Kurdistan in rivolta dopo la repressione. Monito Ue alla Turchia

E’ la rivolta più grave degli ultimi dieci anni. La più sanguinosa da quando nel giugno del 2004 il Partito dei lavoratori curdi (Pkk) ha messo fine alla tregua unilaterale di cinque anni. Una settimana intera di scontri tra manifestanti curdi e forze di sicurezza turche, che ha già causato 15 morti e almeno duecento feriti. Tra le vittime delle violenze, ci sono vecchi e giovani, ma anche tre bambini.
L’intifada curda è iniziata martedì scorso a Diyarbakir, la capitale del kurdistan turco, nel corso dei funerali di 14 militanti del Pkk uccisi nel precedente fine settimana dai militari di Ankara. In poche ore ha coinvolto tutte le principali città del sudest del Paese, e nel fine settimana si è estesa verso ovest, fino a raggiungere Istanbul, dove tre persone sono morte nell’incendio di un autobus, colpito da una bomba molotov.

Ankara ha mostrato di non avere alcun controllo della situazione e ha scelto la via della repressione. Finora – secondo l’agenzia Anadolu – sono state arrestate 339 persone solo nella città di Diyarbakir, di cui 90 sono bambini e ragazzi. Le violenze però non si fermano. A Kiziltepe, vicino alla frontiera siriana, a Batman, a Silopi e a Yuksekova i manifestanti sono scesi nelle strade e hanno preso di mira con sassi e molotov i negozi, le banche e le sedi dell’Akp, il Partito di giustizia e sviluppo attualmente al governo. Contro di loro si è scagliato l’esercito, che non ha esitato a sparare sulla folla. Poco importa che in mezzo ai cortei ci fossero donne e bambini di pochi anni. Il premier Recep Tayyip Erdogan ha invitato le famiglie a tenere a casa i propri figli, e a non metterli a disposizione di quelli che ha definito «terroristi». «Le forze di sicurezza – ha avvertito il primo ministro – interverranno contro le pedine del terrorismo, non importa se si tratti di bambini o donne. Ognuno dovrebbe tenerlo a mente. Se piangerete domani, sarà invano».

L’atteggiamento del governo non è piaciuto all’Unione europea, che venerdì ha chiesto all’aspirante membro di porre fine alle violenze. «Siamo preoccupati per le ultime tensioni nel sudest della Turchia – ha fatto sapere Krisztina Nagy, portavoce del commissario Ue all’allargamento Olli Rehn – e per la perdita di vite umane. Siamo a conoscenza del serio problema terroristico nella regione, ma non si tratta solo di un problema di sicurezza. » una questione molto più ampia. La regione ha bisogno di pace, sviluppo economico e di un vero riconoscimento dei diritti culturali dei curdi».

In oltre venti anni di scontri tra guerriglia ed esercito turco sono morte circa 35mila persone. Il conflitto si è fermato, almeno in parte, dopo la cattura in Kenya del leader del Pkk Abadullah Ocalan nel 1999, ma è entrato in una fase di reviviscenza negli ultimi due anni. Bruxelles – che dall’ottobre scorso è impegnata nelle trattative per l’ingresso di Ankara – ha inserito il Pkk nella lista nera delle associazioni terroristiche, mentre ha preferito ignorare le violazione dei diritti delle minoranze in Turchia e ha evitato accuratamente di inserire la questione curda nei propri documenti ufficiali. Questa volta, di fronte a un’escalation con pochi precedenti, ha provato a cambiare tono.

Anche in Turchia, le voci critiche nei confronti di Erdogan non mancano. Secondo la Bbc, i politici locali del sudest concordano nel dire che la forza non è la risposta più adeguata. Il sostegno diffuso dato ai disordini dell’ultima settimana sarebbe solo il segnale dell’ampia frustrazione di cui è vittima la popolazione curda. Aysel Tugluk – co-presidente del più grande formazione filocurda, il Partito della società democratica (Dtp), pur condannando «ogni tipo di protesta che supera i limiti democratici», ha dichiarato che «in uno stato di diritto, non è possibile usare le armi contro i manifestanti indifesi». «Bambini che non avevano alcuna parte negli incidenti e che erano lì ad assistere – ha ricordato Tugluk – sono stati massacrati. Il governo e il primo ministro sono responsabili per tutto quello che è successo».

Le rimostranze interne e internazionali non sono bastate. Pressata dai partiti dell’opposizione, Ankara ha deciso di andare avanti con la linea della fermezza ed è tornata a parlare della nuova legge anti-terrorismo, ferma in Parlamento da mesi. Il premier Erdogan – afferma The New Anatolian – è rientrato dall’estero proprio per dare un’accelerata ai lavori e ottenere quanto prima l’approvazione del testo.