L’8 per mille finanzia la missione in Iraq

Utilizzati i fondi che dovrebbero essere destinati a interventi umanitari e alla cultura

ROMA

La missione militare Ìtaliana in Iraq costa 500 milioni di euro l’anno, a fine 2005 il conto complessivo che il contribuente avrà pagato dall’inizio dell’intervento sarà di circa un miliardo e trecento milioni di euro. Sono i dati contenuti nelle relazioni della Ragioneria generale dello Stato ai provvedimenti di finanziamento per “Antica Babilonia”, analizzati dal “Sole 24 Ore”. A quelle cifre andranno poi sommate le spese da prevedere per il 2006. Forse non tutti sanno che la bolletta per le missioni viene pagata, in piccola parte (80 milioni l’anno, pur sempre una cifra rilevante), con la quota di 8 per mille che i contribuenti italiani destinano allo Stato, per interventi umanitari e per la conservazione dei beni culturali, il che non manca di fomentare polemiche: Rifondazione chiede di «azzerare quelle spese», l’Arci parla di «travestimento umanitario» dell’occupazione militare. Ma Gustavo Selva, di An, replica: tutto legittimo.
Nel complesso degli stanziamenti per l’Iraq, gli interventi umanitari e i fondi per la ricostruzione irachena assommano a circa 90 milioni di euro: all’incirca il 7 per cento del miliardo e trecento milioni speso dalla partenza dei primi soldati. Per il 2005 la missione militare è stata finanziata con 273 milioni nel primo semestre e meno di 220 milioni nel periodo giugno-dicembre. Gli interventi umanitari e di ricostruzione sono stati fmanziati con 18,8 milioni nel primo e con 19 milioni nel secondo semestre. «Questi dati lo confermano, è una spesa che deve essere azzerata, non c’è un impegno reale di tipo umanitario», attacca Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione al Senato. «Questi numeri – polemizza a sua volta Paolo Beni, presidente dell’Arci – sono la conferma evidente di un fatto molto grave, che noi denunciamo da tempo: la missione in Iraq non è una missione umanitaria ma la partecipazione del Paese all’occupazione militare, oltretutto alle dipendenze degli alleati, senza che questo sia mai stato deciso dal Parlamento e tantomeno condiviso dal popolo, che anzi si è opposto con un grande movimento contro la guerra».
«Nella prossima Finanziaria – aggiunge Malabarba – bisognerebbe prevedere una riconversione di quella spesa, ritirando le truppe dall’Iraq e anche dall’Afghanistan, e utilizzando quei fondi per evitare di ammazzare pubblico impiego, welfare ed enti locali, che rischiano di pagare il prezzo più alto ai tagli che prepara il governo».
Ma le missioni militari all’estero sono cresciute nel numero e nei costi negli ultimi anni, e vengono fmanziate in parte con 1’8 per mille dell’Irpef. La legge sull’8 per mille del’Irpef, che risale al 1985, prevede che i fondi che i cittadini destinano allo Stato vengano usati per alleviare la fame nel mondo, per le calamità naturali, l’assistenza ai rifugiati e la conservazione dei beni culturali. Nella Finanziaria 2004, 80 dei circa 100 milioni della quota statale sono stati destinati alla sicurezza e alle missioni italiane all’ estero.
Per Gustavo Selva di An, presidente della Commissione Esteri della Camera, «nella condizione attuale quelle missioni umanita¬rie sono tese ad aiutare popolazioni che soffrono spesso oltre che per la mancanza di sicurezza, anche per la fame, il bisogno di acquedotti, scuole e ospedali. E’ giusto informare i cittadini della destinazione di quei fondi, ma si tratta di fmalità coerenti all’ispirazione della legge sull’8 per mille». Di parere radicalmente opposto Beni, che accusa: «C’è un tentativo da parte del governo di legittimare avventure militari che non sarebbero possibili con le leggi attuali, e allora vengono travestite da operazioni umanitarie. In questo l’Afghanistan è simile per certi versi all’Iraq, e lo fu in qualche modo anche la partecipazione (decisa dal governo D’Alema, ndr) alla missione in Kosovo». Insomma, per il presidente dell’ Arci è “molto grave che tali missioni siano fmanziate attingendo a quei fondi che la legge aveva destinato a ben altri fini”.