La “Belle Epoque” della globalizzazione è già finita?

D: Nella tua relazione, c’è stato un passaggio che ci ha incuriosito molto. Parlando della globalizzazione, hai sostenuto che l’epoca che stiamo vivendo, somiglia un pò a quella della Belle Epoque che ha caratterizzato i primi anni del XX Secolo. Anche in quel periodo vi era una completa globalizzazione dell’economia, gli affari andavano bene e c’era molta euforia intorno alle capacità di sviluppo del capitalismo. Poi però “l’incantesimo” si è rotto perchè c’è stata la Prima Guerra Mondiale. Se siamo veramente in una nuova Belle Epoque, quando e come finisce?

R: Nella mia relazione, dovevo rispondere ad una domanda sul fatto se siamo o meno davanti ad una nuova fase dell’espansione economica mondiale. Ad esempio Greenspan parla sempre di una “nuova economia”. Qual’è la sua speranza? L’espansione basata sugli investimenti nelle nuove tecnologie. Ad esempio tra il 1893 e il 1914, vi è stata una enorme espansione economica basata sullo sviluppo dell’acciaio, dell’elettricità e delle costruzioni. In quella fase si assiste ad una grande espansione di tutte le maggiori economie del mondo ma anche all’incremento vertiginoso della distanza tra i ricchi e i poveri. C’è stato poi un altro periodo di espansione del mondo intero, dopo la Seconda Guerra Mondiale, dal 1947 fino più o meno al 1965. Ogni paese in qualche modo ha potuto sfruttare l’espansione degli Stati Uniti. Tra i due periodi presi in esame, c’è una bella differenza. Nella Belle Epoque c’era una fortissima competizione tra le nazioni avanzate e contemporaneamente una grande espansione economica. Era una competizione non solo economica ma anche politica e militare, vi era infatti una grande corsa agli armamenti.

Dal punto di vista storico, per comprendere la differenza con l’epoca che stiamo vivendo, occorre comprendere alcune cose. Nella fase successiva alla Seconda Guerra Mondiale, l’espansione degli Stati Uniti ha fatto da locomotiva per tutti gli altri, mentre nella fase precedente l’espansione del Regno Unito era stata fatta a spese di tutti gli altri innescando la la competizione che ha portato alla corsa al riarmo. Greenspan ad esempio ha di nuovo in mente una espansione degli Stati Uniti che minaccia tutti gli altri.

D: Interessante. Nel corso della tua relazione, hai proiettato alcuni grafici che rivelavano come la crescita economica delle principali economie mondiali dagli anni ’70 in poi sia diminuita. In sostanza la quota di ricchezza creata dalle maggiori economie è diventata via via inferiore a quella creata nei decenni precedenti. Cosa sta succedendo?

R: Effettivamente è così. Qui molti vivono della speranza di una ripresa dell’espansione ma questa non si realizza. C’è stata sicuramente una espansione degli Stati Uniti negli anni ’90, ma ciò è avvenuto a spese degli altri. C’è stata infatti una diminuzione del tasso di crescita di tutti gli altri paesi ad eccezione degli Stati Uniti.

D: Però anche il tasso di crescita degli Stati Uniti anche se più elevato delle altre economie è stato inferiore a quello dei decenni precedenti…

R: Certo. E’ stato inferiore a quello degli Ottanta, degli anni Settanta etc. Cioè non c’è una crescita generale nel mondo nella produzione e nel tasso di crescita, non viviamo in un’epoca di crescita generale ma soltanto degli Stati Uniti.

D: Attualmente le principali economie, Stati Uniti, Europa e Giappone, rappresentano il 48% del PIL ovvero della ricchezza mondiale. Alcune proiezioni, ad esempio quelle dell’OCSE, sostengono che tra venti anni ci saranno altri protagonisti, come i “Big Five” cioè Cina, Brasile, India, Indonesia,Russia, che in qualche “redistribuiranno” la ricchezza mondiale. E’ realistica questa previsione oppure è un tentativo di lanciare un allarme che non corrisponde alla realtà?

