La caccia di Bush all’energia “miracolosa”

In mezzo ai boschi del Tennessee c’è uno dei buchi più costosi del mondo. Profondo diciotto metri e largo ventisei, è stato quasi completamente risucchiato dalla vegetazione: ci cresce perfino un cedro, proprio nel mezzo. Il buco è quel che resta di un programma governativo da quattro miliardi di dollari destinato alla costruzione di un reattore nucleare “autofertilizzante”, il Clinch River Breeder. Nel 1972 Nixon aveva annunciato alla nazione che i reattori autofertilizzanti – una tecnologia molto avanzata che avrebbe dovuto produrre più combustibile nucleare di quello usato – avrebbero soddisfatto tutti i bisogni energetici di là da venire. Dopo appena un decennio il Congresso aveva già staccato la spina. I costi per la costruzione del super-reattore erano già schizzati alle stelle mentre gli ingegneri faticavano a risolvere gli infiniti problemi tecnici che continuavano a presentarsi. Il buco scavato a ridosso del Clinch River è un monito per tutti quelli che puntano sulle tecnologie future per risolvere problemi immediati, una lezione che, come sottolinea il Financial Times, il presidente Bush non sembra avere appreso.
Appena la questione energetica ha conquistato il centro dell’arena politica a causa dell’alto prezzo del petrolio e della dipendenza dal Medio Oriente, la Casa Bianca ha presentato trionfalmente la sua road map verso l’indipendenza energetica, arrivando perfino a ricordarsi dell’esistenza del riscaldamento globale – cosa che aveva negato strenuamente arrivando perfino a commissionare dei rapporti truccati ai ricercatori compiacenti. Al centro della visione di Bush c’è il progresso tecnologico di là da venire. Secondo il presidente-petroliere grazie ai generosi fondi governativi gli scienziati statunitensi prepareranno la strada per un’economia post-petrolifera zeppa di auto a idrogeno, di carbone ultra-pulito e di reattori nucleari supermoderni capaci di riciclare l’uranio senza generare scorie tossiche di cui non ci si riesce a liberare e che, fra l’altro, possono anche venire utilizzate come armi. Con l’aiuto dei media ha insomma propinato ai contribuenti la solita panoramica trionfale, ricalcata pari pari dalla vulgata energetica berlusconiana. E mentre aspettiamo che il genio americano si manifesti – ha assicurato il presidente – grazie all’impiego dell’etanolo prodotto dalle biomasse di scarto e dalle erbacce delle immense praterie – altra tecnologia ancora rudimentale – gli Stati Uniti ridurranno automaticamente il consumo di benzina importata, sottraendosi al ricatto degli sceicchi.

Mentre il presidente portava in giro per gli Stati Uniti la sua mirabolante visione, però, gli esperti diventavano sempre più scettici sulla possibilità di individuare il proiettile magico destinato a risolvere tutti i mali. «L’amministrazione sostiene che la tecnologia sia la soluzione a ogni problema proprio per evitare di fare scelte che potrebbero essere politicamente difficili» ha dichiarato al Financial Times Franck Vervastro, esperto energetico del “Center for Strategic and International Studies”. «E’ molto più facile promettere invenzioni fantascientifiche – sostiene Vervastro – piuttosto che infastidire i produttori di automobili e altre lobby industriali imponendo loro degli standard di efficienza energetica più elevati. Ma, com’è noto, l’amministrazione è ideologicamente contraria a costringere le compagnie a fare qualunque cosa, e si rifiuta perfino di impiegare la leva fiscale per premiare chi spreca meno energia».

