bianche, poi ha preso un´altra strada. Un giorno mi disse: “Franca, mi fai almeno una particina in un filmetto con Franco e Ciccio?”. Il cinema allora pagava bene. Oggi non varrebbe più la pena sputtanarsi. Preferisco fare il teatro o starmene con le mie bestie».
Sugli animali lei ha scritto anche di recente dei racconti (Animali e altri attori, Nottetempo). Perché questo rapporto così insistito? Gli animali sono gli unici a non deluderla?
«Non soffro di delusioni. Perché ho sempre rispettato la libertà degli altri. Non puoi schiavizzare qualcuno solo perché lo ami. Sono convinta che ciascuno debba coltivare i propri segreti».
Cosa intende?
«Avere una parte di sé che non concedi. Se no che ne sarebbe del nostro privato? È un mito immaginare che le relazioni tra gli uomini siano fatte di autenticità assoluta. Spesso ho pensato che quell´autenticità la si possa raggiungere con gli animali. C´è una chiarezza e un affetto che mi commuovono. A volte passo intere giornate con loro e il pensiero corre agli animali che vengono abbandonati, sottomessi agli esperimenti, martoriati, usati dalla pubblicità. E vedo il mio impegno crescere. Lo scriva, la prego, lo scriva».