Kosovo: un altro tassello della diplomazia di guerra italiana.

La decisione del governo Prodi di schierarsi attivamente a favore
dell’indipendenza del Kosovo chiarisce ulteriormente il ruolo svolto in
questi anni dalla diplomazia e dall’esercito italiano nelle varie aree del
conflitto.

L’attivismo dalemiano di questi giorni, in sede europea e italiana, atto a
velocizzare i tempi di una vera e propria “secessione pilotata” dalle
pericolosissime conseguenze politiche e militari, nasconde un orientamento
dettato dal ruolo che la cosiddetta “azienda Italia” si è ritagliata in
questi anni nell’area balcanica, soprattutto in Albania.

Nella spartizione di territori e mercati in quella che fu l’Europa
“oltrecortina”, l’Italia ha progressivamente trasformato il paese delle
aquile in un protettorato de facto. Dall’inizio degli anni ’90 sino ad oggi,
il sistema istituzionale albanese, l’esercito, le polizie, la pubblica
amministrazione sono stati ricostruiti grazie all’attivo sostegno italiano.

In un contesto di disgregazione istituzionale, sociale ed economica, la
debolissima struttura produttiva e commerciale albanese è stata facile preda
dell’imprenditoria e della speculazione finanziaria italiana. Basti
ricordare il famoso scandalo delle “piramidi finanziarie”, che a cavallo tra
il 1996 ed il 1997 ridusse sul lastrico il 50% dei risparmiatori albanesi.

La manodopera a bassissimo costo in loco, un sistema di potere corrotto e
permissivo, fanno dei territori albanesi terra di conquista ed affari per le
piccole e medie imprese italiane, le quali esternalizzano produzioni
altrimenti poco remunerative nel nostro paese.

La “grande Albania” che si intravede dietro l’attuale secessione kosovara è
quindi una proiezione del controllo italiano di un territorio ancora più
vasto al di là dell’Adriatico.

Il fatto che ciò avvenga in dispregio del diritto internazionale, contro gli
accordi che sancirono la fine dei bombardamenti NATO del 1999 poco importa
ad una diplomazia determinata a ritagliarsi nicchie di potere nei territori
sconvolti da guerre e occupazioni.

L’operazione “Leonte” in Libano, il ruolo centrale giocato dall’esercito
italiano in alcune aree strategiche dell’Afghanistan, la firma degli accordi
per lo “scudo antimissilistico” USA, l’accordo militare Italia – Israele,
l’accettazione di una nuova base operativa dell’esercito statunitense a
Vicenza, oggi il sostegno alla secessione kosovara, sono inequivocabili
segnali del “destino manifesto” concepito per il nostro paese dalla
diplomazia dalemiana.

Nel rispetto delle gerarchie e dei rapporti di forza in campo, che vedono il
colosso statunitense dettare legge, le armate del “peacekeeping” italiano
occupano fette di territorio oltremare, appannaggio delle industrie
tricolori, di Finmeccanica ed ENI.

I venti di guerra spirano di nuovo forti sui cieli d’Europa e in Medio
Oriente.

Il centro sinistra italiano indica una via per affrontare questa temperie,
effettivamente nuova rispetto al ruolo giocato storicamente nel bacino
mediterraneo. La vecchia diplomazia della mediazione e dell’equilibrismo tra
interessi occidentali e paesi arabi è morta e sepolta.

L’Italia si è trasformata in una penisola corazzata, pronta a salpare verso
i nuovi fronti di conflitto armato.

Il movimento contro la guerra, in questi giorni difficili a causa del clima
pre elettorale, ha battuto un colpo, scendendo in piazza contro il
rifinanziamento delle truppe italiane all’estero, votato da un Parlamento
oramai delegittimato dalla caduta del Governo. Si decide così di mantenere
truppe in guerra all’estero con un atto di “ordinaria amministrazione”.

Nei prossimi giorni continueremo ad essere in piazza, contro la guerra e le
sue missioni, attraverso i banchetti per la Legge d’iniziativa Popolare
contro trattati segreti, basi e servitù militari.

La Rete nazionale Disarmiamoli!

www.disarmiamoli.org [email protected] 33810281320 3384014989