L’ America liberista di Bush ora corteggia la classe operaia

Per anni si sono sentiti dire che il loro futuro era segnato: destinati ad estinguersi come i dinosauri con l’ automatizzazione delle fabbriche o il loro trasferimento in Cina e in Messico, dove il lavoro costa molto meno. Ma ora molti operai dell’ industria manifatturiera scoprono a sorpresa di essere invece diventati un bene prezioso. In Ohio, raccontava qualche giorno fa Usa Today, chi segue un corso per saldatori riceve varie offerte di lavoro prima ancora di conseguire il diploma: corteggiato come un laureato che esce da Harvard. Il Minnesota ha bisogno di un gran numero di tecnici e di operai specializzati. Il Wyoming, uno Stato che ha appena mezzo milione di abitanti, è «affamato di braccia» per far crescere un’ industria energetica che è ancora nella sua infanzia. Negli Stati ad est del Mississippi due anni di rincari del petrolio hanno rilanciato il carbone: molte miniere semiabbandonate tornano a funzionare a pieno regime, quando riescono a trovare gente disposta a lavorare sottoterra. Perfino nel Sud, dove i neri costituiscono lo «zoccolo duro» dei senza-lavoro in un Paese che a livello nazionale presenta dati da piena occupazione (la disoccupazione è al 4,5 per cento) le cose stanno cambiando. Anche aziende che hanno bisogno di personale poco qualificato – ad esempio gli allevamenti di polli e gli stabilimenti di trasformazione della carne – cercano operai casa per casa. Transizione Cosa sta succedendo? I discorsi sull’ inevitabile transizione verso una società dei servizi coi lavori nei settori dell’ industria ridotti sempre più al lumicino, erano solo esercizi sulla carta, elucubrazioni degli economisti? Non proprio: le linee di tendenza di lungo periodo non cambiano. E, del resto, quella della «ritirata» degli operai è una realtà ormai in gran parte acquisita: a fine 2006 negli Stati Uniti si contavano 10,2 milioni di operai. Dieci anni fa erano 12 milioni. Il calo rispetto a 40 anni fa è addirittura del 28 per cento. La contrazione è in atto, senza interruzioni, da mezzo secolo. Alla fine della guerra un americano su tre lavorava in un’ industria, oggi solo il 10 per cento. Eppure un sondaggio della Nam, la confindustria dei produttori manifatturieri Usa, indica che l’ 80 per cento dei datori di lavoro fa fatica a trovare personale per le sue fabbriche. Sondaggi simili erano stati fatti anche in passato con risultati non molto diversi e molti li consideravano poco attendibili visto che, se ci fosse stata tutta questa domanda insoddisfatta, i salari avrebbero dovuto subire un’ impennata. Invece erano rimasti stagnanti. Scenario Ma ora lo scenario sembra cambiare: i salari hanno ricominciato a crescere e la realtà degli imprenditori che non riescono ad assumere viene certificata anche da indagini indipendenti, come quelle degli economisti della Federal Reserve, la banca centrale Usa. Le cause alla base di questo fenomeno sono diverse: la volontà politica di Washington di utilizzare di più le fonti interne di energia per diminuire la dipendenza degli Usa dall’ estero; il graduale pensionamento della generazione del «baby boom» mentre i suoi figli si tengono alla larga dai lavori in fabbrica, considerati insicuri e poco attraenti; il naturale mosaico che comprende settori in declino e altri in espansione. In Michigan, ad esempio, la crisi dell’ industria dell’ auto ha creato un grosso bacino di disoccupati che nessun’ altra impresa locale riesce a riassorbire: è qui che il Wyoming cerca il personale di cui ha bisogno. Più di recente, poi, è emerso un fenomeno che due giorni fa ha sorprendentemente guadagnato il titolo principale nella prima pagina del Wall Street Journal, giornale orgoglioso del suo«pedigree» liberista: la politica più severa nei confronti dell’ immigrazione clandestina attuata dal governo Bush a partire dalla metà dello scorso anno, ha costretti molti «latinos» senza documenti a lasciare il loro lavoro e il Paese. Per rimpiazzarli molti imprenditori negli Stati del Sud sono costretti a inseguire i neri senza lavoro. Non sono molti: spesso vengono assunte anche persone che hanno seri problemi con la giustizia. Il caso raccontato dal quotidiano della comunità finanziaria riguarda un’ azienda della Georgia e colpisce perché per la prima volta si trova la conferma empirica di una tesi sostenuta a lungo da alcuni economisti di sinistra come Michael Lind, secondo il quale la presenza di clandestini disposti a lavorare per qualunque cifra ha l’ effetto di abbassare i salari dei lavoratori meno qualificati, quelli più deboli. Fenomeno Una tesi sempre contestata dagli economisti liberisti per i quali, invece, gli immigrati abbassano i costi di produzione, rendono il sistema più efficiente e non danneggiano nessuno perché quello che fanno loro è un lavoro che tutti gli altri hanno già scartato. Ora proprio da un’ analisi del Wall Street Journal sembra venire un’ indicazione diversa. La profondità e la durata di questo fenomeno sono difficili da misurare e da prevedere. Quello che è certo è che l’ evoluzione verso una società basata sempre di più sui servizi (che già oggi danno lavoro a oltre i tre quarti della popolazione) non si arresterà. Paradossalmente è proprio questa consapevolezza una delle cause della scarsità di operai: quasi tutti i giovani cercano altri impieghi perché sanno che l’ industria ha un futuro incerto e, comunque, ha perso la sua capacità di attrazione. Ma le fabbriche sono ancora lì e ci rimarranno a lungo. E non tutte possono essere automatizzate. «Con le nostre analisi economiche – ammette il tecnologo John Sinn della Bowling Green State University – abbiamo finito per provocare un corto circuito culturale».