La Bulgaria nella Ue. Fra euforia e timori

Alla mezzanotte del 31 dicembre nonostante il freddo polare, decine di migliaia di persone hanno invaso la piazza Alexander Batemberg, per festeggiare l’entrata della Bulgaria nell’ Unione europea. Dopo anni di trattattive, il sogno si era realizzatoi e la festa è esplosa dove una volta c’era il mausoleo di Dimitrov dove si sono esibiti gruppi folkloristici e cantanti rap, alternadosi con bellissime immagini del paese e personaggi famosi dello sport trasmesse da teleschermi giganteschi. Un ricordo alla penosa vicenda delle 5 infermiere bulgare condannate a morte in Libia («Non siete sole»), i messaggi del premier bulgaro e del presidente della Commissione europea, Barroso («Congratulazioni. Avete portato a termine un gigantesco processo di riforme»), per chiudere con i fuochi d’artificio in rosso, verde e bianco della bandiera bulgara.
A sentir la gente, sembra che ogni legame al passato e al regime comunista sia stato dimenticato, cancellato. Soltanto i palazzoni della periferia e le vecchie medaglie militari dell’era sovietica, vendute sulle bancherelle in piazza Alexander Nievski, ricordano quell’epoca. Per il resto, Sofia con il suo milione di abitanti e il suo famoso parco di Vitusha si sta trasformando giorno dopo giorno in una città occidentale, grazie sopratutto agli investimenti stranieri. Negozi di lusso, filiali di banche straniere, sopratutto greche, uffici di multinazionali e McDonald’s nei punti strategici del centro.
I bulgari, insomma, i piu poveri tra i cittadini dei 27, sembrano felici del ingresso nella Ue: 9 su 10, secondo l’Eurostat, si dicono a favore, perché sono convinti che la disocupazione diminuirà; l’economia, grazie ai programmi europei, si svilupperà; la criminalità organizzata, che è forte, sarà affrontata meglio; i politici bulgari, generalmente accusati di essere corrotti, dovranno cambiare rotta oppure uscire di scena. E soprattutto perché «la Bulgaria storicamente appartiene all’ Europa».
Però i prezzi salgono veloci, quasi a livelli europei, mentre gli stipendi medi rimangono intorno ai 100 euro al mese. «Quando siamo entrati nella Nato, aveva pianto soltanto il ministro degli esteri. Ora, con l’ entrata nell’ Ue, piangeremo tutti», ha detto sarcasticamente poche settimane fa l’ex presidente del Comitato olimpico, Ivan Slavkov. Il maggiore timore, infatti, sta nell’aumento secco dei prezzi dei prodotti di prima necessità. «Avremo prezzi europei con salari bulgari?», si chiede Boiko Borisov, un veterano giornalista di qui che ha vissuto per tanti anni in occidente. Probabile perché «nonostante le dichiarazioni tranquilizzanti del premier, Serghei Stanishev, i commercianti alzano i prezzi, dicendo che ciò è dovuto all’ entrata del paese nella Ue».
Ma questo non è l’unico timore dei bulgari. Dietro l’ euforia e le feste per essere diventati «europei», c’ è un altro problema grosso. La chiusura dei due reattori del Koslodui, la vecchia centrale atomica di obsoleta tecnologia russa, poche ore prima della mezzanotte del 31 dicembre, è stata vissuta come una minaccia dalla maggioranza dei bulgari anche se era un passo obbligato per l’ingresso nella Ue. Non per i pericoli ambientali, pur denunciati in Bulgaria e fuori. La paura è di un improvviso black-out. I due nuovi reattori a tecnologia russa (ma dietro ci sono anche i francesi) a Belene, una zona sismica, saranno pronti solo nel 2010.
Con preoccupazione sono visti anche i limiti all’esportazione di prodotti alimentari bulgari e romeni nella Ue posti dalla Commissione europea: solo 60 impianti su 600 potranno esportare i loro prodotti (ovini e pollame) negli altri paesi europei. Un colpo duro per un paese che fonda gran parte della sua economia su agricoltura e pastorizia. Non solo. Per Bruxelles le riforme promosse dai governi dell’ «Unione delle forze democratiche» e poi dell’ ex re, Simeone II, non sono sufficenti, specie nel campo della giustizia.
Ma il nodo più importante è quello delle misure restrittive imposte da vari paesi europei rispetto ai permessi di lavoro ai cittadini bulgari che vorrebbero emigrare. In questi giorni la stazione centrale di Sofia è presa d’assalto da gente, sopratutto giovani, che partono per l’ estero. Che ci siano forti squilibri interni, non c’ è dubbio. Basta andare fuori Sofia per vedere come nelle campagne la gente usa ancora il carretto oppure macchine scassate dell’era sovietica. Scene, insomma, inesorabilmente balcaniche.