La battaglia delle milizie

Nel momento in cui la morsa del blocco dei finanziamenti internazionali ai Territori occupati rischia di strangolare non Hamas, vincitore delle elezioni, ma l’intera popolazione palestinese, la questione del controllo sui servizi di sicurezza dell’Anp potrebbe portare Al-Fatah e il movimento islamico in rotta di collisione. Hamas infatti avrà governo e parlamento ma non la sovranità sulle forze sicurezza – polizia e decina di agenzie con 30-40mila agenti regolari più altri 20mila non inquadrati – sui quali, secondo lo statuto dell’Anp, ha autorità il presidente Abu Mazen, leader di Al-Fatah.

Uno scontro tra le due parti per ora è escluso: in casa palestinese si vuole evitare che il terremoto politico della scorsa settimana apra la strada a un confronto dalle conseguenze imprevedibili. Ma potrebbe farsi più vicino nelle prossime settimane, se alcuni noti esponenti dell’Anp usciti sconfitti dal voto faranno dei servizi di sicurezza la roccaforte del loro potere personale.

Tutto ciò mentre il mondo, concentrato sull’ascesa al potere di Hamas, non si accorge che i coloni israeliani stanno per vincere una nuova battaglia a danno dei palestinesi. Con una «soluzione creativa», i coloni che da cinque anni occupano illegalmente il mercato di Hebron hanno accettato di lasciare volontariamente l’area grazie a una intesa raggiunta con il governo di Ehud Olmert che darà loro, in seguito, la proprietà sul territorio e le case lasciate. Il procuratore generale dello Stato, Menachem Mazuz, ha smentito l’esistenza di un compromesso ma il portavoce dei coloni, Naom Arnon, è stato rapido nel ribattere che «c’è un accordo nelle nostre mani. Intendiamo rispettarlo e ci attendiamo che l’altra parte lo faccia». In base all’intesa, i coloni si sono impegnati a lasciare l’area entro la mezzanotte di ieri e in cambio il governo avrebbe promesso loro la possibilità di rioccupare la zona, in futuro.

Il mercato di Hebron era stato chiuso dall’esercito israeliano già nel 1994, dopo la strage provocata da un estremista israeliano – Baruch Goldstein – nella Tomba dei Patriarchi in cui vennero uccisi 29 palestinesi. Da allora il mercato non è stato più riaperto. Nove famiglie di coloni vi si sono insediati nel 2001, dopo l’uccisione di una bimba i 10 mesi, Shalhevet Pass, attribuita a militanti dell’Intifada. I palestinesi hanno reagito con rabbia alla notizia dell’intesa. «Le case occupate sono nostre. Combatteremo per riaverle», ha detto Mohammed Nasserdin, un commerciante.

Hamas rischia di ritrovarsi nelle mani un enorme potere politico non sostenuto però dalla forza militare. Con i servizi sotto il controllo di Al-Fatah, il movimento islamico finirà per essere sorvegliato costantemente dal partito rivale. Non è un caso che tre importanti esponenti di Al-Fatah, Mohammed Dahlan e Jibril Rajub, che in passato hanno guidato il servizio di sicurezza preventivo, e il ministro dell’interno uscente Nasser Yusef, si siano affrettati a riaffermare il controllo del presidente Abu Mazen sugli apparati militari.

La proposta fatta tre giorni fa dalla guida suprema di Hamas in esilio, Khaled Mashaal, di unificare le forze di sicurezza e le milizie delle varie forze politiche in un esercito nazionale è evidentemente volta anche a sottrarre ad Al-Fatah un potere che potrebbe rivelarsi decisivo. Non sorprende che Atef Adwan, uno dei leader emergenti di Hamas, abbia dichiarato che l’intera la struttura gerarchica dei servizi di sicurezza dovrà essere «profondamente rivista».

Ad aprire la polemica era stato due giorni fa il comandante della polizia Ala Hosni che ha cercato di placare le proteste dei suoi uomini per l’esito del voto del 25 gennaio, precisando che le forze di sicurezza resteranno sottoposte al comando supremo del presidente e non del futuro primo ministro. Parole a cui il portavoce del movimento islamico, Sami Abu Zuhri, ha replicato dicendo che «Alaa Hosni è solo un funzionario dell’Anp». Hamas ha addirittura accusato il ministro dell’interno Nasser Yusef di aver ordinato di portare via le armi dagli arsenali dell’Anp e di nasconderle in località segrete. Accuse che Nasser ha respinto.

Ad aggravare la tensione si sono aggiunte le proteste per l’iniziativa dei giornali Jyllands-Posten (danese) e Magazinet (norvegese) che hanno pubblicato caricature di Maometto scatenando proteste in tutto il mondo islamico. Ieri mattina un commando delle «Brigate dei Martiri di Al Aqsa» ha tenuto una protesta di fronte a un ufficio dell’Ue a Gaza e ha intimato ai cittadini di Danimarca e Norvegia di non entrare nella Striscia.

Intanto ha cambiato idea il presidente palestinese Abu Mazen che prima delle elezioni aveva parlato di dimissioni in caso di una vittoria elettorale di Hamas. Al termine dell’incontro avuto ieri con il cancelliere tedesco Angela Merkel a Ramallah, ha affermato di voler concludere regolarmente il suo mandato alla guida dell’Anp. «Nulla impedisce di completare i tre anni che mi restano e ho intenzione di continuare a mettere in pratica la mia politica nel corso di questo periodo», ha detto.