R: C’è sempre una grande distanza tra quello che prevedono gli economisti e quello che succede attualmente. Negli ultimi centoventi anni nessuna nuova nazione è entrata a far parte del “Gruppo dei grandi”. E’ accaduto solo per il Giappone. C’è la Corea ma la Corea non è grande, così come le altre “tigri asiatiche” non sono stati altro che i satelliti dell’espansione giapponese nella regione. Infatti si è visto che adesso che c’è la competizione tra il Giappone e gli Stati Uniti, questi ultimi hanno il solo interesse di attirare capitali dal mondo per finanziare solo la propria espansione. Il costo di questo si è scaricato su queste nazioni. In secondo luogo non c’è stata nessuna nuova nazione “ricca”, sono sempre le stesse. La grande eccezione, che ha creato difficoltà a tutta la politica degli Stati Uniti, è la Cina. L’espansione della Cina negli ultimi venti anni è stata incredibile e minaccia la forza politica ed economica degli Stati Uniti. Per questa ragione penso che tutta la politica degli USA sia stata rovesciata e che ci sia adesso una politica aggressiva e militare diretta contro l’espansione economica della Cina. In termini relativi, si può dimostrare che tra dieci anni la Cina potrebbe avere una capacità economica uguale a quella degli Stati Uniti. Non significa che avranno la stessa produttività ma che la Cina potrà sfruttare il fatto di essere più grande. In questo sta la possibilità che militarmente, commercialmente, economicamente possa competere con gli USA. Ciò rappresenta la più grande minaccia che preoccupa tutti gli uomini politici statunitensi e che li ha costretti a rovesciare completamente la loro politica verso la Cina. La Cina rappresenta la vera variabile. Il problema è che non una nazione veramente capitalista. I due terzi della proprietà sono nelle mani dello Stato o delle cooperative. C’è un grande controllo dello Stato sull’economia cinese, il movimento dei capitali non è in mano agli americani come nel resto del mondo. Ciò rappresenta una seria minaccia per gli Stati Uniti per questo stanno organizzando tutte le nazioni avanzate contro la Cina.

D: Visto dal tuo osservatorio “inglese”, come valuti il “popolo di Seattle” e i movimenti che si battono contro la globalizzazione?

R: E’ evidente che il popolo di Seattle nasce dall’istinto della gente che comprende che questo sistema non è umano. Il problema è che spesso i suoi metodi di lotta sono molto radicali ma i suoi obiettivi sono molto limitati. Io preferei il contrario e cioè obiettivi molto radicali con metodi di lotta che corrispondano agli obiettivi. Tra questi, secondo me, vi è il diritto all’autodeterminazione economica. Questo è alla base di tutto. Lo sfruttamento delle nazioni più povere è stato reso possibile dall’imposizione di un mercato di capitali che è il responsabile di tutto. Ha fatto si che la Malaysia o l’Argentina, ad esempio, non possano organizzare la propria economia per salvare la gente. C’è una contrapposizione tra i diritti umani e i “diritti monetari”. Secondo il G 8 i secondi sono più importanti, per loro è più importante che i capitali possano entrare o uscire da un paese povero piuttosto che la gente di questo paese possa vivere. La rivendicazione deve essere quella per cui ogni nazione, ogni organizzazione di popolo, abbia il diritto di mantenere i risultati del proprio lavoro all’interno del paese ed impedire il movimento di capitali. Al contrario non dovrebbe in alcun modo impedire il movimento dei beni e delle persone perchè un mercato mondiale è qualcosa di cui beneficiare tutti, una cosa totalmente diversa è invece il mercato dei capitali. Per questo dobbiamo difendere qualunque paese come la Cina o come Cuba che prende delle misure per proteggersi dal movimento dei capitali. Ma nei movimenti anti-globalizzazione non vedo queste posizioni. Sono contro la WTO ma non indicano alternative. Dunque il problema principale di questo movimento è un processo di riflessione sulle rivendicazioni, sui metodi della protesta e sugli obiettivi. Ad esempio penso che in Gran Bretagna, dove siamo già sulla linea del fronte, per proteggere i diritti dei cinesi sarebbe più importante impedire a Bush di realizzare lo “Scudo anti missili” o la militarizzazione del mondo. La gente nello Yorkshire che va a protestare contro la costruzione delle stazione dei radar funzionale a questo programma, sarebbe molto importante. La violenza fine a se stessa non serve a nulla, soddisfa solo qualche velleità individuale a scontrarsi con la polizia.

*Alan Freeman, economista, insegna alla Greenwich

University (Londra) e anima la rivista marxista “Capital and Class”