«La borghesia oggi? Impero dei manager»

«Un’intesa con la borghesia per un’economia più equa? Buona idea. Ma la borghesia di oggi è una classe tutt’affatto diversa dagli imprenditori di una volta. Ha a che fare con la finanza globale e coincide in gran parte con un nuovo ceto di manager». È scettico Luciano Gallino,79 anni, torinese, ordinario emerito di Sociologia, sulla possibilità di contare su «borghesi buoni» e calvinisti – tipo quelli indicati da Bertinotti- per realizzare un nuovo «patto tra i produttori» (Marchionne, Draghi, etc). Il fatto è che la finanza per Gallino, non solo ricatta e risucchia l’economia reale, ma è sempre a caccia di «altissimi rendimenti purchessia». E riesce a coinvolgere milioni di lavoratori dipendenti, cooptati nei flussi finanziari in vista di pensioni e prestazioni assicurative che il Welfare state non può e non «deve» più garantire, come recita il Mantra liberista. Le implicazioni di tutto questo? Eccole. Da un lato s’è formata una classe globale e planetaria fatta di redditieri, capitalisti e manager. I quali ultimi assomigliano molto a quelli profetizzati da James Burnham, ex trotzkista americano che decretò nel 1941 la fine del socialismo proprio in virtù della «rivoluzione manageriale» (ma lui pensava alle Corporations più che alla finanza). D’altro canto scompare in questo scenario il ruolo dei lavoratori e delle classi subalterne. Sparisce dalla visibilità, non dalla realtà per Gallino. E allora? E allora suggerisce il sociologo, prima di parlare di «borghesi buoni», rimettiamo il mondo sui piedi. E vediamo di ripartire dall’economia vera e dal lavoro produttivo. Già, ma come?
Professor Gallino, che cosa è diventata oggi la borghesia, tra manager, grandi famiglie e detentori di pacchetti azionari, in un mondo rivoluzionato dalla finanza globale?
«Il dato di fondo è il ruolo del capitalismo finanziario, che non è mai stato così prospero. Ma la novità di cui poco si parla è quella degli investitori istituzionali: fondi pensione, fondi di investimento e assicurazioni. Rappresentano il 50% del capitale mondiale. Controllato, ecco il punto, da una classe di manager non proprietari, che gestiscono risorse colossali. I veri capitalisti sono diventati loro. Il 60% della borsa di Parigi va ascritto a questo tipo di investitori, e cifre analoghe si riscontrano negli Usa o in Germania, mentre il fenomeno è più ridotto in Italia per via della minore capitalizzazione in borsa».
Vuol dire che i capitalisti classici non esistono più?
«Esistono meno rispetto a una volta, in minore o maggiore proporzione nei diversi paesi. Per inciso, che il capitalismo familiare sia una “specificità italiana” è una favola. Esso resta fortissimo in Francia, Germania e Usa, dove è più potente che da noi. Quanto alla novità di cui dicevo, nel 2004 il Pil del mondo era di 41 mila miliardi di dollari, mentre il patrimonio gestito dagli investitori istituzionali era di 45mila miliardi. Ciò che fa la forza del nuovo ceto manageriale non sono tanto le stock-options. Bensì la delega ad amministrare centinaia di miliardi di dollari, secondo logiche ferree. Inaggirabili dagli stessi manager, dove contano le massicce pressioni in direzione dei maggiori introiti. Dietro, oltre ai grandi capitali, ci sono milioni di risparmiatori, di azionisti e lavoratori di ogni tipo, in attesa della loro pensione o di alti rendimenti assicurativi».
Dunque un blocco sociale nuovo: capitalisti, grandi «rentiers», risparmiatori, manager…
«Sì, ma i nuovi attori sono proprio questi ultimi. Mentre il capitalismo non è più puro, ammesso che lo sia mai stato. E senza dimenticare le grandi famiglie: negli Usa tra le prime dieci società, quattro sono ancora familiari, come la Microsoft. Diciamo che si è sviluppata una nuova classe borghese globale, una “classe mondo” la cui punta di diamante è fatta dai manager che usano i soldi degli altri».
È realistica un’intesa volta allo sviluppo e al benessere di tutti, con questa nuova classe globale?
«Sarebbe anche una buona idea. Ma il fatto è che questa gente investe e usa il denaro come e quando ad essa conviene, pretendendo come minimo una redditività del 15%, e in certi casi del 20%. Senza distinguere tra impieghi nell’industra alberghiera, nell’elettronica, nelle biotecnologie o altro. Piegare questo mondo alla prospettiva di uno sviluppo equilibrato e responsabile, e magari meno reddittizio, è molto difficile».
Inutile allora sperare in Marchionne della Fiat, o in qualche «grand commis» illuminato?
