Kounellis, greco come Ulisse ma…

Le due brandine – che sembrano prese dalla corsia di un ospedale militare – sono accostate l’una all’altra in prossimità del muro, un breve spazio le separa (non come per un letto matrimoniale). Sulle due reti metalliche giacciono indumenti consumati dall’uso, intrisi di un rosso scuro e profondo, ottenuto per via di sovrapposizioni successive di colore. Alla fine l’effetto cromatico fa pensare a un coagulo di sangue che inghiotta la stoffa degli indumenti. Alzando lo sguardo, appesa alla parete, sopra le due brandine, un terzo letto è sospeso orizzontalmente col suo carico di indumenti e lo stesso colore che li imbriglia. A terra, davanti alle tre reti, gli assi di una croce lievemente asimmetrica, costituiti da due travi di acciaio simili a binari, sono separati da un mazzo di fiori destinati a seccarsi. L’installazione di Jannis Kounellis nella sede dell’Associazione di Valentina Bonomo al Portico d’ Ottavia a Roma (visitabile sino al 15 aprile) è di quelle che ti fanno capire, anzi “sentire” la forza dell’autore anche se non hai avuto la fortuna di conoscerlo prima.
Oggetti e materiali poveri sono uniti assieme con la semplicità tragica di una tomba, costruita in fretta per custodire i resti di uno dei tanti poveracci morti ammazzati per il mondo. Un soldato magari, o più facilmente un civile (nelle guerre moderne sono i civili più spesso a rimetterci la pelle). Tutto ha il peso della necessità. Non dell’eccezione ma della regola. E’ questo peso a pesarti nel petto, mentre osservi questo lavoro che ha la bellezza della verità.
Quello che colpisce per chi conosce la ricerca del grande greco (classe 1936) è notare che, questa volta, lo spazio a disposizione non è invaso. L’opera è puntuale e circoscritta come una pala d’altare. Anzi proprio come un altare. Laico e dolente. La teatralità, uno dei tratti dominanti di questo autore che non ha paura dell’accumulazione, in questo caso, sembra auto- limitarsi. Intorno c’è il silenzio e il vuoto come si conviene davanti ad un evento definitivo e irreparabile.
Sarebbe sbagliato fornire letture strettamente politicistiche di questo lavoro e, in generale, di tutta l’opera di Jannis Kounellis. Non solo ad evitare interpretazioni strumentali e semplificatorie. Ma per un motivo più profondo. L’artista del Pireo, ormai romano d’adozione, non sembra quasi mai alludere al peso di una sofferenza solo contingente. Piuttosto, quello che lo guida è lo sgomento leopardiano di chi misura ogni giorno la condizione del proprio limite, inteso come condizione primaria e imprescindibile. Un limite, un senso del limite indifferente alle lusinghe della tecnologia e della scienza.
La coscienza di questo limite è ciò che ci rende uomini. E’ ciò che ci fa soffrire ma, insieme, è anche ciò che ci spinge a re-agire. La reazione di Leopardi fu la poesia. Quella di Kounellis è una testimonianza visiva che fa di lui uno dei più grandi artisti contemporanei viventi.
C’è da pensare che se non ci fosse l’angoscia che la paura della morte e della sofferenza (del limite appunto) ci procurano, probabilmente si vivrebbe più tranquilli ma sicuramente nulla accadrebbe di rilevante, di significativo. La nascita stessa dei grandi sogni individuali, come delle utopie collettive, nasce dalla urgenza di superare l’angoscia che deriva dalla opaca, densa e insopportabile consapevolezza di questa condizione. L’arte è lo strumento, in origine, più disinteressato e sublime per sfuggire a questo destino di mediocrità. E quanto maggiore è la paura e l’angoscia, tanto più grande sarà la necessità di reagirvi eroicamente. La recente mostra di Jean Claire sulla “mélancolie” a Parigi ha indagato proprio i segreti e misteriosi legami fra sofferenza, angoscia, malinconia, accidia e creatività artistica. E lo ha fatto in modo magistrale.
Per tornare più dappresso a Kounellis, quello che ci sembra di poter dire è che la forza che promana dal suo lavoro deriva da un sovrappiù di consapevolezza della sofferenza umana che l’artista sembra eleggere a motore della sua inesauribile vena creativa. Il fatto di conoscere i segreti della mitopoiesi classica (greca) e delle altre pratiche reattive individuali e collettive potenzia l’armamentario dell’artista, fino a conferirgli un’energia “quasi prometeica”.
Una cosa si può dire in aggiunta, a proposito della sua investigazione, per chiarirne la immanenza e la ineffabile materialità. Questa cosa denuncia la connotazione, questa volta obiettivamente “politica”, del suo lavoro. E cioè l’uso di materiali poveri inorganici (il ferro, i sacchi, il legno…) e organici (l’olio, il caffè, il carbone, la lana…), l’uso del fuoco e dell’acqua e di esseri viventi (piccoli volatili o grandi cavalli) o di oggetti di lavoro, di riposo o di gioco (vele, coltelli, lampade, letti, mobili, trenini) denunciano la familiarità con il materiale di un quotidiano di cui si intuisce una profonda consapevolezza di senso. Kounellis sembra sapere di paure ancestrali ed ataviche (metastoriche) ma anche di paure e risentimenti legati all’arbitrio e all’ingiustizia che, di più, colpiscono i poveri e i reietti (si direbbe i proprietari dei vecchi cappotti, delle scarpe dalle suole consunte o i miseri dormienti su povere reti metalliche e sotto ruvide coperte militari).
Quello che i suoi lavori sembrano indicare è la necessità di una compassione verso le vicende umane, non rassegnata ma vigile e combattiva perché – come sosteneva Concetto Marchesi – ogni essere vivente deve essere emancipato dal bisogno e dall’ignoranza, anche se questo non gli garantirà “per forza” la felicità. In altre parole ogni uomo ha il diritto di essere infelice per motivi che non dipendano da fame, miseria e sfruttamento. Insomma ha il diritto di essere infelice come lo sono i ricchi.
“La libertà, come la poesia (l’arte) nasce da una mancanza, quindi è uno sforzo. Nessuna delle due è un bene ereditario” sono parole di Kounellis. Programmatiche. Rivelatrici, nel senso di ritrovare nella condizione di vuoto e di sofferente incompletezza la matrice dell’arte. Può essere la mancanza di sicurezza che deriva dalla consapevolezza del limite o la mancanza di libertà che deriva dal bisogno. In ogni caso il rapporto fra un’assenza (la felicità, la completezza) e una presenza (l’arte, come la tecnica, come la religione, come la rivoluzione) è indicato come un rapporto fondativo e necessario. Che poi l’arte di Kounellis, oltre che re-agire, reinterpreti con rinnovata lucidità i canoni della classicità rinascimentale, riuscendo, da decenni ormai, a dare il meglio di quello che l’Arte povera ha prodotto è una cosa che spiega le ragioni del suo primato.
Un primato vissuto con consapevolezza e senso di responsabilità. E’ raro per quel che ne sappiamo, nonostante i successi internazionali e i riconoscimenti generali, vedere sul volto del greco aprirsi il lusso di una risata liberatoria. Un gigante piccolo e accigliato, con la sigaretta fra le labbra e i pensieri che gli rigano la fronte, così vedi Kounellis aggirarsi fra le stanze della sua arte. Mai che sembri appagato o completamente soddisfatto. Mai che mostri un segno di fatica o un tentennamento o un’esitazione. Una cocciutaggine tutta mediterranea, sembra alimentare il viaggio di questo Ulisse che non conosce fatica. Ma che ad Itaca non vuole arrivare.