La bussola impazzita del capitalismo globale

C’è uno scrittore di nome Moccia che ha venduto un milione di copie di un libro che secondo il suo scopritore, un redattore della Feltrinelli, riscrive, su per giù, la storia di Giulietta e Romeo ambientandola in un quartiere borghese di Roma, i Parioli. E ce ne è uno di nome Giorgio Ruffolo, che ha scritto un libretto dal titolo “Lo specchio del diavolo”, edito da Einaudi, da pochissimi recensito che fa, con molta intelligenza e chiarezza, la storia dell’economia mondiale, cioè della forza che ha dominato la storia dell’umanità e di cui i Berlusconi sono solo dei burattini. E mentre tutti discutono sul Cavaliere e su Prodi, sui Ds e su Forza Italia, su Veltroni e su Fini, sulla nuova Camera e sul bravo Ciampi, sugli errori e sui meriti dei politici, ricorda ai finti duellanti che cosa è il mondo in cui devono vivere. Un mondo in cui un gruppo di ricchissimi dispone di un reddito pari al quaranta per cento di quello mondiale (ma l’economista Prodi non lo sapeva quando disse di voler reintrodurre la tassa di successione). Come è stato confermato qui da noi dalla pubblicazione degli stipendi dei grandi manager, stipendi favolosi fuori da ogni comparazione con quelli degli uomini comuni per cui fare progetti su una giustizia fiscale è una pura illusione. Un mondo in cui la massa dei lavoratori di concetto o di braccia guadagna meno che dieci o venti anni fa e comunque conta sempre di meno nel governo del paese, per cui parlare oggi di democrazia è come parlare di qualcosa che forse c’è stato ma che oggi è irriconoscibile. Un mondo in cui la borghesia produttrice lodata anche da Marx, classe generale che si fa carico dell’intera società, è stata sostituita da una genia di predatori “impegnati allo spasimo”, ci ricorda Ruffolo, a strapparsi la pelle in nome della ‘sacrosanta avidità’ predicata dalla Thatcher e dai Reagan. Ed è qui che si spiega il berlusconismo, il dilagare di questa economia incontinente e anarcoide che distrugge e corrompe tutta la società, invade e guasta tutto, politica, giustizia, sport, spettacolo. Domina la corruzione, il solvente corrosivo della fiducia che è la base di ogni attività di mercato. “Il Pil o prodotto di una economia”, dice Giorgio Ruffolo, “dovrà chiamarsi Lip, lordura interna prodotta”. Il Pil che è la somma dei beni, ma anche dei mali e se i mali, inquinamento, corruzione, criminalità, violenza, crescono più dei beni, il Pil non sarà l’indice di benessere ma di malessere. Se la politica riuscirà a riprendere il controllo dell’economia, se ci sarà un demiurgo capace di riportare ordine e saggezza in questo pazzo mondo, le cose che dovrà fare sono: tracciare un quadro vero del mondo, dire quali sono le condizioni vere del nostro presente e del nostro futuro fuori dalle speculazioni, uscire dalla bussola impazzita. Definire i traguardi possibili ed evitare quelli dell’autolesionismo della specie. Regolare la globalizzazione economica dentro una globalizzazione politica. E poi affidare progressivamente alcuni poteri strategici alle Nazioni Unite, guidare la lotta contro la povertà mondiale, definire un nuovo ordine monetario e finanziario, reprimere la criminalità organizzata, fare un uso razionale della tecnica. Il saggio di Ruffolo si chiude con una nota di ottimismo. È la nostra fissazione nel presente che ci impedisce di viverlo come storia. E nella storia noi siamo una specie in evoluzione che in tutte le catastrofi conserva una corrente profonda di civilizzazione. “Niente è già scritto del nostro futuro”. Davvero? Alla mia età posso dire soltanto ai figli e nipoti: vedetevela voi e buona fortuna.