In cima alla lista delle critiche c’è il fattore tempo. I più prestigiosi progetti di ricerca sostenuti dall’amministrazione hanno bisogno di almeno 30 anni per cominciare a dare qualche frutto. E nel frattempo? I climatologi più accreditati sottolineano che il riscaldamento climatico sta raggiungendo il suo picco proprio in questi anni – come si evince dall’aumento esponenziale degli uragani e dallo scioglimento dei ghiacci perenni – e che fra vent’anni potrebbe essere già troppo tardi per sperare di invertire il fenomeno. Oltretutto nei prossimi vent’anni la domanda globale di petrolio è destinata ad aumentare almeno del 40 per cento, alimentando la corsa al rialzo del prezzo del barile e l’ulteriore dipendenza dell’Occidente dai paesi mediorientali che detengono la maggior parte delle riserve. In questa situazione, sottolinea Bill Prindle, direttore dell’“American Council for Energy-Efficient Economy” (il Consiglio americano per un’economia energeticamente efficiente), è molto preoccupante che l’amministrazione abbia deciso di sottrarre fondi ai programmi già in corso per dirottarli su progetti a lunghissimo termine e del tutto ipotetici: «E’ come se un risparmiatore piazzasse tutti i suoi soldi nell’economia virtuale» ha dichiarato «togliendoli a investimenti sicuri e già redditizi».

Sul banco degli imputati ci sono soprattutto i due progetti meglio finanziati: quello relativo alle auto a idrogeno e quello sul nucleare avanzato. La Casa Bianca ha chiesto 250 milioni di dollari da destinare alla ricerca per la costruzione di reattori in grado di riciclare tutto il combustibile impiegato evitando così sia il problema della proliferazione che quello dello smaltimento delle scorie. Gli esperti sostengono però che occorrono almeno trent’anni per rendere sicura questa tecnologia e, anche allora, non è affatto detto che diventi economicamente conveniente: «il prezzo dell’uranio dovrebbe aumentare almeno di sette-otto volte prima che abbia senso riciclare il combustibile» ha dichiarato John Holdren, capo del programma energetico e ambientale della Harvard University «mentre ora è economico e abbondante».

Anche le auto a idrogeno presentano lo stesso problema: gli esperti concordano sul fatto che sono necessari almeno tre decenni per arrivare alla commercializzazione dei primi prototipi. La tecnologia delle celle a idrogeno è destinata a restare a lungo molto costosa mentre permangono le preoccupazioni relative alla sicurezza dei sistemi di stoccaggio. Inoltre per costruire un’infrastruttura adeguata al consumo su larga scala – dalle pipelines ai distributori – ci vorrà ancora più tempo. Senza contare che non è affatto detto che tali auto possano davvero incidere sul problema delle emissioni di gas serra visto che l’idrogeno stesso deve essere prodotto in qualche modo. Ovviamente, se per fabbricare l’idrogeno “pulito” viene impiegata l’elettricità prodotta attraverso il carbone, il livello delle emissioni si riduce ben poco.

Ma il vero problema è che i progetti pratici, a breve scadenza, sono stati abbandonati proprio per finanziare schemi più ambiziosi. Kelly Gallagher, esperta di energia ad Harvard, sottolinea che «Gli investimenti complessivi del Dipartimento dell’energia sull’efficienza degli autoveicoli sono scesi da 182 a 166 milioni di dollari, incluse le ingenti spese per la ricerca dell’auto a idrogeno che piace tanto a Bush. Basta questo dato a dimostrare che tecnologie più pratiche e abbordabili sono state abbandonate» e questo malgrado il fatto che, a detta di tutti gli esperti, l’efficienza energetica è il mezzo più rapido ed economico sia per abbattere le emissioni che per ridurre in modo consistente la dipendenza dal petrolio straniero. L’ultimo tentativo di intervenire in tal senso risale agli anni Settanta quando, dopo il primo shock petrolifero, l’amministrazione statunitense costrinse l’industria automobilistica a produrre automobili più efficienti, una misura che ha consentito di ridurre i consumi del 69 per cento in 12 anni. Se si tornassero ad adottare simili criteri invece di sfruttare le innovazioni tecnologiche solo per portare in giro veicoli sempre più pesanti e potenti – i cosiddetti camion leggeri o Suv – i soli Stati Uniti potrebbero risparmiare in una decina d’anni qualcosa come 4 milioni di barili di petrolio. Al contrario della Cina, che tassa pesantemente le auto di grande cilindrata e sta per lanciare un severo piano per il miglioramento dell’efficienza energetica dei nuovi veicoli, gli Usa non innalzano i propri standard dal 1986.