La battaglia sul salario, architrave per ricostruire la democrazia italiana

Qual è, in questa immediata vigilia elettorale, la questione delle questioni?
Lasciamo parlare i fatti; non ce ne voglia il lettore se lo sommergeremo di dati, più utili – crediamo – di tante parole.
Cominciamo dalla base della piramide. Il dato più eclatante proviene dalla graduatoria Ocse delle retribuzioni medie dei trenta paesi più industrializzati: l’Italia, con una retribuzione mensile media di 1350 euro, si colloca al 23° posto, preceduta anche dalla Grecia e ben distante da Germania e Regno Unito. Molto indicativo è il dato tendenziale: in due anni l’Italia ha perso cinque posizioni (era 19esima nel 2004 e 17esima nel 2003).
Guardando più da vicino il salario medio italiano ci accorgiamo che la cifra calcolata si riduce di ben 500 euro mensili per la fascia giovanile della popolazione. Una fascia che solo nel 2001 aveva in busta paga, in media, il 10% in più e che domani dovrà fare i conti con una pensione pari al 30% del salario.
Un altro dato di tendenza molto significativo ci è consegnato dalla ricerca Icu sulla dinamica dei redditi nell’ultimo quadriennio: i redditi delle famiglie operaie sono diminuiti del 3,5 %, quelli delle famiglie di impiegati del 4,9 %, quelli delle famiglie di pensionati del 2,5 %.
Non stupisce, dunque, il fortissimo incremento dell’indebitamento, la cui causa ultima è certamente la mancanza di liquidità sufficiente, spesso addirittura per i beni primari, per centinaia di migliaia di famiglie italiane. Solo così si spiega il fatto che nel 2005 l’indebitamento ha raggiunto una quota del Pil pari al 30% (contro il 20% del 2000), costituendo una vera fortuna non solo per finanziarie e banche ma anche per gli usurai.
Passiamo al vertice della piramide. Al deterioramento tragico delle condizioni materiali di una larga parte della popolazione corrisponde un miglioramento sensibile delle condizioni di vita di altri settori sociali. Gli stessi dati sulla dinamica dei redditi dicono che le famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo hanno visto incrementare la propria ricchezza, nello stesso biennio (2002-2004), dell’11,7 %. Vi è, in sostanza, un trasferimento complessivo della ricchezza verso il lavoro autonomo, le professioni e i grandi patrimoni. Un simbolo eloquente di questa redistribuzione alla rovescia sono senza dubbio gli stipendi dei top manager, recentemente resi noti da Repubblica: una media di 8 milioni di euro annui con punte di 12 e, addirittura, di 22 milioni. Al pari dei dati assoluti, va colta anche in questo caso la valenza tendenziale delle cifre: un incremento, rispetto al 2004, di 21 punti percentuali.
È un quadro sconcertante la cui chiave di lettura è la crescente ineguaglianza del Paese. Una polarizzazione sociale che ha conosciuto certamente un’impennata negli anni del governo delle destre ma che rappresenta ormai una tendenza di lungo periodo, se consideriamo che negli ultimi quindici anni la quota del Pil attribuita ai redditi da lavoro dipendente è crollata dal 50 al 41 %, a vantaggio dei redditi da capitale.
In questo movimento gigantesco di perversa redistribuzione verso l’alto diventa cruciale il ruolo giocato dall’evasione fiscale. I dati sino a ieri hanno parlato di una evasione calcolata su una base imponibile di circa 200 miliardi di euro. Ma ora il rapporto annuale della Guardia di Finanza ipotizza una evasione fiscale nel 2005 doppia rispetto all’anno precedente.
Il tema, lungi dall’essere soltanto morale, riguarda sia l’efficienza del sistema sia le sue conseguenze immediatamente politiche.
In una società che considera il lavoro un problema e non una risorsa, si lavora sempre peggio, con più precarietà e sempre meno diritti.
Gravi sono le responsabilità di un mondo imprenditoriale che si è avvantaggiato di un accordo, il Patto del ’93 erroneamente sostenuto anche dalle organizzazioni sindacali, che vincolava la moderazione salariale all’ammodernamento dell’apparato produttivo. Peccato che, conquistata la moderazione salariale e goduto dei suoi vantaggi, gli imprenditori abbiano accumulato liquidità ed investito sui mercati speculativi, dimenticandosi dello sviluppo dell’apparato produttivo.
Ma la questione, come dicevamo, è anche politica: di fronte all’aumento del debito e al deterioramento del rapporto tra deficit e Pil già ritornano le sirene del “patto di legislatura” in funzione del risanamento.
Stiamo attenti perché sarebbe disastroso che si riproducessero nei fatti alcune delle più fallimentari scelte economiche e sociali attuate dai governi di centro-sinistra negli anni Novanta: i lavoratori, riferimento cruciale ed essenziale per la sinistra, hanno bisogno di risposte radicalmente alternative.
Servono provvedimenti immediati, concreti ed efficaci, coma la restituzione del fiscal drag e il ripristino di un meccanismo di salvaguardia automatica del potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni. Sarebbe bene, a questo riguardo, considerare con serietà la coincidenza tra i primi colpi inferti alla scala mobile agli inizi degli anni Ottanta e l’avvio di questa “guerra contro i salari”.
Da questo punto di vista è importante sostenere la campagna per il ripristino della scala mobile che, partita nelle scorse settimane, ha già raccolto, ai banchetti, migliaia di adesioni.
Tutto questo significa, in conclusione, una sola cosa. La battaglia sul salario non è un corollario della politica post-berlusconiana di ricostruzione della democrazia italiana. È – insieme all’intransigente rifiuto della guerra e alla salvaguardia della Costituzione nata dalla Resistenza anti-fascista – un suo architrave. Se le forze della sinistra politica e sindacale non dovessero comprenderlo, commetterebbero un errore fatale per sé e per tutto il Paese.