La beffa per gli extracomunitari viaggio nel deserto andata e ritorno

Venivano dal deserto e li ributtavano nel deserto. Arrivavano dal mare e li scaricavano dal cielo. E li lasciavano solo a qualche centinaia di chilometri da dove erano partiti tre o quattro settimane prima, li lasciavano a Tripoli. Poi i disperati venivano agganciati dagli stessi negrieri che li avevano caricati sul barcone e finivano sempre là, nei campi di Bengasi e poi in quelli di Al Zuwara, il villaggio che è a metà strada tra le oasi tunisine di Gabes e la capitale della Jamahiriya libica.
A Lampedusa i sopravvissuti sbarcavano fradici. Alcuni li tiravano su i marinai delle motovedette o i pescatori di gamberoni di Mazara, li portavano a riva e stavano anche un giorno e una notte intera sul molo. Poi finivano dietro le sbarre, la prigione che c´è accanto all´aeroporto, il Cpt, il centro di prima accoglienza. Altri due o tre giorni là dentro, pigiati, mischiati, manette di plastica ai polsi, in fila indiana come i carcerati. E alla fine l´aereo che li riportava al punto di inizio della loro tragedia: in Libia.
Era il destino di tutti. Eritrei e somali che avevano risalito un pezzo di Africa sui furgoni, carovane che attraversavano il Sudan, si fermavano all´oasi di Kufra, oltrepassavano le dune del deserto libico per giungere fino al mare. E gahanesi e nigeriani e liberiani che erano entrati dall´altra parte dell´Africa, dal Tenerè, dall´Algeria. Viaggi di mesi per vedere il Mediterraneo, per prendere il mare che li avrebbe fatti scivolare verso una nuova vita.
Per molti di loro il nuovo mondo era l´Italia. Ma l´Italia che hanno conosciuto è stato solo quello scoglio arido di Lampedusa, è stata solo quella strada polverosa che sale dall´isola dei Conigli o da qualche altra baia fino alla prigione che nessuno ha mai voluto chiamare prigione. In certi giorni sembrava un lager. In certi giorni erano anche in novecento tra quelle reti e quel filo spinato. C´era posto al massimo per 190 uomini e donne, ma li ammucchiavano, uno sopra l´altro. E poi li rimandavano indietro.
Sugli aerei militari, su quelli civili. Tre mesi per arrivare, un´ora e mezza per finire un´altra volta nelle mani del loro “capitano”. E lavorare come bestie magari per un altro anno e racimolare i dollari per tornare. Chissà quanti di loro hanno fatto avanti e indietro, chissà in quanti hanno ricominciato tutto daccapo.
Dal 2000 ogni anno ne sono arrivati tra 12 e i 14mila solo in quell´avamposto d´Europa che è Lampedusa. Tutti spediti prima dai boss tunisini di Sfax e di Capo Bon e poi da intermediari di bande centroafricane, le Madame Jenny che li aspettavano nei bar di Tripoli e poi – con la complicità dei poliziotti – li trasportavano come animali nei casolari intorno al villaggio di Al Zuwara.
Aspettavano il mare, aspettavano che il vento non soffiasse più da nord per prendere il largo e attraversare il Mediterraneo. Quando non diventava la loro tomba, all´alba appariva all´orizzonte Lampedusa. Carichi di schiavi all´andata, carichi per gli schiavi al ritorno. Il sogno durava poco. E se non decollavano da Lampedusa li portavano a Palermo. Qualcuno è arrivato fino a Crotone. Un´altra prigione. E poi un altro aereo che faceva rotta per la Libia.
Era come un incubo per i disgraziati. Avevano pagato 1.000-1.500 dollari per il “viaggio tutto compreso” e ritornavano dai loro passeurs, dai traghettatori d´uomini.
Solo negli ultimi mesi stava cambiando qualcosa, solo quando il governo ha fatto un “patto” con il colonnello Gheddafi e gli ha mandato jeep, motovedette, giubbotti antiproiettile.
All´ambasciata di Tripoli per un po´ sono stati spediti anche 5 poliziotti della nostra “immigrazione”, ufficiali di collegamento con i militari libici per cercare di fermare gli imbarchi. Qualche volta ci sono riusciti, qualche altra volta dalla baia di Al Zuwara i barconi salpavano sempre. È stato così che le base operative dei mercanti di schiavi sono state velocemente spostate un´altra volta. Come era accaduto anni prima, in tutto il Mediterraneo. Da Alessandria d´Egitto ai porti turchi, dal Pireo a Malta, da Sfax e da Capo Bon a Bengasi. E poi ancora a Malta. Ogni avvicendamento di quartier generale era un cambio di rotta.
E poi sempre su quel molo, il molo di Lampedusa. Con l´isola in rivolta per gli incassi mancati, per i turisti infastiditi dai neri che stavano invadendo le coste. Ce n´erano un milione due estati e anche tre estati fa sull´altra sponda del Mediterraneo, tutti pronti a rovesciarsi verso l´Italia. E sul molo i sopravvissuti non avevano speranza. Lo sapevano tutti che tornando dall´altra parte sarebbero finiti male. Lo sapevano anche i poliziotti italiani che avevano raccolto decine di testimonianze. Racconti fatti dagli stessi negrieri. Come quello della tunisina Zina Saidi, commerciante di schiavi. Ha rivelato ai poliziotti di Ragusa: «Nelle polizie di alcuni paesi e in tutti quei reparti che dovrebbero sorvegliare il mare ci sono uomini senza scrupoli, molti sono venduti». La donna si è pentita, a Malta i suoi ex soci l´hanno sequestrata e mozzato le orecchie. Ma li hanno riportati sempre là, i sopravvissuti al mare e alle prigioni che nessuno vuole chiamare prigioni.