La battaglia di Vicenza. In piazza contro la base Usa mentre la giunta dice sì

Piazza dei Signori, gioiello palladiano, cuore della città elevata dall’Unesco al rango di patrimonio dell’umanità, dista meno di un chilometro e mezzo dai quartieri settentrionali. Qui, tra le case, dovrebbe sorgere la più grande base americana d’Europa, una for-
tezza destinata ai fanti che tornano dall’Iraq e dall’Afghanistan. Da ieri la colata di cemento appare più vicina, più probabile, anche se la battaglia attorno alla realizzazione della Ederle 2 si annuncia ancora lunga e tormentata e sarà un referendum a dire, almeno qui, l’ultima parola, prima che Roma decida in via definitiva.
Il centrodestra che amministra la città (24 seggi su 41) ha presentato ieri il documento messo a punto dal sindaco Enrico Hullweck, leghista transitato in Forza Italia, grande amico di Berlusconi e regista dell’operazione. E dopo una lunga notte di dibattiti in consiglio comunale si è schierato nettamente per il sì con 21 voti favorevoli, 17 contrari e due astenuti. Per una volta il Giornale di Vicenza, impegnato in una campagna violentissima contro sindacalisti e semplici cittadini contrari alla mega-base, ha colto nel segno annunciando ieri «una giornata storica per la città». Mentre la piazza gremita all’inverosimile urlava e fischiava in direzione della Loggia del Capitanato, nella sala della Bernarda, il centrodestra ha spianato la strada «all’accoglimento nel territorio comunale di Vicenza della 173° brigata aviotrasportata degli Stati Uniti». Ma ora comincia la battaglia vera. «Questo consiglio comunale ­ spiega Giancarlo Albera, coordinatore dei comitati per il No ­ non possiede sufficiente legittimità per prendere una decisione di questa portata. La gente dovrà dire la sua, gli americani vogliono militarizzare la città, costruirne un’altra dentro la nostra. Ora sfoggiano sorrisi, ma sono pronti a dare il via ad una colata di 700mila metri cubi di cemento».
Nella piazza, affollata da almeno 2 mila manifestanti, si sono intrecciate le varie anime della protesta. Nei comitati per il No, promotori di un referendum popolare cittadino, ci sono cittadini impauriti dai rischi che la nascita del complesso americano comporta. Francesco Scalzotta abita a Longara ad una decina di chilometri da Vicenza dove ha sede un misterioso deposito di armi americane. «Da 40 anni conviviamo con questa base dove sono custodite armi e munizioni. Non ci hanno mai spiegato cosa c’è all’interno, ci tengono mine nucleari?». Con la gente dei quartieri si sono mischiati i ragazzi dei centri sociali che hanno fatto un baccano infernale. Sono arrivati con carri armati, mitragliatrici e missili di cartapesta, trombe da stadio e fischietti, bandiere e stendardi contro Bush e le tutte le guerre. C’erano bandiere dei Ds e di Rifondazione, tante quelle rosse della Cgil. Oscar Mancini, segretario della Cgil vicentina è uno dei promotori della protesta e per questo è bersaglio di violentissimi attacchi da parte dei fogli della Confindustria. «Se faranno la base a guadagnarci saranno solo i grandi costruttori, mentre in tutta Europa vengono ridiscusse le servitù militari e chiuse le basi qui vogliono realizzare un mega-impianto destinato alla terapia di decompressione per i soldati che tornano dalle guerre e partono per nuovi conflitti. Si prospetta uno scempio urbanistico in una delle zone verdi di Vicenza. Per il governo di Prodi non è facile modificare la scelte imposte da Berlusconi, ma noi dal ministro Parisi ci aspettiamo una presa di posizione chiara e decisa».
In effetti quella di Vicenza è una tipica commedia all’italiana. All’epoca della politica estera fatta con le pacche sulle spalle («amico George, amico Silvio») Berlusconi ed il sindaco Hullweck si sono accordati di nascosto con Washington. Come ha ricordato il capogruppo Ds in consiglio comunale Luigi Paletto rivolto al sindaco «lei ha tenuto all’oscuro la città ed il consiglio comunale nascondendo un evento destinato da incidere sull’assetto urbanistico e sociale per i prossimi decenni». I rappresentanti dell’Unione hanno usato toni simili esprimendosi per un «no chiaro, forte, incondizionato e definitivo».
Mentre alcune centinaia di lavoratori civili della base Usa sfilavano dietro una grande cartello con la scritta «Si al Dal Molin», migliaia di persone hanno invece detto ieri No. E, probabilmente a gennaio, sarà il referendum a svelare se i Sì, oggi in maggioranza, riusciranno a fermare la colata di cemento.