La Bossi Fini e la complicità razzista dell’Italia

Secondo me le leggi creano cultura e la cultura diventa legge. Gli strumenti legislativi che modificano la vita delle persone partono da una cultura precisa e individuabile.
La legge Bossi Fini ne è l’esempio anche partendo dal nome del leader politico che ne è stato il primo firmatario e dal partito che rappresenta. L’esistenza di questo partito e la fortuna del suo leader si basano sulla xenofobia dichiarata, su uno sciovinismo esasperato, su un localismo che vede gli “altri” come un pericolo.

Gli altri sono quelli diversi per classe sociale, cultura, provenienza. Più sono “altri” più vengono demonizzati, nelle loro religioni, nella loro fisionomia, nel colore della pelle, si potrebbe riempire un elenco del telefono utilizzando esempi tratti dai discorsi pubblici e dalle cose scritte da Bossi e dai suoi colleghi di partito. Da lì una legge che ha fatto diventare realtà istituzionalizzata l’uso degli esseri umani come merce da usare e gettare quando non serve più. Una cultura che ha fatto presa nell’opinione pubblica, non c’è stata la giusta indignazione se si eccettuano gli elementi più profondamente antirazzisti della società italiana. Si è permesso e sostenuto il cristallizzarsi delle nostre vite ad alcune condizioni.

Non è un caso che i primi provvedimenti di sanatoria abbiano riguardato le persone che si occupano di lavoro di cura o domestico. La stessa introduzione di un termine orribile come “badante” è stata accettata senza criticità e si è diffusa dimostrando un micidiale arretramento culturale che non riguarda solo chi ha partorito la legge e che ha contaminato anche parte della sinistra. Molti hanno trovato comodo divenire padroni delle persone, potendo dettare le condizioni, costringendo a lavori meno qualificati o servili.

La Bossi Fini è in questo senso un punto di arrivo, il frutto di una responsabilità che è collettiva che parte almeno dagli anni Novanta. C’è stato un lento ma costante precipitare, legato forse anche all’aumento della presenza migrante in Italia, ma non solo. Siamo stati usati e siamo ancora usati come un pretesto, un capro espiatorio rispetto ad una forte crisi economica e sociale.

I temi che hanno prevalso, in forme diverse sia a destra che nella sinistra moderata sono stati da un lato l’aspetto economicista – ci servono alle nostre condizioni per far calare il costo del lavoro e dello stato sociale – dall’altro quello della criminalizzazione. Si è voluto mantenere e creare, attraverso le leggi ma anche attraverso l’informazione, un costante allarme sociale nei nostri confronti. Ci vorranno tempi lunghi per riprenderci, ma intanto andrebbe ristabilito uno stato di diritto uguale per tutte e per tutti. I reati e gli atti di devianza vanno trattati in quanto tali e non in base alla nazionalità di chi li commette. Essere immigrati non deve costituire né un attenuante né un aggravante. Oggi vige un regime di diritto speciale, se non si abbatte questa condizione di ineguaglianza non se ne uscirà mai. Ma alla parità effettiva dei doveri deve corrispondere la parità effettiva dei diritti e oggi, grazie a questo percorso culminato con la Bossi Fini, ma che ha avuto come base anche la“Turco Napolitano”, non si può pensare di mantenere la privazione delle libertà personali per chi non ha commesso reati.

Il sistema messo in atto con la Bossi Fini abbraccia anche gli aspetti della quotidianità per separarci. Bisognerebbe pensare ad una nuova legislazione leggera, che riguardi solo aspetti particolari dell’immigrazione. Per il resto bisognerebbe procedere per eliminazione delle discriminazioni. Dando agli enti locali le competenze in materia di permessi di soggiorno, ovviamente destinando risorse per la formazione delle competenze del personale, ad esempio, si eliminerebbero abusi e discrezionalità. Oggi la nostra vita può finire nelle mani di un funzionario di polizia che magari non ci dà un documento perché si è alzato di cattivo umore, il nostro ingresso in Italia passa per le mani di un impiegato del consolato o dell’ambasciata che non è obbligato a fornire spiegazioni in caso di diniego, chiunque, dal datore di lavoro al padrone di casa può distruggerti un progetto di vita.

I frutti di questo sistema si traducono in forme assurde di razzismo ipocrita, basti pensare alle file davanti alle poste nei giorni scorsi per il “decreto flussi”. Una presa in giro: a far la fila c’erano donne e uomini che ufficialmente non dovevano essere lì ma nel proprio paese in attesa che un ipotetico datore di lavoro li chiamasse a lavorare senza averli mai ne visti ne conosciuti. Eppure è dimostrato che la politica dei flussi è umiliante, inutile e fallimentare. Il programma dell’Unione in materia di immigrazione ha punti molto positivi da cui non si può arretrare minimamente. Può essere questa la base da cui ripartire per andare più avanti. A me poi preoccupa molto l’impatto che la Bossi Fini ha prodotto sull’immigrazione femminile, quella più debole e vulnerabile.

Troppe donne lavorano 24 ore al giorno, l’inserimento nel paese è per loro un utopia. Spesso non possono progettarsi una vita, vivono in una catena per cui il soggiorno è legato al binomio casa lavoro. Ce ne sono che hanno come veicolo comunicativo i propri figli che possono andare a scuola perché vivendo in casa non hanno neanche modo di apprendere l’italiano. Anche le cose più delicate le debbono comunicare attraverso i figli. Senza parlare delle molestie che subiscono dai datori di lavoro, in silenzio, anche quelle sessuali, perché essere licenziate equivarrebbe ad essere espulse. Io spero che questo periodo buio, culminato con il manifesto politico razzista dell’ex presidente del Senato che ha riscosso tanti consensi, sia finito e che si possa guardare avanti. Senza dimenticare che cambiamento delle leggi e cambiamento della cultura debbono procedere insieme.