Kounellis, l’elogio della materia

Kounellis è uno dei massimi artisti contemporanei viventi. Ciononostante il suo radicamento nel mondo è profondo e umanissimo come quello di un lavoratore manuale. «La libertà, come la poesia (l’arte) – disse una volta – nasce da una mancanza, quindi è uno sforzo. Nessuna delle due è un bene ereditario». Non c’è Dio a guidare la mano dell’artista. C’è la sofferenza, e l’ansia di reagirvi. Tanto più grande è la conoscenza e la pratica della prima, quanto maggiori sono le probabilità di costruire le ragioni di un riscatto. Nella società civile, nella poesia, nell’arte. L’arte quindi non è questione di buoni sentimenti, di belle qualità, di conoscenza intesa nel senso corrente o di semplice comunicazione. L’arte è una cosa grande e indicibile, come una montagna, perché dentro vi abita l’angoscia e la rabbia, la paura e l’aspirazione ad una serenità impossibile.
Queste grandi questioni, appena enunciabili in questa sede, attraversano la ricerca di Jannis Kounellis. Sono ricapitolate nella mostra antologica, curata da Eduardo Cicelyn e Mario Codognato, inauguratasi il 22 aprile a Napoli presso il Museo d’arte contemporanea Donna Regina (Madre) – visitabile fino al 4 settembre, catalogo Electa. La grande mostra rende ragione di un percorso lungo e laborioso che prese le mosse alla fine degli anni Cinquanta, per iniziare a procedere con decisione negli anni Sessanta. In polemica con la serialità afasica e plastificata della Pop Art, con gli sfibramenti estetizzanti dell’estetica minimalista e con le digressioni postespressionistiche della Transavanguardia, il ruolo svolto dall’artista greco nell’alveo di quella che sarà nominata Arte povera è di assoluto primato. Non solo per la qualità dell’opera ma anche per lo spirito anticipatore che lo condusse, insieme a Pino Pascali, nei tempi e nello spazio dell’Attico di Roma, a precorrere, anche se di pochi mesi, il ciclone poverista destinato a essere guidato da Germano Celant.

Lo sforzo di Kounellis è tutto rivolto a restituire all’arte l’interesse per i materiali poveri, per la natura e le sue capacità generatrici, per lo spazio fisico e mentale, per la cronaca dei dolori umani più che delle gioie, per la storia intesa come conflitto. Un umanesimo illuminista liberato da ogni semplificazione positivistica e una disposizione d’animo eretica ed eversiva, più debitrice di Giordano Bruno che di Cartesio, lo guidano sin dall’inizio. Egli nasce in Grecia, al Pireo nel 1936. E venti anni dopo si stabilisce a Roma, in quella che diventerà la sua patria di adozione. A Roma è facile per lui immergere la sua cultura classica nella classicità della città eterna. Conoscere il Rinascimento e studiare il Barocco. Da quest’ultimo egli trae l’indicazione all’accumulazione, alla predilezione del pieno sul vuoto. Lo spazio diventa protagonista come un palcoscenico e la pittura diventa totale. Dopo la prima personale del ’60 alla galleria la Tartaruga, in occasione della quale presenta una serie di lavori su tela recanti numeri, lettere e segnali dipinti con margini vibranti (di cui al terzo piano del Madre si possono ammirare alcuni esempi), approda all’Attico di Fabio Sargentini.

L’uso di materiali grezzi e oggetti di recupero come cotone, juta, cera, ferro, piombo, pietre, carbone, legno, abiti, brandine, infissi, mobili, porte, scaffali, giare diventano abituali, insieme all’utilizzo di organismi vegetali e animali. E’ con questi materiali che sono realizzati i vari “Senza titolo” esposti nelle 18 sale del piano riservato alla retrospettiva dell’autore greco. Nel ’69 all’Attico (l’ex garage di Fabio Sargentini) succede una cosa senza precedenti: vengono esposti 12 cavalli vivi e vegeti. La mostra passerà alla storia. Nell’Auditorium del Madre quell’evento viene replicato o meglio viene fatto ri-nascere, perché ogni opera di Kounellis è diversa a seconda dello spazio che occupa e del tempo che sceglie. E’ così che si rimane senza parole, dopo aver varcato la soglia del museo, quando ci si imbatte in 14 autentici cavalli (due in più rispetto al ’69). Kounellis non ama la cosiddetta “fine delle ideologie”. La sua è un’arte ideologica quando schiera cavalli o sistema macchine da cucire su vecchi tavoli da lavoro, depone rotoli di metallo trapassati da lame al riparo di pietose coperte militari o sistema sagome in piombo su un letto fatto di bicchierini di grappa profumata, preme i suoi sacchi di juta su di una superficie metallica o sceglie di deporre caffè su piccole bilance. «Non ci sarebbe stato Caravaggio senza la controriforma» è solito dire l’artista, al quale non sfugge l’intreccio delle idee e delle lotte, del pensiero e dell’istinto, del sudore salato e della scintilla di uno sguardo scintillante. Per avvicinarsi a Kounellis – la mostra al Madre ne offre l’occasione – bisogna tener presente tutto questo. Ricordando la sua repulsione per le trasparenze ruffiane, gli orpelli e le sfinitezze del mestiere e delle mode, la predilezione per il peso e le opacità, la traspirazione dei corpi, il calore e il colore della fiamma.