La Bielorussia dopo il voto

Raggiungiamo Giulietto Chiesa in una pausa tra le riunioni del Parlamento Europeo, a Bruxelles. “Qui c’è un pessimo clima- dice l’europarlamentare- si parla apertamente di sanzioni; parlamentari della destra, con l’appoggio di settori dei verdi e del partito socialista, sono autori di un pericoloso e insensato estremismo. Dinanzi alla Bielorussia c’è anche chi vorrebbe mettere in gioco le relazioni con la Russia. Speriamo che la Commissione e il Consiglio abbiano pareri più pacati”.

A Giulietto Chiesa, profondo conoscitore delle vicende dell’ex Urss, chiediamo delucidazioni sugli accadimenti di Minsk e sulla turbolenta frontiera orientale dell’UE.

I giornali di oggi parlano di arresti di oppositori politici e di repressione delle mobilitazioni contro l’elezione di Lukashenko in Bielorussia. Si parla di una nuova rivoluzione arancione, simile a quelle che hanno investito prima la Georgia e poi l’Ucraina. Qual è la tua opinione in proposito?

E’ in corso un tentativo di far passare gli avvenimenti di Minsk come una nuova rivoluzione colorata, ma nessun giornale sembra notare che la realtà politica della Bielorussia non è paragonabile a quella che ha defenestrato i leader filorussi, da Kiev a Tblisi passando per Belgrado. La differenza è questa: Lukashenko ha un reale appoggio popolare. Mentre in Ucraina il ritorno alle urne ha dato un esito diverso da quello iniziale, convocare in Bielorussia nuove elezioni non farebbe che ridare il potere in mano al vecchio presidente.

Eppure gli osservatori internazionali hanno parlato di evidenti irregolarità…

Il giudizio dato dall’Osce sulla validità delle elezioni era già deciso. Si tratta, lo dico senza mezzi termini, di giudizi tendenziosi, faziosi e manipolati. Ho avuto molte volte l’occasione di vedere all’opera gli osservatori internazionali, e ho sempre verificato di prima mano come le loro relazioni fossero bugiarde.

Quindi?

Quindi bisogna prendere atto del consenso popolare del leader Bielorusso, e chiedersi, semmai, quale sia il suo fondamento. Tra i pochi dirigenti comunisti contrari allo scioglimento dell’Urss, Lukashenko è salito al potere battendo i suoi oppositori con un programma quantomai preciso: nessuna privatizzazione economica e protezione del sistema di sicurezza sociale. Lukashenko vince perché è riuscito a tenere in piedi pezzi del sistema socialista, senza immettere il paese nell’onda della “capitalistizzazione” forzata che stava già impoverendo la Russia e le altre repubbliche ex-sovietiche. I suoi avversari, al contrario, sono stati conquistati dalle ipotesi di occidentalizzazione del paese. Si tratta di una rilevante minoranza, ma non ci sono dubbi che la maggioranza del paese rimanga fedele alla politica di Lukashenko. Si tratta di una questione politica, dunque, non solo di una maggiore o minore aderenza alle regole democratiche.

Cosa nasconde, dunque, le levata di scudi di Ue, Usa e Nato?

L’obiettivo occidentale è assai chiaro: sottrarre all’influenza della Russia tutti i suoi vicini, di modificare nel profondo, cioè, il quadro geopolitico della regione. Si tratta di un progetto imperiale. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori finanziatori dell’opposizione interna. Ma anche Polonia e Paesi Baltici sono in prima fila per limitare la sovranità dello scomodo vicino. Ci sono poi la Nato e l’Ue, il cui obiettivo è quello di spingere sempre più a est le frontiere delle proprie organizzazioni. Dinanzi a questa realtà non posso non pormi una domanda: siamo tutti consapevoli che questa politica ha come diretta conseguenza una nuova guerra fredda, una nuova contrapposizione frontale con la Russia? Sappiamo quali pericolo comporterebbe una simile ipotesi?

Dietro l’instabilità delle ex repubbliche sovietiche si nasconde la grande partita per il controllo dell’energia. Come si può inserire in questa battaglia la vicenda Bielorussa? E qual è il ruolo della Germania, il cui ex cancelliere Gerard Schoeder è tra i sostenitori dell’operazione Gazprom?

La questione energetica è di fondamentale importanza per la comprensione del quadro geopolitico. Pensiamo, ad esempio, all’accordo tra Mosca e Pechino che prevede la costruzione di un nuovo gasdotto che porterà in Cina l’energia di cui essa ha grande bisogno. Pensiamo anche alla crisi dell’Iran, dove si prepara una nuova guerra con l’obiettivo americano di esercitare su questo paese il proprio potere. La Bielorussia, poi, si inserisce perfettamente in questo scenario, poichè potrebbe ospitare i gasdotti che la Russia vuole negare all’Ucraina. La questione, in sintesi, è questa: da un lato l’occidente ha la presunzione di esercitare uno stretto controllo sulla produzione dell’energia.

Dall’altro è sempre più evidente che questo controllo è impossibile. C’è poi la vicenda di Gazprom e il tentativo tedesco di stringere i rapporti con la Russia, anche attraverso la costruzione di un gasdotto che, scorrendo in acque internazionali, aggiri i paesi baltici, strenui avversari di Mosca. Per qualcuno questo progetto ha avuto il senso della frattura della solidarietà europea in materia di politica energetica. E’ chiaro che l’Ue cerca faticosamente, ma con scarsi risultati, una politica comune dell’energia. In questo conteso si inserisce la proposta del commissario al commercio Peter Mandelson, che in un articolo di pochi giorni fa sull’International Herald Tribune ipotizza la costruzione di un mercato comune dell’energia. Una proposta che avrebbe quantomeno il merito di sottrarre la questione energetica dai criteri politici aggressivi che emrgono con forza all’interno dell’Europa.

Sullo sfondo, dunque, rimane la potenza russa…

Il capogruppo dei verdi in parlamento oggi diceva: “Se dietro la Bielorussia non ci fosse la Russia Lukashenko sarebbe già stato spazzato…” Mi pare evidente che ci troviamo dinanzi a una nuova teoria della sovranità limitata, che questa volta l’Europa gioca contro la Russia. Si è gridato allo scandalo, ad esempio, dinanzi alla notizia delle limitazione imposte da Putin all’attività delle Ong nel suo paese. Ebbene, l’UE ha fatto finta di non sapere che molte di quelle Ong non sono altro che emissari occidentali che lavorano per una penetrazione politica all’interno della Russia. Ha diritto Putin di fare ciò? Io credo di sì. Poiché con una scelta del genere Putin difende il diritto del popolo russo di decidere del proprio futuro.