L’11 settembre non si fa memoria di una tragedia

L’attentato alle Torri ha scatenato un’ossessione sicuritaria che mette sullo stesso piano povertà e pericolosità. Nella geografia urbana dei ghetti come nel fondamentalismo su scala planetaria

L’11 Settembre 2001 non riesce a farsi memoria di una tragedia. Esso si proietta su un eterno presente solcato da una spirale di guerra che abbatte ogni confine tra dentro e fuori, tra qui e altrove, tra (in) sicurezza locale e (dis) ordine globale. Sulle macerie ancora fumanti delle Twin Towers si è tessuta la trama di una simbiosi perversa tra politiche imperiali orientate a definire un nuovo ordine mondiale, e strategie di guerra a bassa intensità volte a consolidarne i presupposti materiali e simbolici all’interno delle democrazie occidentali.
Se sul fronte esterno la “war on terrorism” si è risolta in occupazioni militari a tempo indeterminato e in bombardamenti la cui “intelligenza” non ha risparmiato villaggi, ospedali, scuole e mercati, sul versante domestico essa ha legittimato una drastica compressione dei diritti e delle libertà, traducendo lo “scontro di civilità” in una vera e propria normalizzazione del razzismo istituzionale nei confronti di migranti, rifugiati e profughi.
L’ossessione securitaria che regge questo assetto si fonda sulla paura e sulla moltiplicazione delle sue traiettorie: la simbiosi tra guerra e polizia – costitutiva del nuovo (dis) ordine locale/globale – poggia infatti su un’assimilazione sempre più completa tra “straniero” e “nemico”. L’ubiquità della minaccia terroristica – da New York a Madrid, da Londra a Sharm El-Sheik – la sua assoluta imprevedibilità, l’impossibilità di attribuire una fisionomia univoca a quanti se ne fanno portatori, il suo carattere costituzionalmente “mimetico”: tutti questi elementi hanno da una parte impresso alla “guerra al terrorismo” un corso del tutto inedito – rendendola una guerra civile permanente, condotta contro nemici invisibili e di fatto immune da ogni vincolo imposto dal diritto internazionale – e dall’altra hanno consentito ai governi occidentali di proiettare la guerra tanto all’esterno, quanto all’interno delle frontiere nazionali.
Se una retorica poliziesca ha pervaso progressivamente lo scenario globale, a partire dall’auto-investitura dell’asse militare anglo-statunitense quale “legione imperiale” incaricata di riportare “law and order” ovunque gli interessi politici ed economici delle potenze occidentali lo richiedano, contemporaneamente, i venti di guerra spazzano anche l’orizzonte di una sicurezza interna la cui deriva paramilitare è quanto mai evidente – basta pensare a Guantanamo, ai tribunali speciali per stranieri indiziati di terrorismo, alla proliferazione dei centri di detenzione per migranti e rifugiati, alla compressione sistematica della libertà di parola e associazione nei principali paesi europei. Del resto, si è detto più volte del rapporto di osmosi che – almeno a far corso dall’esaurimento della minaccia sovietica e della relativa politica dei blocchi – sembra avvolgere sempre più il nesso tra ordine pubblico e sicurezza globale: sullo scenario internazionale, le strategie militari cedono il passo a operazioni di polizia globale, mentre linguaggi e pratiche di guerra intrecciano da un punto di vista sia materiale che simbolico le maglie sempre più strette del controllo sociale e urbano – war on drugs, war on crime, war on asylum seekers.
Ma gli eventi degli ultimi anni hanno accelerato drasticamente queste tendenze, configurando uno spazio geopolitico indifferenziato al cui interno si realizza una convergenza integrale fra strategie di controllo sociale e prassi di guerra: una nuova “polizeiwissenschaft” globale che trova la propria legittimazione nel paradigma della “guerra preventiva”. Ma questa altro non è, a ben guardare, se non una trasposizione sullo scenario globale di un modello repressivo già adottato sul versante del controllo urbano: l’impiego di strategie repressive a scopo preventivo rappresenta infatti una delle trasformazioni più significative che hanno interessato negli ultimi anni le politiche penali e di controllo sociale, negli Stati Uniti come in Europa.
In altri termini, prima ancora che nei confronti degli odierni network globali del terrore, le strategie della guerra preventiva sono state sperimentate sistematicamente all’interno delle metropoli euro-americane contro le nuove “classi pericolose”, alimentate dall’ordine economico neoliberale: migranti, poveri, minoranze etniche. Del resto, come non riconoscere nelle rappresentazioni mass-mediatiche dei “terroristi islamici” una proiezione globale delle classi pericolose che abitano i ghetti delle metropoli occidentali? Come non scorgere, nell’implicita equazione fra povertà globale e minaccia terroristica, una fedele riedizione della logica punitiva oggi dominante, il cui postulato elementare consiste nell’assimilazione tra marginalità sociale e pericolosità criminale? Come possono stupire le condizioni in cui versano i sepolti-vivi di Guantanamo, se l’opinione pubblica delle stesse democrazie occidentali considera “normale” che migliaia di migranti perdano la vita nei mari dell’Europa meridionale, che altrettanti messicani muoiano nel tentativo di varcare il confine statunitense, o che gli uni e gli altri siano detenuti, spesso a tempo indeterminato, in centri di detenzione che rappresentano vere e proprie zone di sospensione del diritto? Ancora, come stupirsi del fatto che i soldati della più grande democrazia del mondo sottopongano abitualmente a torture i propri prigionieri, se i poliziotti della stessa democrazia hanno potuto seviziare per ore un afro-americano disarmato (Loumia) provocandogli lacerazioni intestinali permanenti, picchiarne a morte un altro per strada (Rodney King), ucciderne un altro ancora con 41 colpi di pistola mentre cercava di esibire i documenti (Amadou Diallo), senza che nessuno di loro subisse una condanna?
La risposta è che si tratta di “effetti collaterali”: effetto collaterale è tutto ciò si è disposti ad accettare nel nome di un’emergenza – si tratti di emergenza-immigrazione, emergenza-criminalità, emergenza-droga o emergenza-terrorismo. L’eredità più ingombrante dell’11 settembre – ciò che impedisce di consegnare definitivamente quella data a una pagina oscura della storia recente – consiste allora nella normalizzazione della logica emergenziale: dai “dannati della metropoli” la guerra preventiva si estende ai vecchi e nuovi “dannati della terra”, la cui esistenza rappresenta di per sé una minaccia al falso universalismo neoliberale.
A legittimare la guerra è ancora una volta l’equazione tra povertà e pericolosità: se nelle metropoli occidentali questa logica consolida una geografia urbana solcata da ghetti e comunità cintate, sullo scenario globale essa si condensa nello spettro di un fondamentalismo suicida che l’integralismo dei crociati occidentali non può che interpretare come gesto irrazionale di chi – dentro e fuori dai confini dell’occidente – non può avere accesso all’eden dei diritti e delle libertà.