«Non credo che sia una strada adeguata. Marchionne e i commis non fanno altro che subire le spinte degli investitori istituzionali. Ci vorrebbe un grande disegno che faccia leva sulle agenzie internazionali in grado di controllare e regolare i flussi di capitale. Flussi di un capitale finanziario di tipo nuovo, dove uno dei giganti più importanti è un investitore istituzionale giapponese che da solo gestisce mille miliardi di dollari di patrimonio. E che controlla i risparmi di funzionari di banca, impiegati, pensionati e insegnanti di tutto il mondo, dal Baden Württemberg al Giappone. I veri soggetti con cui interloquire sarebbero gli Stati, o i super stati eventualmente, come l’Europa. Sono essi che dovrebero esercitare il riequilibrio, premendo sulle agenzie globali. Viceversa, tanto il Fmi, quanto la Banca mondiale e il Wto, quanto infine la stessa Commissione europea, hanno dato mano libera alla circolazione incontrollata dei capitali. E alla formazione di questi agglomerati che a partire dagli anni 90, in poco più di 15 anni hanno quadruplicato la loro dimensioni. Sino a sei volte in Italia! Occorrerebbero perciò incentivi e disincentivi, meccanismi fiscali diversi. E anche una diversa modulazione dei redditi del management. Al fine di introdure logiche diverse nel reimpiego del capitale e fare valere parametri di reddittività sociale alternativi. Finalizzate a uno sviluppo meno finanziario e più equo».
Veniamo al lavoro. Quanto è stato imbrigliato materialmente e simbolicamente, dentro la partecipazione alla finanza globale?
«L’imbrigliamento è stato un fatto ideologico, perché dal punto di vista materiale la partecipazione dei lavoratori-risparmiatori è subalterna e residuale, senza ritorni accettabili, anzi. I lavoratori non hanno alcun peso, e l’interiorizzazione ideologica degli scenari finanziari non cancella la realtà. Semmai è venuta meno la percezione sociale del “continente lavoro”, e ciò a partire dalla rivoluzioni reaganiane e tatcheriane. Che hanno frantumato la compattezza dei salariati, individualizzando i rapporti di lavoro e scompaginando i sindacati. Anche se poi l’offensiva non è passata del tutto».
In Italia, a fronte di 6 milioni di «autonomi» ci sono 19 milioni di dipendenti. Ma è stata la forza dei primi a dettare l’agenda politica, mentre la platea dei secondi ha ripiegato. Come mai?
«Il lavoro autonomo in Italia pesa molto più che altrove. In ragione della frantumazione aziendale e di altri fattori. Da noi rappresenta il 28% delle forze di lavoro. Quando in Germania e Francia non arriva che alla metà. Il che ha dato forza a tale agglomerato, che ha trovato le sue proiezioni politiche e ideologiche. Ma ciò è accaduto in un momento storico in cui salari e stipendi sono stati sottoposti a un ingente impoverimento. Con perdita di ricchezza e trasferimento ad altri ceti di ben 10 punti di Pil negli ultimi tre decenni. Una delle cause è stata l’aggravarsi del sottodimensionamento delle aziende, che hanno ripiegato e non hanno investito in innovazione. Quando gli industrali si lamentano dell’alto costo del lavoro, omettono di ricordare che esso in Italia è molto più basso che altrove. Ma c’è anche qualcos’altro che spiega il ripiegamento del lavoro in Italia: la crisi dei partiti di sinistra».
Ci vuole dunque uno sforzo conoscitivo e politico per ridare corpo al lavoro in tutte le sue epressioni, e farlo tornare protagonista?
«È un compito difficile, perché tutto congiura contro. Dalle delocalizzazioni, che scompongono il lavoro e lo rendono inafferrrabile. Alla cultura accademica, alle politiche liberiste e antisindacali di tutti questi anni. E tuttavia, compito obbligato. Che deve innanzitutto ribaltare l’operazione ideologica costruita in questi decenni, volta a negare la centralità del lavoro dipendente, e addirittura a conclamare la “scomparsa” della classe operaia, che invece include ancora ben 5 milioni di addetti. Come nel dopoguerra. A ripristinare la verità basterebbe guardare i dati Istat! Purtroppo anche la sinistra ha interiorizzato questa operazione ideologica di rimozione della realtà, privilegiando forme politiche di rappresentanza indistinte, di mera opinione, senza radici forti nel lavoro. Tagliare i ponti con le idee-forza del socialismo e del socialismo europeo comporta dei prezzi gravi, e proprio in riferimento ai temi dello sviluppo industriale e della competizione globale. E ancora: si parla molto di “società della conoscenza”. Ma il tema tocca immediatemente il piano delle innovazioni produttive. E quello delle aziende e del lavoro, e del valore aggiunto naturalmente. Di contro le aziende italiane assumono pochi laureati capaci di fare innovazione. E li pagano pochissimo, trattandoli come lavoratori flessibili e a bassa qualificazione…».
L’innovazione, ripetono in molti, taglia i posti di lavoro ed esige flessibilità. Come replica a questa obiezione?
«Quelli esposti ai tagli sono i posti di lavoro meno qualificati. Viceversa le mansioni ad alto know-how sono più stabili e meno deperibili. Inoltre, ampliare la gamma e la qualità dei prodotti aiuta a stare sul mercato globale in posizione leader, come fa la Germania, e incoraggia investimenti e occupazione. Quanto alla flessibilità, l’impresa la intende sempre come flessibilità dell’occupazione, da modulare secondo le oscillazioni di mercato. Ma un conto è la flessibilità delle mansioni, sostenuta dalla formazione continua e dagli ammortizzatori. Un conto la libertà di licenziare, che oltretutto non incoraggia affatto l’innovazione».